lunedì, febbraio 19, 2007

Noi e gli altri

Mi serve a raccolta tutta la saggezza del mondo. Se ancora ve n'è.

Il contesto è quello dell'asilo. E più precisamente la festa carnascialesca che si organizza in ogni consesso infantile umano che si rispetti, e non solo in questa nostra occidentale società dei consumi.

Partiamo da qui: la geniale direttrice dell'asilo di mia figlia ha sbagliato data per indire la festa di carnevale. Giovedì 22 febbraio carnevale sarebbe finito. Qualcuno glielo deve aver fatto notare, per cui si è premurata di spostare la data a martedì 20 febbraio, ultimo giorno di carnevale, il famoso martedì grasso. I nostri piccoli di belle speranze dovranno mascherarsi per la loro e la nostra gioia e divertirsi tutti insieme, mi raccomando senza coriandoli che si infilano dappertutto, però perché no qualche bomboletta di schiuma da barba sarà la benvenuta. Tutto ciò ha l'aria di essere semplice e lineare come bere un bicchier d'acqua. Lasciando da parte le difficoltà che tutti viviamo per decidere come mascherare il nostro pargolo, ma questo è ovviamente un problema nostro e non dell'asilo e poi non è obbligatorio mascherare i bambini cioè se tu non hai la maschera se non vuoi se non te ne frega niente oppure te lo dimentichi, nessuno ti frusterà o ti additerà come mostro o irrispettoso delle tradizioni o qualsiasi altro irripetibile epiteto. Su questo mi pare si sia tutti abbastanza d'accordo.

Pochi però sanno che c'è qualcuno che per principi religiosi non festeggia compleanni, carnevali, né altre feste in genere. Nell'asilo di mia figlia è presente una bimba che viene da una famiglia di testimoni di geova, i quali, per l'appunto, non festeggiano. E quindi nemmeno i loro figli. Io non voglio qui entrare nel merito della questione religiosa. Non me ne frega proprio un bel niente. Ognuno è libero di credere in quello che più gli pare e piace.
Ora, però, come potrete immaginare, la situazione non è così semplice. Perché cosa succede?
La mamma di codesta bambina prende il giovedì 22 febbraio di ferie, per tenere a casa la figliola e non partecipare alla festa. Liberissima, direte voi.
Poi la direttrice sposta la data a martedì 20, presumo che la madre della bambina le faccia un cazziatone del tipo io mi sono presa un giorno di ferie non potete spostare le feste come vi pare e piace. E la direttrice risposta di nuovo la festa a giovedì 22, quando carnevale è finito e i nostri bambini andranno a scuola mascherati perché la mamma di una bambina testimone di geova non ha voluto (o anche potuto, ma non è questo il punto) cambiare il suo giorno di ferie. Ora, a raccontarlo non sembra neanche vero.
E tra parentesi a me non è che interessi particolarmente il fatto che il carnevale sia finito. Io ci vado sempre in giro con la mia maschera. Qui, mi sembra, la questione è più delicata.
E' giusto che in venti si debba spostare una festa per non farvi assistere una persona?
Non so nemmeno più se c'entri il rispetto religioso, perché allora i genitori di qualche bambino appartenente a famiglie di cattolici praticanti ( che tra l'altro sono sensibilmente superiori in numero a quelle dei testimoni di geova) potrebbero altrettanto risentirsi e dire che no, il loro pargolo non viene mascherato a scuola quando il carnevale è finito.
La questione, secondo me è più sottile. Diciamo che una persona che gestisce un asilo (e non una macelleria o una cartoleria o una qualsiasi altra attività a contatto col pubblico, badate bene) fa un errore abbastanza madornale e non sa come uscirne se non restando sulle sue decisioni. Diciamocelo, che senso ha una festa di carnevale a carnevale finito?
Poi mi dico che in realtà la festa ha senso solo per noi adulti, per le nostre convenzioni, perché i bambini se ne fregano che oggi sia lunedì e domani martedì. Semplicemente vivono l'attimo.
Una cosa però penso, e sarei abbastanza convinta: se una persona vive i suoi principi religiosi in una società laica (e anche, perché no, in una struttura laica quale tra l'altro è l'asilo di mia figlia) lo deve fare nel rispetto degli altri. Punto. E questo è sempre molto difficile. Soprattutto se si pretende di essere rispettati senza rispettare.
Anche se mi rimangono sempre molti dubbi.
Magari la direttrice ha fatto bene a non contrariare la madre che pretendeva rispetto per i suoi principi e si è mostrata intransigente a spostare il suo giorno di ferie o eventualmente a far venire all'asilo la figlia semplicemente non mascherata.
Mi sa che questo è solo l'inizio di tutto ciò che mi aspetterà nel percorso scolare di mia figlia....

giovedì, febbraio 15, 2007

Mai hiusband tichis tu mi

Ore 21h30: lezioni di html.
Ebbene sì, signore e signori, alla tenera età di 37 e dico 37 primavere, mi sono rimessa sulla piastra.
E non per essere mangiata, pur essendoci molta carne all'uopo.
Mi sono rimessa ad imparare.
Qualcosa che pare essere un'irrinunciabile priorità in questo mondo di hyper-technology nel quale viviamo.

Insomma, mai hiusband è notoriamente un geek. Perché se lo chiamo nerd s'offende e allora diamo pane al pane e vino al geek [spero di non urtare la tua sensibilità! ;-)].
E allora, qual geek, ha una missione: evangelizzare il volgo. E nella fattispecie il volgo a lui più prossimo: io.
Io ho cercato di essere all'altezza. Di fare sempre sì con la testa. Di fare occhi intelligenti e non da pesce provolone.
Ad onor di cronaca, gli avevo proposto una serata sotto le lenzuola dopo la nostra parca cena cinese. La sua controproposta ha vinto di netto (e ancora mi sto chiedendo perché).
Di questa romantica serata mi rimane l'incredibile scoperta che anche il più demente minus habens degli esseri umani può concepire un codice html (mai hiusband ha ammesso, nonché elaborato personalmente, questo concetto, il che mi scagiona ufficialmente da ogni critica...). Basta smanettare e fare tentativi.
Mentre io pensavo servisse una testa speciale, non so, un qualcosa di geniale nei neuroni che ti permettesse di restare davanti ad uno schermo per ore senza perdere la testa né la ragione, né - tutto sommato - troppi neuroni.
Mi rimane anche un file html.
Di una semplicità imbarazzante nella sua struttura.
Perché ho anche scoperto che tre sono le cose fondamentali da fare, per creare un html: un inizio, un centro e una fine.
L'html come metafora della vita?
Questa sì che è una lezione. Una lezione da non dimenticare.
Tutte le cose finiscono.
Ma è molto meglio sapere come!

lunedì, febbraio 12, 2007

La matta

Ebbene, signore, signori, vi sarà pur capitato, almeno una volta nella vita di trovarvi davanti agli occhi un fantasma!
Non parlo dei vostri sognetti più o meno erotici, più o meno emozionali, più o meno dovuti alla rimozione della realtà.
No, qui io parlo di un fantasma in carne ed ossa.
Di quelli del passato.
Di quelli che ti trovi davanti nel momento in assoluto meno indicato, o nel momento di rilassatezza totale, o addirittura in quello di spossatezza leggera del sabato sera, quello che stai bestemmiando che non trovi parcheggio nel quartiere più popoloso di vecchi poltroni e ristoranti, in cui il sabato la gente sta a casa o viene al ristorante o ti cacciano dai parcheggi dell'AMA perché a fine turno devono rimetterci "il mezzo".
Ebbene, signore, signori, è questo che mi sono trovata davanti sabato sera, nella prima sera di libera uscita dell'anno 2007. Custodita la piccina dalla nonna, mangiato carciofi alla giudìa (2.5 a testa con effetto devastante per l'intestino) ma pur sempre VIVI, io e la mia dolce metà ci siamo avviati al dopocena (erano aaaanni che non andavo ad un dopocena!) organizzato a casa dell'amico D.
Io mi guardo in giro cercando un buco per la nostra vettura e mi ritrovo puntati addosso - o meglio, credo più sul finestrino che direttamente nelle mie pupille, ma poco importa, la sensazione che ho avuto è quella di perforazione acuta - gli occhi di una matta.
Ma non era una matta qualsiasi. Era un fantasma del passato, che ritornava prepotentemente alla superficie e che, incredibilmente, riguardava in qualche modo anche l'amico D., che - ignaro di tutto - stava preparando un luculliano buffet a metà tra il transgenico delle frappe e il bio-salutistico del risolatte.

Sarete d'accordo con me che gli occhi di una matta non si possono dimenticare. Che il tempo cambia tutto, ma non gli occhi di una matta.
E questa è la matta per eccellenza. Quella che si incontra una volta nella vita. Di cui si continuano a narrare e mitizzare le gesta. Quella che rifonda - per il solo esistere nei nostri ricordi - la nostra identità di persone NORMALI.
Ebbene brevemente della matta vi dirò che:
- parlava con una mezza patata in bocca. E approfittando della parziale inintellegibilità di quello che diceva, sono sicura che dicesse una massa di cazzate. Anche se nessuno ha mai saputo esattamente ricavare un senso da quelle lettere che uscivano dalla sua bocca rimestandosi tra loro.
- era brutta un po' come uno spaventapasseri ma anche forte come lui, nonostante a più riprese minacciasse il suicidio per intimorirci e farci colpevolizzare (e oggi scopro che - evidentemente - non l'ha mai attuato!).
- tentò di farci credere di aver dato la sua verginità al fruttivendolo della piazza sotto casa. E questo per farci un po' pena, che lei - ricca ereditiera - non se la filava nessuno e doveva ricorrere al fruttivendolo per saziare i suoi bollori. Nessuno le credette mai, indipendentemente dal fatto che il fruttivendolo fosse bello o brutto. La realtà è che era follemente innamorata dell'amico D., e tentava di farlo ingelosire, nonostante lui la trattasse come si può trattare una tenda trasparente, cioè non vedendola.
- ha tentato una volta il suicidio davanti a noi. 100 all'ora sulla macchina del padre di D., laddove era D. alla guida, ella, l'essere con la patata in bocca, aprì ( o tentò di aprire, ma nella leggenda è tramandato che la aprì, e io stessa, che ero presente, non saprei dire cosa successe veramente) la portiera posteriore. Ovviamente fu sommersa da una gragnuola di botte, tanto che le sarebbe ampiamente convenuto riuscire nel suo intento. L'amico D., dopo quell'evento, colse la palla al balzo per non rivolgerle mai più la parola.
- una volta ha pisciato, sì certo potrei dire con più grazia ha fatto pipì, oppure ha urinato o anche solo ha fatto quella liquida, ma userò proprio la parola pisciato, nella MIA macchina, sedile anteriore della mia gloriosa Renault 5. E questo solo perché non riusciva a trattenersi, non poteva, chessò, uscire e farla in strada o in un bar, no, doveva farla sul mio sedile anteriore. E questo fatto, chiaramente, fu la mia colta di palla per non rivolgerle mai più la parola.

Ora, tutto questo accadeva all'incirca vent'anni fa. Eravamo giòvani e di belle speranze. Desiderosi di aiutare il nostro prossimo. Di accollarci il triste destino di una donna con la patata in bocca (e ogni allusione che voi possiate cogliere come sessuale è ASSOLUTAMENTE casuale). Anche se presto - e a nostre spese - capimmo che di destino basta già quello nostro personale.
Epperò, voglio dire, all'amico D. resta una bella sfiga dallo splendido destino che si è creato con gli anni: quello di abitare nella stessa strada della matta con la patata in bocca. Che c'ha pure tutte le fortune dei matti: in vent'anni è rimasta assolutamente identica e anche, pur non avendoci io parlato, la forma della bocca con la patata è rimasta la stessa. Mentre in vent'anni l'amico D. ha perso chili, capelli e neuroni a go-go.

Per quanto riguarda me, l'acqua che è passata sotto i ponti in vent'anni ha le proporzioni di un tevere in piena. E allora la prendo a ridere. Anche se, certo, gli occhi di una matta ti si conficcano dentro. Non senza una certa pena.

venerdì, febbraio 09, 2007

Oggi è successo che...

....non posso andare più ai funerali. Piango come un coccodrillo anche se non conosco il morto.

....non posso più andare al supermercato. Ormai mi riconoscono tutti. Controllo sempre lo scontrino e c'è sempre qualcosa di sbagliato. E io pretendo la restituzione immediata dei soldi.

....ho di nuovo sbagliato film. Ho scambiato un film di Mel Brooks per un film di Altman. E il risultato è stato - ovviamente - alquanto deludente.

....ho odiato intensamente l'avvocato scassamaroni. Perché mi ha instillato un dubbio: "E come farai per la cameretta delle bambine?" - ha detto con quell'arietta da santarellina.

mercoledì, febbraio 07, 2007

La disperazione delle casalinghe

E' finita.
La seconda serie, intendo.
Anche se non ci sono stati i titoli di coda.
Per noi poveracci che non possediamo sky, è finita ieri sera la disperazione delle casalinghe.
E' finita con un mega-riassunto. Con il racconto dell'arrivo di ognuna delle protagoniste nel ridente fazzoletto di terra dove ancora abitano. Parallelismi tra il giorno dell'arrivo e il giorno presente. Tentativi di ringiovanire attrici di una quattordicina d'anni. Non facile, ammettiamolo.

Ma, insomma, ecco, ci hanno lasciato semi per lo sviluppo futuro. Come predica ogni corso di sceneggiatura che si rispetti.

E adesso passerà un anno ancora, prima che possiamo rivedere le nostre eroine, un po' sfigate - ammettiamolo, ma pur sempre così affascinanti.

E mi piace perché sono veramente disperate. Senza una direzione. Senza un senso. Senza qualcuno che le aiuti nel momento di difficoltà.

Eppure così umane. Così come noi. Oddio, certo molto più attraenti. Ma questo fa parte del gioco.

Così sempre senza un uomo eppure così scopabili.

Così sempre piene di pacchi della spesa eppure sempre a cena fuori.

Così amiche l'una dell'altra eppure così invidiose.

Così sempre a mangiare grossi vasi di gelato, eppur sempre così magre.

Così occupate ché nella loro cucina non c'è mai un capello fuori posto. Il petto di pollo non sporca la loro macchina del gas. Forse il loro pollo non ha nemmeno le ali.

Ma io ho sempre desiderato una cucina come quella che anche la più sfigata e senza un soldo ha. Pulita come uno specchio. Col bancone al centro della stanza. Con venticinque fuochi ed un frigo a sei sportelli. E sempre pieno. E sempre senza ditate all'altezza della maniglia e già che ci siamo anche ad altezza ditate di bimbo.

Ho sempre desiderato un bagno con la jacuzzi e un marito in libertà vigilata. E mi ritrovo con un marito onesto e una vasca senza nemmeno una tenda, ché si bagna sempre per terra perché due cristi alti più di un metro e ottanta ovviamente dove la mandano l'acqua se non per terra? E mica c'ho l'aiuto regista delle casalinghe disperate che mi pulisce il pavimento prima dell'inizio delle riprese!
Voglio essere anch'io una casalinga disperata! Ne ho pieno diritto. Lavoro come loro, smazzandomi tutta casa da mane a sera. Laddove però, cinque minuti dopo è tutto di nuovo da rifare.

Facci sognare America.
Facci sognare belle donne casalinghe con tanti soldi e giardini sempre a posto.
I vote for you.

martedì, febbraio 06, 2007

Ho un vuoto di senso


Un lettore attento mi ha fatto sapere in privato che, mentre prima veniva sul mio blog per farsi due risate, adesso si dà mazzate sugli attributi. Ovviamente il maschio in questione si è espresso molto più volgarmente. Ma io sono superiore e mi accingo a sfracassarlo ulteriormente.

Sono tre giorni che medito.
Sì, insomma, intendiamoci non come uno stilita o un bonzo o anche solo uno yogi.
Medito su un film (anch'esso non proprio recentissimo, ma con il nuovo megascreen riesco a vedere tutto ciò che non ho visto in un paio d'anni).

Per quello che sto per dire, non mi prendete, per favore, per quella femminista che magari sono stata tanti anni fa, ma che adesso è mitigata nelle sue rivendicazioni almeno in maniera inversamente proporzionale all'età.

Tutti, tutto sommato, abbiamo mollato.
Mollato i nostri ideali, i nostri sogni, i nostri amici, i nostri uomini/donne.
Mollare non è una cosa semplice, nonostante quello che pensi il mollato.

L'ultima volta che io ho mollato un uomo (e diciamolo che ormai si perde nella notte dei tempi) sono restata da sola per un paio d'anni. E' vero che sono anche andata a vivere a 1400 chilometri di distanza e certo aiuta. Magari se fossi rimasta a Roma ci avrei impiegato 10 anni a smaltire la sbornia.
Perché non è facile guardare qualcuno negli occhi, qualcuno che si è amato - diciamo - per un numero considerevole di anni, immensamente proporzionale a quelli vissuti in terra, guardarlo negli occhi - dicevo - e comunicargli la fine di questo amore. Non è facile per niente. Perché si continua ad amare ciò che si è conosciuto. Si resta feriti anche con il coltello in mano. Le immagini dell'altro, della sua caduta, restano impresse nelle tue pupille come su carta foto. Rovesciate. E' l'altro e non sei tu. Ma in qualche modo sei anche tu. Che sei stato sconfitto, che hai perso, che hai abbandonato la partita.
Il vostro status è diverso perché tu ti sei preso la responsabilità. La responsabilità di tagliare la corrente. Anche se lo fai guardando l'altro negli occhi. Quello che è diventato altro da te. Altro da voi.

Anche se il coraggio di troncare è pari almeno a quello che ha l'altro di chiedere "perché?", col presupposto di voler ascoltare la risposta.

Il perché del protagonista de "I giorni dell'abbandono" è un vuoto di senso. Chiede tempo per riempirlo, quel vuoto di senso.
E per riempirlo con cosa? - direte voi.
E indovinate! - rispondo io.
Per riempirlo di quella cosa che profuma di rosa ma rosa non è.
La cosa terribile di quest'uomo, che ha coraggio di troncare dieci anni di matrimonio con due figli senza una spiegazione che non sia questo "vuoto di senso", è proprio il modo in cui egli nega qualsiasi altra spiegazione. Non prevede che sua moglie possa avanzare qualche perplessità, qualche domanda, qualche obiezione. Lei obietta, lui prende la porta e se ne va. Con il suo vuoto di senso in tasca. Senza voltarsi indietro. Senza pensare ai figli, che pure lui ha contribuito a fare e - presumo - ad educare. Lasciando a lei l'onere delle spiegazioni, delle giustificazioni, e anche del politically correct per coprire le spalle ad un padre che lascia la famiglia senza voltarsi indietro ma che deve comunque essere difeso agli occhi dei figli perché resterà sempre il padre.
Il vuoto di senso è di fronte a quest'enorme responsabilità che abbiamo quando mettiamo al mondo un'altra vita? O di fronte alla cellulite della nostra donna?

Non uno dei due casi è più nobile dell'altro.
Ma quello che chiede l'altra parte è sapere.
Chiede la dignità della presenza.
Chiede la responsabilità delle azioni.

E non mi venite a dire che anche le donne se ne vanno. Lasciando basiti marito e figli. Senza una spiegazione.
Voglio contarle, quante sono. Queste che non si voltano indietro. Che non si strappano le trippe di dolore.

E lo voglio dire. Adesso lo dico. Sì, lo dico e poi tutti i maschi lettori mi si scaglieranno contro: mancano le trippe al maschio col vuoto di senso. Quell'interiore senso di responsabilità che tanto spesso loro identificano con i loro attributi sessuali, beh, in un caso del genere, e nei molti casi del genere che si verificano nel nostro triste mondo, a loro manca o comunque scompare completamente in maniera immensamente proporzionale a quanto è presente nella loro compagna, in quella che avevano scelto come compagna di vita.

Il coraggio di guardare l'altro negli occhi. E dirgli che è finita. E spiegargli perché.
Questo è il dovuto. Nulla di più e nulla di meno.
Tutto il resto si sistema. Col tempo, col dolore, con le giuste lacrime.

venerdì, febbraio 02, 2007

Dissolvenze

Ieri sono stata riportata indietro nel tempo. Alle mie letture universitarie. Quelle che ti regalano la sensazione di conoscere tutto. Che ti danno le chiavi per aprire porte, anche se solo molto dopo scoprirai che non portano molto lontano. Quelle che conservano un posticino dentro, tutto per loro. Per sempre.

Gli americani pagarono per conoscere le abitudini culturali dei giapponesi. Diciamo che fu in qualche modo il prodromo allo sganciamento delle bombe atomiche. Con buona pace dell'antropologa Ruth Benedict, che scrisse su commissione "Il crisantemo e la spada" (1944), probabilmente ignara dello scopo finale.
Ella rappresenterà, anche se con un punto di vista inevitabilmente americano, la cultura giapponese del dono e i modelli di educazione cui erano sottoposti i giovani giapponesi, disvelando attraverso di essi la profondità delle radici comportamentali di un intero popolo. Per la prima volta lo sguardo democratizzatore americano penetrava l'inafferrabile cultura giapponese. Distruggendola, non solo simbolicamente, quel 6 agosto del 1945.

"Memorie di una geisha", film americano del 2005, vorrebbe mostrarci la cultura giapponese fatta di non-detti, di riservatezza mista a perfezione estetica. Parlo del film perché non ho letto il romanzo omonimo, da cui presumo sia tratta la storia.
Al di là dell'opulenza di costumi e della bellezza degli attori (fattore che supera la soggettività in alcuni sublimi momenti) manca, secondo me, il travaglio spirituale proprio del ruolo della geisha, ridotto in alcuni momenti a mera narrazione di accadimenti. Manca un'appropriata contestualizzazione all'interno di una società dalle abitudini millenarie e per questo non riducibile agli esigui schemi della molto più giovane cultura americana.
Ad esempio, una giovane e poco talentuosa geisha si trasforma in pochissimo tempo in una prostituta per soldati americani. Inconcepibile deriva per una donna che per lunghi anni è stata formata alla disciplina dell'okiya (la dimora dove alloggiavano ed erano istruite le maiko per diventare geishe).
La visione americana riduce tutto ad una questione di soldi.
Non conta la bellezza, la disciplina della cortesia, del dono.
Contano solo i soldi.
Chi c'è c'è.
I giapponesi sanno che i soldi sono importantissimi, ma non sono la dote che nobilita l'uomo nel suo passaggio terreno.
Questo per gli americani è inconcepibile. Inconcepibile che un uomo possa giovarsi della presenza di una donna e deliziarsi dalle sue grazie e non per fare sesso con lei.
Io non sono una profonda conoscitrice della cultura giapponese, ma certo la magnificenza di panneggi e paesaggi in questo film viene oscurata dalla profonda manipolazione del senso ultimo di una cultura millenaria. Dissolvendone il valore.
Come per tutte le cose cui si toglie il nome.

martedì, gennaio 30, 2007

Non dovrebbe

Non dovrebbe.
Non dovrebbe essere che un genitore parli del suo pargolo per scaricarsi la coscienza.
Soprattutto non dovrebbe essere che un genitore che tiene un blog (e nella fattispecie io) parli male della sua pargola.
Ecco. Io, in effetti non vorrei farlo.
Lo farò di striscio.
Parlando bene di qualcun altro.
Lui si è svegliato quattro volte stanotte, a consolare la pargola.
A distanza ravvicinata.
Mentre lei ronfava come una mitragliatrice in tempo di guerra.
E si è alzato. E si è alzato. E si è alzato. E si è alzato.
Fino a che il big ben ha detto stop.
Ed è scattata la presa nel letto.
Che non è nulla di erotico, bensì di assolutamente salvaguardante l'integrità mentale e fisica di un uomo lavoratore.
L'ha presa e portata nel loro letto.
E lei si è addormentata.
Come un angioletto, questa volta.
Dopo aver dato anche un umido bacetto alla mamma sonnolenta.
Ma verso le sette del mattino, ora in cui i normali uomini lavoratori sono quasi già tutti all'opra, ella si è pensata che fosse l'ora di giocare, di canticchiare, di smocciolare a destra e a manca.
L'uomo lavoratore questa volta l'ha presa male.
Los marones hanno cominciato a sventagliare freddo secco nella (già gelata) stanza da letto.
Ed è ricorso al tentativo salvifico della tazza di latte.
Miseramente fallito con relativo rovesciamento di liquido bollente su pavimento debitamente pulito la sera prima.
Ma quest'uomo lavoratore non ha ceduto.
L'ha ributtata nel suo lettino. A piangere da sola. Mentre la mamma continuava i suoi sogni.
Si è lavato e vestito.
Poi ha vestito la pargola. Quando, infine, la mamma ha aperto un occhio. Ignara dell'intero accaduto, consapevole forse solo di un po' di rumore in più del solito.
Durante la di loro colazione, la pargola nell'ordine: apre uno yogurth applicando con meticolosità il coperchio sul tavolo, mette con agio le dita nel caffè bollente, mangia diverse manciate di muesli, rovesciando per terra il resto della scatola.
L'uomo lavoratore non aveva nemmeno più un goccio di latte per la sua colazione e ha dovuto mangiare i resti dello yogurth.
Poi è uscito di casa.
Con la pargola in braccio, la sua borsa da lavoro, l'immondizia e la busta del suo pranzo, nel quale però - estrema consolazione - sapeva esserci un buonissimo arancio come fine pasto (oltre all'arrosto molliccio della sera prima, ma questo rovina la poesia).
Quell'uomo lavoratore non è un uomo qualunque.
Quell'uomo è mio marito.
E mia figlia...beh, mia figlia...ora è all'asilo.
Occhio non vede.....

mercoledì, gennaio 24, 2007

Inventiamoci istruzioni per l'uso di un mondo migliore

COMPLETA QUESTI CINQUE PUNTI....E VINCERAI L'ACCESSO AD UN MONDO COL CIELO BLU, E IL SOLE CHE TRAMONTA IN UN TRIPUDIO DI ROSSO:

1) Berlusconi ha spiegato il suo nuovo progetto politico al suo organo di stampa.......

2) Il tg 5 annuncia grave avvenimento politico: un ex segretario di Rifondazione comunista ferrarese ha rubato 2.000.000 di euro ad investitori, tradendone la fiducia e.....

3) Bush vuole una chance sull'Iraq e...........

4) I contributi statali per i decoder sono stati considerati illegali dalla UE

5) Presto i parrucchieri saranno aperti anche di lunedì e alle shampiste potrà essere richiesto di lavorare aggratis

REGOLA n°1: non passare la catena. Potresti ferire inutilmente qualcuno
REGOLA n°2: trova il seguito per ogni sentenza. "'Sti cazzi" non può superare il 50% e come omaggio al tuo talento: nessuna verosimiglianza è obbligatoria
REGOLA n°3: proteggi rigorosamente dai tuoi strali le categorie più deboli
REGOLA n°4: Berlusconi non è una categoria
REGOLA n°5: Bush nemmeno
REGOLA n° 6: il copyright è mio. Che nessuno tenti di fregarmelo

venerdì, gennaio 19, 2007

Post semi-serio

Per una volta vorrei essere seria.
Ieri ho esercitato un mio diritto.
Di avere la disoccupazione, anche se il giorno prima la signorina allo sportello mi aveva trattato come una mezza deficiente. E io non mi ero nemmeno molto ribellata. Avevo giusto sussurrato che ero laureata (e il sottotitolo era che quindi forse qualcosa capivo) al che lei mi replicava che la laurea non serve a niente.
A quel punto io (forse anche non del tutto in disaccordo con il suo pensiero - vista la mia attuale situazione lavorativa, e ovviamente lei partiva anche avvantaggiata, poiché io ero proprio lì per annunciarle il fallimento almeno momentaneo della mia vita professionale - , ma inevitabilmente piccata dal tono farsesco che prendeva la conversazione) mi sarei alzata e le avrei piazzato un destro sui begli occhioni bistrati. Se non fosse stato per la bambina che porto in grembo e che sento agitarsi ad ogni mio sussulto, l'avrei fatto. Lo giuro. Mi ha fatto presentare la domanda incompleta, dicendo che se volevo chiarimenti sarei dovuta andare al patronato e non da lei, che aveva cinque minuti di tempo al massimo per ogni contribuente. E questo, se proprio volevo trovare una responsabilità, era dovuto alle rigide discipline del dirigente di servizio.

I casi della vita meritano una piccola ma utilissima digressione.

Mio padre era un uomo che potremmo definire abbastanza potente all'interno della pubblica amministrazione. E fin dal suo primo incarico utilizzò questa sua influenza per agevolare moltissime persone. Per chi non lo sapesse, un tempo nella pubblica amministrazione non si entrava per concorso (un bene o un male, questo qui non mi interessa capire). E chi lavorava nelle segreterie generali degli enti, come lui, favorì l'assunzione di molte persone. Perlopiù bisognose di un lavoro nell'Italia del dopoguerra o comunque a casa mia si è sempre detto che lui ha aiutato moltissime persone.

Il caso, appunto, vuole che sulla ricevuta della presentazione della domanda ci sia il nome della poco apprezzata dirigente di servizio. E che sia anche il nome di una persona che mio padre fece assumere tanti anni fa.

Io non sono capace a chiedere favori. Quella di redevable*, come dicono i francesi, è una condizione che cerco a tutti i costi di evitare. Allora piuttosto con la mia panza vado venti volte allo sportello dell'Inps facendo tutte e venti le volte la fila. Ma ecco, questa volta avevo un diritto - quello di ricevere il sussidio di disoccupazione - che la sportellista arbitrariamente calpestava, facendomi presentare una domanda incompleta, che lei stessa sapeva che sarebbe stata rifiutata.

Voi penserete: ma sei una deficiente a presentare una domanda incompleta se sai che lo è.
Beh, effettivamente un po' lo sono. Ma scadono i termini e nessuno riesce a capire se ho diritto o meno a questa indennità, sempre per quella stupida settimana di contributi che nessuno sa dirmi se ho maturato.

A
llora ho pensato a mio padre. Ho pensato che forse era venuto il momento di approfittare della dirigente del servizio per capire se veramente avevo diritto alla disoccupazione. Dopo le venti versioni diverse dei venti sportellisti, dopo che alcuni mi avevano consigliato di mettermi falsamente sotto ispettorato, di cambiare arbitrariamente le date dell'assunzione etc.
Io sapevo di aver maturato altri due giorni contributivi, gli ultimi due della mia prima gravidanza, che danno diritto ad una settimana contributiva, ma nessun impiegato e nessun software di nessun impiegato mi dava ragione. O comunque mostrava interesse a risolvere questa controversa questione.
La dirgente è stata molto gentile. Direi che, delle due, quella ossequiosa era lei....
Ha messo un'assistente sul pezzo. Che è andata a scartabellarsi tutte le circolari e a tirarne fuori una che diceva che io avevo il diritto. Poi ha fatto anche un test su uno dei centomila software che usano all'Inps che, per quei due giorni del 2004, mi attribuiva la mancante settimana.

I've got it.
E, come dicevo a mia madre che sosteneva che io avessi avuto una gran fortuna, io ho solo fatto di tutto per far valere un mio diritto e non millantato un diritto che non avevo.
Per questo mi sento bene.


*redevable esprime in francese un concetto simile a riconoscenza per un debito e rende bene il sussiego della posizione.

martedì, gennaio 16, 2007

Sensi

Vi ho mai parlato del mio periodo bionico?
La mia vista era potente.
Molto più potente di quella di qualunque essere umano e soprattutto di quanto la mia elevatissima miopia mi consentisse di sperare.
Vedevo animaletti dovunque.
Minuscoli puntini che popolavano il mio mondo.
Ma non piccoli scoiattoli o falene o puzzole.
No. Piccoli punti di nero che, se li fissavo intensamente, si muovevano.
Soprattutto nel lavandino del bagno. Più piccoli di ogni infinitesimale particella.
La ceramica bianca, più di qualsiasi altro materiale, si prestava ad accogliere i puntini.
A volte erano anche nel letto.
Quando mi imbacuccavo nelle coltri, in quel particolare momento in cui si accostano le palpebre per entrare nell'oblìo, si cambia fuoco oculare e si fissano ristrettissimi spazi davanti a noi, ecco, proprio in quel momento li vedevo. Dovevano essere sempre lì. Ma anche una donna bionica ha momenti di distrazione. Accorgermene nel momento di maggiore abbandono faceva però di me una bionica monca.
Come quando facevo il giro di tutte le finestre di casa per controllare che vi fosse uno spiffero.
Avevo bisogno che l'aria passasse. Semplicemente per respirare. Ed il mio bionico udito mi consentiva di sentire quando qualcuno chiudeva il passaggio dell'aria.
Ma, nonostante questo, mi sorprendevano sempre. Approfittavano del mio sonno per chiudere tutto. E soprattutto in pieno inverno. Ed io proprio non me ne accorgevo.
Essere bionica a dieci anni non è mai stato facile. E soprattutto bionica monca.
La strada non è mai stata spianata.
E certo adesso è anche difficile crederlo.
Ma i miei poteri sono stati veramente forti.
Anche se nessuno l'ha mai saputo.
Tranne me.

lunedì, gennaio 15, 2007

Perennitudine

Non so cosa intendete voi per discussione animata in pubblico tra membri di coppia in disaccordo sull'acquisto di un elettrodomestico di incomprensibile utilità quale il televisore.
A me evoca qualcosa tipo voce più alta della media, improperi misti a ssh zitto/a, indubitabili ammissioni di ragione, incrollabili punti di vista baluardo di innegabile razionalità, paroline dolci miste a pugnalate. E sguardi, sguardi di tutte le mila persone che vi passano accanto, stupite come se a loro non fosse mai successa una cosa del genere. Come se non avessero mai sfranciulato il proprio partner in pubblico o almeno in uno di quei non-luoghi tipo centro commerciale la romanina alle 17h30 di sabato pomeriggio.

Qual è il meccanismo che induce "la folla" a estraniarsi da quest'umana disputa, a non sentirsi partecipe almeno della fatica espositiva di un membro del genere umano affannato ad affermare le sue fondatissime ragioni, quelle stesse che proprio quei mila cervelletti hanno fatto valere enne mila volte in enne mila identiche situazioni?

Passano tutti fissandoci come fossimo eccessivi (effettivamente manca solo che ci tiriamo i capelli, per il resto l'inventario è stato fatto), come se non fosse quello il posto per tali dimostrazioni di affetto. Non stiamo mica copulando, però!

Stiamo semplicemente decidendo del destino del nostro salotto, che è come dire della nostra (peraltro già non eccessiva) vita sociale: se comprare o meno l'elettrodomestico catalizzatore più grande che ci sia, oppure accontentarci di una versione media, più discreta all'occhio e al tatto.

Lascio a voi indovinare chi di noi due propenda per l'una e chi per l'altra versione. E - badate bene! - la banale idea della casalinga incollata al mega schermo sarebbe stata irrimediabilmente compromessa se i vostri occhioni si fossero trovati a soffermarsi sulla sudescritta scenetta.
E lascio a voi indovinare chi poi abbia vinto. Ed anche qui sareste rimasti irrimediabilmente sorpresi a cogliere la sequenza degli eventi. Mancava solo l'applauso finale della "folla", ormai commossa ed inaspettatamente coinvolta.

Resta il casermone al centro del nostro salotto.

Un totem e un mònito perenne (perché si spera duri come la perennitudine, dopo quello che c'è costato!).

giovedì, gennaio 11, 2007

Post sul-reale

Lei sta urlando.
Ha già sfasciato il calendario 2007.
Pensavo dovesse servire per i suoi 365 giorni di bambina.
Il padre tenta di avere ragione delle sue intemperanze.
Da quando sono disoccupata mi rendo conto che il mio stile è molto meno fluido.
Stasera ho dato in escandescenze a casa di mia sorella. Sebbene satolla di soave pizza fatta in casa, me la sono presa con mio marito perché la mia simpatica ex società mi ha mandato i documenti da me richiesti senza timbrarli. E lui che c'entra! - direte voi.
Perché uso tutti questi aggettivucoli insignificanti quando scrivo? - aggiungo io.
Insignificanti nel senso che non significano assolutamente nulla e soprattutto non aggiungono nulla alla migliore comprensione del (già delirante) discorso. Non so, sarà una posa, la mia. Un atteggiamento tipo quanto fa fico appellare "simpatica" la propria ex-società invece che vattelappescamaledettimiavetelasciatoinmezzoadunastrada oppure "soave" una pizza per quanto buona e genuina sia. Ho cancellato una cosa.
Cochi e Renato. Il surrealismo l'avevamo già vissuto. Come movimento artistico-letterario e comicostrettamenteprovenientedaiteatrioffmilanesi. L'altra sera in televisione ho capito che il surrealismo non può esistere più. E che è difficile dire qualcosa di nuovo quando si è passata la sessantina. D'altronde diciamo sempre che i nostri genitori non possono cambiare. Perché mai dovrebbe farlo un artista teatral-televisivo, per quanto in auge sia stato in gioventù?
La novità di oggi è che all'Inps mi hanno consigliato di mettermi sotto ispettorato del lavoro, millantando una gravidanza a rischio. Non avevo con me la telecamera nascosta. Ma l'impiegata mi ha apertamente suggerito di farmi fare un falso certificato dal ginecologo. Non è mille volte più surreale questo episodio che la gallina non è un animale intelligente? Che tra l'altro è una delle prime cose che imparano i bambini, e non servivano mica cochi e renato a ricordarcelo....
Ah, tra le altre cose, l'avvocato scassamaroni ha tirato fuori una storia, durante la cena, che potrebbe riguardare la coscienza di ognuno di voi, bravi cittadini ed automobilisti integerrimi. Sappiate che da oggi in poi le super multe che avete preso a pacchi durante gli ultimi anni per non aver apposto il parcometro sul vostro nobile cruscotto (?) sono illeggittime se non esistono negli immediati dintorni altrettanti parcheggi gratuiti. In pratica, l'illustre cittadino (sì, proprio tu, e dì la verità che è la prima volta che ti chiamano così) ha diritto a parcheggiare la propria autovettuta gratuitamente. Poi, quando sono finiti quei (quattro?) parcheggi gratuiti, deve pagare nei restanti 850. Ma se non ci sono nemmeno quei 4, ah, allora è tutta un'altra storia. Io non pago. Unitevi a me. Uniamoci all'avvocato scassamaroni e tutti insieme andiamo al P.R.A. a cantare insieme braccobalsdosciooooooo!

mercoledì, gennaio 10, 2007

Obbligati a scegliere

Oggi sono andata e fare la preiscrizione alla scuola materna per mia figlia.
Anche lì c'è una graduatoria.
Qualcuno dirà che non è scuola dell'obbligo.
Non sono obbligati a scolarizzare marmocchi.
Sul modulo, c'erano inoltre alcune simpatiche caselline da barrare, tra cui:
1) Desidera che a sua figlia sia impartita l'ora di religione?
2) Desidera che a sua figlia NON sia impartita l'ora di religione?
Ma a seconda di come sbarro, salgo o scendo in graduatoria?
Il disprezzo dell'impiegata al mio sbarramento della seconda opzione mi ha fatto capire che l'agognato ingresso sarà ancor più difficile da ottenere....

martedì, gennaio 09, 2007

E tutto questo è già 2007

Avete mai desiderato sopra ogni altra cosa di passare un pomeriggio al cinema con l'uomo/la donna che amate, al riparo da ogni sguardo indiscreto, da bambini urlanti e parentame ciarlante e tutto questo dopo un mucchio di giorni di festa passati a mangiare qualsiasi cosa si presentasse al vostro desco come un'oca ingozzata in un'aia del sud della Francia , e precisamente nei pressi di Perpignan?
Che Atahualpa sia con voi.
Vi siete mai trovati senza un goccio di latte in frigo e con una bambina di due anni e mezzo e un marito di 40 che il giorno dopo devono fare colazione e tutto questo due giorni dopo la "sacra" festività della befana?
Che Atahualpa sia con voi.
Vi siete già trovati a chiedere il sussidio di disoccupazione e che ve lo rifiutano poiché manca una sola fetosissima settimana rispetto alle 52 richieste, e tutto questo dopo aver girato decine di uffici e interpellato impiegati che suggeriscono anche di falsare le date di assunzione?
Che Atahualpa sia con voi.
Io, ho già dato.

giovedì, gennaio 04, 2007

Panta lone



Mentre cucino il mio ragù della befana penso alla panza.
Possiedo attualmente due paia di pantaloni e un vestito.
Indossabili da qui alla fine di aprile.
Mio marito mi incolpa di occupare arbitrariamente i due terzi dell'armadio.
Ma non immagina la mia pena nel vedere che lui porta sempre lo stesso paio di gins pur avendo una quantità di abbigliamenti pari solo al nuovo guardaroba del papa firmato prada.
Io vorrei potermi cambiare ogni giorno e non dover restare almeno tre giorni con lo stesso paio di pantaloni mentre l'altro è a lavare. E in uno dei due sembro un sacco.
E puntualizzo che non ho speso una lira perché entrambi mi sono stati prestati, e sottolineo prestati, da mia sorella che visibilmente -durante la sua gravidanza - era grassa come un sacco.
Io faccio economie e mio marito se ne approfitta.
Lui disdegna la sua camicia "moschino" e io mi arrabatto tra panta e lone.
Queste sono le ingiustizie della vita, per noi, povere mortali che lottiamo con la panza che avanza!

martedì, gennaio 02, 2007

Panta rei

La questione si fa spinosa.
L'agenda non l'ho ancora comprata.
Le dita della mia mano sono ancora tutte sane dopo i botti di capodanno.
Mia figlia ha imparato a dire "botti" in maniera comprensibile.
Continua, altresì, a riferirsi a babbo natale e all'albero di natale nello stesso modo: "tale". Come per dire "un tale". Oppure ha già imparato l'inglese e desidera che io le narri un bel raccontino.
Però ha indotto un bimbo che non mangia dolci ad affondare a piene mani nel pandoro.
Penso fosse la prima buona azione dell'anno. E sono sicura che ne compirà molte altre.

Mia madre compirà 70 anni.
Mio marito 40.
La nonna di mio marito 90.
Ditemi poi che non sarà un anno a tutto tondo.

Le lenticchie di Castelluccio sono le più buone che ci siano. Il pensiero che costino così tanto perché un solo essere umano le ha spillate tutte ad una ad una e nominate e coccolate perché noi le possiamo pagare una fortuna mi fa dormire tranquilla.
Il cotechino, però, mi fa sempre impressione. Soprattutto perché ogni volta ripenso al famoso ristorante parigino "Le pied de cochon", dove ero usa andare a mangiare una deliziosa (ed inimitabile) zuppa di cipolla in crosta, ma dove la suprema specialità era il viscido piede di porco. E le maniglie del locale, comprese quelle delle toilettes, erano a forma di piede di porco. Non so se rendo l'idea.

Ma guardiamo al futuro in questo sfavillante inizio.
Abbiamo avuto diritto a dormire fino alle 9h30 e fare colazione a letto con ottimi cornetti dichiaratamente senza grassi idrogenati.
Abbiamo avuto una tovaglia nuova e ospiti che si sono alzati per portare i piatti in cucina.
Mia madre ha dormito davanti a "Lassie" e parlato nel sonno giustificandosi del suo russare.
Abbiamo due, e sottolineo due, calendari in casa.
Ma sempre nessuno specchio lungo.
Dalla finestra della nostra camera da letto entrano spifferi che potrebbero sollevare un rinoceronte addormentato, ma noi resistiamo.
C'è da pagare la rata dell'asilo e mia figlia ieri ha bucato le sue calzette nuove.
Ma è tutto già storia nella mia odierna eraclitea accezione dell'umana essenza.

mercoledì, dicembre 27, 2006

La scelta vincente

La scelta vincente di questo natale è stata elemosinare danaro a tutti.
Abbiamo vinto.
We've got money.
E costa così poco!

venerdì, dicembre 22, 2006

Abbinamenti

Non sono capace ad abbinare i colori.
Fare i pacchetti regalo mi risulta un'impresa titanica.
Il mio sogno è sempre stato deporre ad arte fiocchetti su alberi di natale, senza riuscirci.
Non so riporre con gusto i bicchieri nelle vetrine.
O i piatti sulla tovaglia. E quel che è più grave è che, obiettivamente, possiedo dei bellissimi servizi di piatti.
L'amica D. ha persino il coraggio di apparecchiare con piatti fondi e piani di servizi diversi. Lei li abbina in maniera esteticamente ineccepibile. Ed è anche capace ad appaiarci bicchieri variamente colorati.
Ho girato molta parte d'Europa. Sono stata in tantissimi musei. Ho letto centinaia di libri (anche se il simpatico amico gigio me ne attribuisce migliaia). Ho studiato un numero imprecisato di anni e anche roba tipo logaritmi e problemi trigonometrici o anche popolazioni bantu o navajo per ritrovarmi a non sapere abbinare due cose qualsiasi per allietare il gusto della vista, del tatto e - perché no? - del palato.
Ieri, l'amico P. (a lui farebbe estremamente piacere che dicessi il compagno P., e allora lo scriverò perché se no chi lo sente!) ha detto che sono stata estremamente fortunata ad accalappiare un marito come il mio. Io, in un picco di autostima ho osato chiosare che beh, anche lui, in fondo aveva avuto la sua parte di fortuna....Poi, tra me e me mi son detta: Ma quale fortuna? Se si è beccato una che sta sempre male; che per poco non ci rimetteva le penne un paio di mesi dopo averlo conosciuto; che se l'è incontrata la prima volta con l'incisivo spaccato e ora che è aggiustato è ancora peggio; che sta sempre a dieta ora perché è cicciona, ora perché è incinta e quando cavolo ci si potrà mangiare un'amatriciana coi fiocchi se poi sottobanco ella si finisce il torrone gianduia e nocciola?
Perché, perché tanto studiare, tanto sbattersi da un posto all'altro, tanto spendere soldi se poi, quand'è al dunque, dobbiamo fare i conti col nostro specchio, quello di casa, quello che ci dice che sì, si vede proprio che sei stata un mese a letto, c'hai il naso tutto rovinato, i peli sotto il mento che pure tua figlia ha scansato la mano schifata? Quello specchio che ci dice che non saremo mai perfette, sempre con qualcosa fuori posto, sempre col setto nasale storto che si vedono i peletti della narice e non servirebbe nemmeno un cazzotto nell'altra direzione a raddrizzarlo. E ora ci si mette pure 'sta pancia che cresce, 'sta bilancia che sversa a destra e le calze elastiche che per tirarle su ci vuole una doppia gru con tiranti!
Avevo comprato dei graziosi tovagliolini colorati.
Non so se potrò abbinarli con la tovaglia di natale.
Perché forse, a natale, sarò ancora abbinata alle lenzuola del mio letto.

mercoledì, dicembre 20, 2006

La dea della salute

Dovete sapere che la dea della salute non abita più qui.
Io sono allungata sul letto faccia al soffitto.
Ogni movimento danneggia ulteriormente la mia contrattura.
Il catarrone sussiste ancora, resiste e non desiste.
Io sono ormai un tutt'uno con le mie lenzuola.
Volumi imprescindibili attendono sul comodino.
Mia figlia pensa che io l'abbia ormai abbandonata.
Mia madre è rientrata trionfante e cucinante in casa mia.
Mio marito si è ritirato in un angolo, sempre alle prese con le sue fasulle carte di credito.
Quella a cui va meglio sono io.
Nel mese di dicembre, dal mio conto è stato prelevato l'equivalente di zero.
Ho trovato la ricetta per non spendere più niente.

Ma chissà perché questo non mi consola adeguatamente.....

giovedì, dicembre 14, 2006

La trama non conta

Calma, signore e signori, calma, non affollatevi!
Non tutti insieme! Non riesco mica a seguire mille discorsi contemporaneamente!
Devo ancora digerire la mia ultima lettura*.
E il mio fastidioso dolore intercostale mi martorizza.
Si è alleato col catarrone per non lasciarmi scampo.
Stamane mi son svegliata cercando di razionalizzare le ultime rivelatrici pagine del libro sul mio comodino da qualche giorno.
Gli inglesi sono degli ubriaconi, e questo si sa.
Il rapporto che hanno con l'alcool è come quello degli italiani con la mamma: non ne possono fare a meno (e vi giuro che sono quasi convinta che non sia un luogo comune).
L'alcool deforma la percezione della realtà. E fin qui siamo all'assioma.
Un po' più complicato diventa se si tratta della tua personale realtà. Se si tratta del tuo frustrato ego, della tua selvaggia sessualità, del tuo smodato rapporto con le cose.
E tu proprio non ce la fai ad assumerti le tue responsabilità, a guardarti in uno specchio che non sia appannato, a pesarti sulla bilancia ed accettare il verdetto, per penoso che sia.
E allora ti proietti verso l'esterno fino a che non vai a sbattere contro la parete di turno, già crepata di suo, che si presta bene all'uopo, ad essere demolita a generose testate, nemmeno troppo velocemente, giusto quel tanto che basta per rimanere in piedi fino a sfidare l'ultima delle regole della statica.
Salvo che la parete di turno è, come per incanto, un altro essere umano. Forse semplicemente il tuo alter ego. E da questo incontro scontro scaturisce tutto il resto. La vita. L'amore. La distruzione. La morte.
Sembra niente. Ma in fondo è il dubbio amletico di ognuno: chi sono veramente?
L'ubriacone di Edimburgo che va con tutte quelle che incontra? Il nerd tutto play station e trenini elettrici che non ha mai sfiorato pelle di donna? La vecchia punk che vive nei ricordi? Il famoso cuoco che passa il tempo libero in peccaminosi luoghi di perdizione? La ballerina di belle speranze che finisce cameriera spiaccicata sotto la panza del ricco cuoco?
Varia umanità che dipinge la personalità di ognuno. Perché noi siamo nessuno. Ma siamo anche ognuno di questi poveri e sfigati centomila.
La trama non conta. La trama è la vita. La vita di ognuno di noi. Con le sue luci e le sue ombre.

*Irvine Welsh: I racconti erotici dei grandi chef

martedì, dicembre 12, 2006

46 XX


Sarà sana - insindacabile responso della S.C.I.E.N.Z.A e più specificatamente: senza aberrazioni cromosomiche.
Sarà simpatica - inevitabile giudizio MIO dopo averne visto i saltelli e anche sentiti.
Sarà amata - e vorrei anche vedere.
Sarà intelligente - non è sicuro, ma fortemente auspicabile visti i super-geni che possiede.
Sarà bella - perché in fondo è meglio che siano belle, porta tutta una serie di vantaggi che magari le mezze cesse come me non hanno avuto.
E soprattutto sarà FEMMINA - in quell'incredibile combinazione cromosomica che non è certo la risposta a tutte le domande, ma che - consentitemi - suona molto meglio di 42!

lunedì, dicembre 11, 2006

Credo ancora

Bene, signore e signori. La settimana è finita.
Dei tanto paventati eventi, è rimasta una sola ed unica certezza: l'asilo di mia figlia rimarrà chiuso per le feste.
E ora che si fa?
La lingua si è allappata.
Il catarro non si è ancora sciolto.
Io sono un fantasma che cammina quando non dorme.
La mia agenda è vuota, così come il mio frigo e il mio conto in banca.
Mio marito non ha più né bancomat né carta di credito.
E' diventato lo zimbello della banca, ogni volta che entra per chiedere novità. Per scusarsi, gli hanno promesso mille e mille agevolazioni per un futuro pieno di delizie, che stenta però a farsi vedere (il futuro con le sue delizie).
Io sono ancora più sfigata di lui, perché a me, nessuno ha promesso niente.
Ma io non mi arrendo.
Credo ancora che potrò smatassare i capelli di mia figlia, perché se non trovo una soluzione diventerà una medusa.
Credo ancora che potrò aver ragione della mia casa, arricchita ora di un piccolo ma rutilante alberello di natale, i cui pezzettini sono sparsi in giro come carnevaleschi coriandoli.
Credo ancora che la mia condizione di gravida mi risparmierà di cucinare gustosi manicaretti natalizi e procedere solo ad assaggiare quelli degli altri.
Credo ancora che la mia cartoleria di fiducia mi lascerà un'agendina 2007 da parte, anche se non l'ha mai fatto e ogni anno devo andare a cercarmela altrove, ma tanto chissenefrega perché l'anno prossimo, a parte due o tre compleanni, rischia di restare completamente vuota.
Credo ancora che la mia società mi darà una liquidazione signorile per quell'annetto lavorato, anche se invece di spenderla in regali dovrò spenderla in vettovaglie, ici e bollette varie.
Credo ancora che l'inverno arriverà e che potrò accoccolarmi tra le braccia di mio marito senza scatarrare orribilmente mentre penso: "Questa è la volta buona che mi lascia!".

Come voi tutti ormai sapete, sono un'inguaribile ottimista!

mercoledì, dicembre 06, 2006

Pensare l'impensabile

Parola d'ordine: pensare l'impensabile.
Questo dice il mio oroscopo. Quello di Rob Brezsny.
Mi devo abituare - sì, proprio così! - a pensare l'impensabile.
A vedere l'invisibile.
A immaginare l'inimmaginabile.
Almeno durante la prossima settimana.
E comunque non mi pare poco, no?

No, ma vi rendete conto?
Che dovrà succedere?
La mia vita sarà sconvolta da qualcosa di assolutamente inatteso.
Forse che il catarrone di trasformerà in lingua di vacca e sleccazzerà tutto il vicinato?
Forse che vincerò al lotto quei 5 numeri che ho fatalmente giocato? (e diciamo pure che questo è l'impensabile che, per il momento - mi farebbe più comodo!)
Forse che l'asilo di mia figlia rimarrà aperto durante le vacanze di Natale?

No, no, non sarà nulla di tutto questo.
Già me lo immagino.
E poi come lo ripiglio io quel Brezsny, per farmi ridare la mia felicità scampata, quella che mi ha fatto credere di toccare con mano e pure quanto prima?
Perché nessuna rivista fornisce un'assicurazione contro la non-realizzazione dell'oroscopo da essa pubblicato?
Io desidero/bramo/agogno/sospiro di pensare l'impensabile.
Anche se non so cos'è.
Anche se potrebbe solo essere la lingua di vacca che sbuca dalla mia boccuccia.
Ma sai che risate!
Mi dispiacerebbe non ridere alla fine della settimana.
Manca ancora qualche giorno.
Sono elettrizzata all'idea dei superpoteri che mi stanno per piovere addosso.
Dovesse durare solo un giorno!

martedì, dicembre 05, 2006

Tanto sono malata



Cosa è peggio di avere la capoccia piena di catarrone muffito e le nari stracolme di germi?
Una figlia sovreccitata che scorrazza per casa.

Oggi devo rimandare anche l'appuntamento dalla dietologa.
Persino le chiavi della macchina sono incimurrite.
E sono sicura che ella mi avrebbe ripetuto la frase magica: "E' inutile, quando si è malati non si dimagrisce. Il fisico ha le sue energie impegnate e non le può perdere".
Sarà forse per questo che sono due giorni che mi strafogo di palle di profiterolles? Se non si dimagrisce, varrà anche il contrario. Cioè che a ingurgitare non si ingrassa!
Sfido chiunque a provarmi il contrario.

C'è un però. Mi sono ripromessa di sfoderare tutta la mia capacità artistica (equivalente pressoché allo zero assoluto, e quindi - come ne converrete - non sarà un grande sforzo) per agghindare la mia casa per Natale. Forse ancora per quest'anno mia figlia non capirà che quell'omone vestito di rosso, con vistosi occhiali, è il suo papà. Certo, che un cuscino sullo stomaco illude parecchio! E forse dovrei dire "agghiandare", visto che le uniche cose che potrò permettermi sono quelle quattro pignette sparute che l'albero sotto casa ha sputato. Riciclare è bello. Ne farò un'arte. E la metterò da parte, bene incellophanata. Questo è il natale: un pacco ben mantenuto di cose vecchie, che ricicciano fuori non si sa da dove e non si sa come, ma sempre perfettamente puntuali. E in ogni caso, sempre più puntuali di me.

venerdì, dicembre 01, 2006

Lasciamoci fare



Ognuno è re del suo mondo.
Oggi mi scoppia la testa.
Ma non smetto di pensare.
C'ho il catarrone che mi si è bloccato al centro esatto della congiunzione dei peli delle sopracciglia.
O quelli che erano i peli che ho strappato con foga una settimanella fa.
Questo mi provoca un mal di testa incessante. Non lo strappo dei peli, ma il catarro in congiunzione.
Fisso e sempre uguale a se stesso. Che aumenta se mi abbasso. E non diminuisce se mi rialzo.
Sono ormai quasi tre settimane che mi trascino come un cataplasma per i sentieri del mondo.
E l'ago della bilancia va sempre più verso destra.

Lunedì la mia figliola e il cuginetto sono stati invitati al loro primo party con i compagni d'asilo.
Bisognava inventarsi il regalo.
Oggi (seppure controvoglia) farò un complimento a mia sorella.
Lei sicuramente non mi farà entrare nel girone dei regali costosi.
E' andata nel negozietto tamarro di piazza Vittorio.
E ha comprato un regaletto che ci farà fare una discreta figura senza rovinarci per sempre.
Saremo pure out, ma siamo sempre contro corrente.
E questa è una sicurezza.
Quasi come quella che sono io la regina.
Del mio mondo catarroso.

giovedì, novembre 30, 2006

Mai hiusband giv mi samting niu

Ce la siamo presa in anticipo quest'anno. Ieri sera il rientro è stato trafelato. Disordinato rispetto al solito. Lui è sempre molto preciso. Tutte le cose nel taschino. Valigetta 24 ore. Sacco del pranzo. Ma ieri sera, stranamente si era scordato il cellulare in macchina. Io ero già isterica, ché non sopportavo più mia figlia e non vedevo l'ora che lui tornasse. In genere lo assalgo già sulla porta con i miei mille problemi, sbrodolandogli addosso i rimasugli di cena della pupa, e comunque vomitando quante più parole nel minor tempo possibile. Ma lui mi stoppa, mi frena, mi argina. Cellulare scordato. Poggia tutto alla rinfusa e scende. Io, come se niente fosse, mi rimetto a fare le mie cosine in cucina. Dopo un po' torna. Tutto a posto. Ora ci pensa lui alla pupa. Io finisco di preparare la cena. Poi il miracolo accade. Ella viene di peso portata a letto e piomba in un'insolita catalessi. Mentre noi possiamo goderci reciprocamente, assaporare il gustoso dietetico minestrone e felici ci avviamo verso la fine della gionata. Ma con guizzo felino lui mi fa: "Ti spiace se il regalo del compleanno te lo do in anticipo?".
"Beh" - faccio io - "veramente preferirei venerdì". Discorso chiuso.
Ma lo vedevo che fremeva. E fremi che ti fremi, mentre mi stavo scofanando le mie quattro mele post prandiali, sguscia via e si ripresenta con un enorme busta. Fa tutto da solo.
"Ti piace?"
Dico: "Eh, non so, fammi vedere".
"Oh, non ti preoccupare, lo monto io".
Vorrei ringraziarlo, perché mi ha regalato un inverno stravaccata sul mio divano. Con bei filmetti da vedere. Calde coperte da indossare.
Io però, che generalmente sono indegna dei regali che mi fanno, mi sono addormentata nel bel mezzo del primo film. Come una pera cotta. Certo, per iniziare avevamo scelto Deaglio e la storia con Bianca, per cui non era certo il modo migliore...
Ma andrà sempre meglio, me lo sento.

martedì, novembre 28, 2006

Dirimere questioni di appartenenza

Di fretta. Andavo. Alla mia prima uscita da casa dopo una settimana di letto. L'alimentari sulla stradina mi è sembrato il posto migliore per fermarmi. In fondo avevo solo pane e latte da comprare. Li poggio sulla cassa e proseguo la mia ispezione. Dlin- dlon. Si apre la porta su due campagnoli all'uscita serale. Lei: quattro capelli in croce, tinti nero pece, racchiusi dal fermaglio delle feste e un'enorme bisaccia piena di cianfrusaglie. Lui: bianco come neve sebbene presto totalmente calvo, scoppoletta bella calzata e portafoglio in mano. Mi chiederete come ho fatto a vedere la sua calvizie. Semplice. Appena entrato si è tolto - anche abbastanza goffamente - il simpatico copricapo.
La coda del mio occhio li spizza. Devono ricaricare il cellulare. In due sono venuti. Per 10 euro. Di cui suppongo una buona parte in tasse. Il numero è qualcosa tipo 333........... La cassiera lo storpia e loro lo ripetono in altro ordine per almeno quattro volte ognuno, prima di essere sicuri che sia quello giusto. Mi gira la testa. Mi metto in fila. Sperando che non si infilino in borsa anche le cose che ho messo sulla cassa. Il pane è un bel filone di Terni. Di quello anche bello fresco e scrocchierello. Esce fuori per un terzo dalla busta di carta. Sulla cassa poggiato sta.

Sulla cassa poggiato stava. Finché la simpatica ridanciana vecchietta numerologa l'ha colpito con la bisaccia, facendolo cadere in terra. Il mio pane!! E rideva come un'oca giuliva, con quelle impronte di rossetto sui denti, continuando a dare i numeri alla cassiera. Io raccolgo il mio pane e me lo stringo al petto.
Attonita.

Ora, questo episodio a cosa appartiene? Al bicchiere mezzopieno o a quello mezzovuoto?

lunedì, novembre 27, 2006

Mai hiusbend and glasses

Il post precedente ha creato non poco imbarazzo in casa mia.
Mio marito mi legge. Quindi mi devo sempre ricordare di non parlare degli ex, delle cose porche che mi piacerebbe fare con l'idraulico, dei blog scritti da maschi che mi sono piaciuti o anche semplicemente non sbandierare troppo la mia eventuale depressione. Ché poi si turbano certi equilibri.

Lui mi incolpa spesso di vedere il bicchiere mezzo vuoto. E probabilmente non a torto.

Prima di conoscere lui, io pensavo di avere una certa vena di ottimismo. Dopo, mi sono dovuta ricredere, perché lui è il bicchiere riempito e bevuto almeno una volta e mezzo.

Non c'è storia, né concorrenza possibile.

Uno che è soddisfatto di un piatto di tre ravioli, oppure che non batte ciglio per una cartella esattoriale di 16.000 €, o che è felice di portarsi in ufficio l'ultima rancida mozzarella che è rimasta nel frigo con quei due gustosi pomodoretti....

Uno così è inarrivabile.

Eppure siamo dello stesso segno zodiacale. Quindi grossomodo abbiamo un carattere simile. Ma è bastato un passaggio di decade a regalare a lui un'inguaribile visione positiva delle cose e della vita. E a me, una stitica essenza di contorcimento budellare complesso.

Chissà perché mi ama, a volte mi domando.

A me non piace la fantascienza, mi diletto nella lettura di romanzi e attualmente quanto più futili possibile. Sto scoprendo i polizieschi che, dopo una giovanile lettura di gialli, mi avevano lasciato un senso di noia. E lui detesta lo spasmodico uso di avverbi dello scrittore di thriller che pensa di palliare così alla sua incapacità narrativa, mentre io lo scambio per capacità descrittiva.
Non riuscirò mai ad andare oltre la terza pagina di "Cronache marziane". Ieri ho provato a dirglielo. Lui ci è rimasto malissimo. Ha detto che, per sminuire l'avversario, io faccio finta di scordarmi come si chiama. Solo perché invece di dire "fantascienza", mi è venuto qualcosa di simile a "fantasia". Queste sviste lo snervano molto. Sono convinta che lui creda nella teoria di Freud, e li prenda tutti come imperdonabili lapsus. Per me è solo un incidente linguistico. Che non indica nessuna volontà dissacratoria. Mentre invece lui ci legge dentro il profondo disprezzo che io avrei per certe cose e nella fattispecie per quelle che piacciono a lui, o come adora dire: "per quelle che tu non conosci".

Invece per me resta solo una questione di feeling. Non mi ci trovo, non mi corrisponde. In questo momento mi trovo enormemente più attratta da una manco tanto pungente satira del natale in chiave americana che dalle avventure fantascientifiche nate dalla fantasia di Bradbury, per quanto anticipatore sia. E se questo fa bicchiere mezzo pieno, che bicchiere mezzo pieno sia!

venerdì, novembre 24, 2006

Sit down, please, and listen to me

No, io non potrei mai fare il critico letterario.
Ho regalato ad un mio amico di vecchia data un libro che io stessa ho letto solo alcuni mesi dopo. All'epoca rimproverai il mio amico che non conosceva quello scrittore, eppure così famoso nel mondo. Ah, non sai cosa ti perdi, ma non ti vergogni, un uomo di cultura come te! Beh, ecco, io stessa ho provato un senso di malcelata vergogna quando, leggendolo, ho avuto non poche volte il desiderio di sbatterlo nel fondo della libreria. Ma per non farmi trovare impreparata sono arrivata fino alla fine. Migliora, ma non regge. E certo molto peggio dei capolavori di Kundera che il suddetto amico mi regalava in gioventù.

No, io non potrei mai fare la colf. Tutto quello che metto in disordine, resta tale. Non sono in grado di buttare alcunché, per timore che mi possa servire in un secondo (anche terzo) momento, quando magari mi promenerò per il mondo su una sedia a rotelle. Ma al tempo stesso, sono presa da raptus primordiali che mi spingono a pulire qualsiasi cosa compreso il bordino della stampante e se potessi anche la sede dell'inchiostro. Ma ci vuole costanza in queste cose. La polvere è il peggior nemico dell'uomo se non viene affrontata con le dovute precauzioni.

No, io non potrei mai fare l'avvocato. Cambio idea a seconda della persona che ho davanti. Avrei tendenza a dare retta al mio assisitito e subito dopo desiderare con invidia di essere seduta accanto a quel magniloquente avvocato di parte avversa. Sarei capace di sentirmi intimorita da un usciere e provare rabbia per la sicurezza con cui un praticante inforca la sua borsa "The bridge".

No, io non potrei mai fare il medico. La mia empatia mi porterebbe ad un'ipocondria incontrollabile e diventerei impresentabile anche nella più oscura clinica privata.

No, io non potrei mai fare l'insegnante. All'ultimo concorso, in preda ad un terribile raffreddore, riempii il foglio protocollo di starnuti e sangue che mi usciva copioso dal naso. Mi fa sempre così, il naso. Nella fase calante del raffreddore. Sgorgoglia fuori sangue, purificando il mio organismo ma sozzando tutta la zona circostante. La gente mi guardava esterrefatta. E io, che avevo la testa sempre più bassa per la vergogna, sanguinavo sempre di più. Non ricordo nemmeno quello che ho scritto nel tema, tanto ero occupata ad arginare il sanguinolento disastro. Non passai nemmeno agli orali. Ma passai un sacco di tempo nelle toilettes di un'orribilmente lercia scuola romana.

Sit down, please, and listen to me, dear friends.
La vita ci offre tante cose da raccontare. Spesso, quando si verificano, sono assolutamente insignificanti. La vita di chi non lo è? Ma basta un frizzo un guizzo un lazzo per rivoltare la faccenda e farla sembrare unica ed irripetibile. Oggi la lezione è: guardare il bicchiere mezzo pieno. Ché in quello mezzo vuoto c'è sempre meno da bere!

giovedì, novembre 23, 2006

Buchi

Ebbene sì. Sono sopravvissuta.
Quando sembri aver toccato il fondo, c'è sempre il piedone 43 che ti dà una spinta.
Ho il marito migliore del mondo. E questo ormai è un dato di fatto.
Dove lo trovate uno che ripara i danni della suocera appena sveglio la mattina e prima di andare a letto la sera?
Beh, io non lo so come ho fatto, ma l'ho acchiappato.
Egli passa il tempo a lucidare stoviglie, pulire pavimenti e imboccare poppante.
E riesce anche a farsi la barba e docciarsi, lavorare, farsi due ore di raccordo ed essere ancora sorridente la sera! Meglio di una massaia provetta!
Mia madre mi vizia, mi sfizia e mi spizza per vedere se l'amniocentesi decorre bene.
Mi hanno fatto un buco sulla pancia.
Tutta stesa, lunga, sul lettino. I piedi uscivano fuori di mezzo metro e tutti, medici e infermiere, ci sbattevano contro.
Poi è arrivata una dottoressa bella, col camice blu e guanti sterili puliti.
Il suo approccio (credo per farmi sentire a mio agio) è stato: "Ciao Annachiara, che mestiere fai?."
Volevo scoppiare a piangere. Poi, mi sono guardata dall'alto, con la panza all'aria e le braccia lungo i fianchi, ho valutato le possibilità che avevo di munirmi di fazzoletto - pressoché nulle -, e ho ritenuto virare verso la seguente frase: "Non tocchiamo questo tasto dolente, per favore". Ma la dottoressa, decisa a distrarmi dall'enorme ago che si avvicinava alle mie interiora, continuava imperterrita. Io ho cercato di esaurire l'argomento in poche battute, tipo da oggi non lavoro più. "Ma cosa facevi esattamente?" E così via, il muto che parla al sordo.
Quando però l'enorme ago ha toccato il mio tremolante pancino, mi sono azzittata e tutto sommato lei pure. E 'sto prelievo non finiva più. Come da copione la vita m'è scorsa davanti. Ma come da copione tutto si è risolto in un minuto di sofferente immobilità. Certo che la mia vita non dev'essere stata un granché se in un minuto me la sono vista tutta davanti. Non voglio tediarvi con i dettagli, ma pensavo meglio....
Quindi il mio silenzio è dovuto ad un buco e a grandi magnate di cibo di mamma, quello di prima qualità e di prima scelta. I fagiolini che avevo comprato io: "certo che non è più tempo di fagiolini!". Mi restano un quattro giorni di calma e tranquillità. Che già sto sfruttando leggendo tutto quello che forse non potrò più leggere fino alla tomba. E per fortuna che la letteratura russa l'avevo già affrontata in adolescenza!

venerdì, novembre 17, 2006

Volgarità

La mail è di oggi, venerdì 17 novembre.
Da martedì prossimo siamo disoccupate, la mia panza ed io.
E hai voglia a parlare di etica e di meringhe.
Nell'impersonale sintassi di questo nuovo linguaggio non hanno più senso la professionalità pregressa o acquisita.
Le ore di formazione retribuite. Gli obiettivi raggiunti.
Nulla vale il valore assoluto dell'assenza di fidelizzazione.
Io sono un numero e una copia nascosta di mail.
La lettera di licenziamento era generica, e genericamente indirizzata a più persone: "La presente è per comunicarti...".
Almeno quindi non sono la sola.
Anche se non mi consola.
Anche se non mi fa stare meglio pensare di aver lavorato onestamente.
Oggi vorrei aver imbrogliato.
Contato ore che non avevo lavorato.
Rallentato ritmi frenetici che invece ho sempre mantenuto.
Così come oggi mi sento imbrogliata io.
Fottuta nel vero senso della parola.
Con tutta la volgarità che quest'espressione trasmette.
Mobilità, la chiamano.
Ma io adesso mi ritrovo col culo ben fermo per terra.

L'etica della meringa

Sguscio giu', come un giallo d’uovo smembrato dalla sua chiara,


quando mi accorgo che la Soddisfazione è un'illusione,

che fare troppo equivale ad ammanettarsi e fare poco ad andare in galera,

io, eroina della mia storia, indifesa dall'inesitenza dell'etica.

Quest' ETICA DELLA MERINGA

che si sgretola ad ogni sondaggio,

ad ogni parola di troppo ce ne resta di meno.

Ad ogni boccone si scioglie di piu', anche se quando la vedi sembra dura.


E’ duro ammettere che, per fare la meringa, NON CI VUOLE IL GIALLO.

mercoledì, novembre 15, 2006

Tragoedia maxima

Io lo sapevo che a forza di ingollarsi cuccioloni, spaparagnarsi burrose crostate e quadretti di cioccolata, poi da qualche parte sarebbero usciti fuori!
E maledizione, io ieri non ci dovevo andare dalla dietologa! Ero malata. Col mocciolo al naso. Tutto rosso e crostoloso di raffreddore. E invece quel mio assurdo senso del dovere mi ha fatto uscire di casa con mia figlia al seguito e pararmi, con tanto di mezz'ora d'anticipo, nella sala d'aspetto della mia bionda dietologa. Aspetta che ti aspetta, con un'ora di ritardo rispetto alla tabella (e quindi un'ora e mezza d'attesa e la trasmissione dei bacilli a tutti i pazienti che sono passati dagli altri dottori) mi fa finalmente accedere alla camera delle torture. Io avevo messo il mio giulietta e romeo verde pistacchio per tirarmi un po' su. Ma a poco è servito. Indossare i pantaloni premaman prestatimi da mia sorella, poi, era solo l'inizio di quel che poi si sarebbe manifestato in centimetri e chili acquistati (e senza manco sborsare un euro!).
La nostra seduta (termine usato non a caso) inizia con la solita trafila di domande: come è andata in questo mese, cosa hai mangiato, e come mai tutti questi dolci, sempre la stessa quantità di verdura?, e bevi sempre tanto?, e mangi la giusta quantità di legumi?, con quale frequenza ti sei canalizzata (lo dico per i non addetti: canalizzarsi significa fare la cacca, cioè lei vuole sapere con quale frequenza io faccio la cacca!) e tutto il resto. Io tremo perché so che presto mi tocca la pesa e la temuta misurazione. Cerco di essere il più sincera possibile. Magari nascondo qualche cucciolone. Ma le confesso gli scofanamenti di dolci. E questo prepara l'ambiente agli inquietanti risultati. Mia figlia nel frattempo opera per una distruzione sistematica dello studio. E' sicuramente solidale con la mia pena. Apre cassetti con scatole di medicine e li svuota sul pavimento. La dottoressa lascia fare. Ed io certo non mi scomodo a raccogliere. E comunque viene la mia ora. Allora mi spoglio e consegno le mie carni flaccide al loro carnefice. Prima cosa la bilancia. E lì non c'è scampo. Una vagonata di chili in un mese. Per la precisione 2kg700gr. E l'umiliazione definitiva: "In tre mesi avevi preso 700 gr e in un mese mi hai preso quasi 3kg!". Io sono quasi scoppiata in lacrime. Ma il momento peggiore doveva ancora venire. La misurazione centimetrale. Ogni parte del mio corpicione viene misurata. Ed ogni parte del mio corpicione è aumentata anche di svariati centimetri. Verifichiamo, come avevo previsto, che la coscia è aumentata di 3 cm. Uno a chilo. Basta dolci, o pochi pochi. Basta favolose crostate della mamma. Forse basta mamma tout court. Con la coda tra le coscione torno a casa. Preparo un minestrone di verdure. Non tocco dolce dopo cena. Ma avrei tanta voglia di essere abbracciata. Se non fosse che in meno di due minuti mi addormento. Stanotte ho sognato che facevo il detective e indagavo su molti omicidi. Che vorrà dire?

martedì, novembre 14, 2006

Coming out

Volevo raccontarvi di come è entrata come una tempesta. Ha portato uova fresche, burro, arrosti e polpette.
Ha rivoluzionato la mia cucina, senza tema di essere invasiva. Pulito verdura, cotto arrosti, preparato gustosissime polpette, and last but absolutely not least, la favolosa crostata.
Era parecchio che non si mangiava tanto in casa mia. Era parecchio che non mi sentivo così coccolata. Ha perfino messo i piatti nel lavastoviglie e lavato e asciugato le pentole. Dopodiché, il pavimento della mia cucina era una melma di farina e acqua, anche con svariati pezzi d'insalata a fare da contorno.
Volevo raccontarvi di come non ho una lira nel portafoglio perché non ho una lira sul conto, visto che mi sono fottuta lo stipendio del mese scorso per pagare l'assicurazione della macchina (e che macchina, direte voi!). E di come nemmeno mio marito abbia una lira sonante visto che non gli rifanno il bancomat da quasi due mesi. Andiamo avanti a buffi. Ma capirete che non si può fare all'infinito.
Volevo anche raccontarvi di come ieri, oltre alla crostata, ho avuto tra le mani, per la prima volta da diverso tempo, un quotidiano in carta e inchiostro. Un'esperienza da urlo. Noi internauti che privilegiamo lo scroll down dovremmo prenderci ogni tanto qualche vacanza cartacea.
Eppure mi hanno incolpata di far accadere le cose per scriverle poi sul blog. Ebbene sì. E' vero. Sono io che ho costretto mia madre a squaquerarmi la cucina, sono io che trafugo mensilmente il bancomat di mio marito e che butto dalla finestra la copia di "Repubblica" che qualcuno profumatamente pagato lascia ogni giorno sotto lo zerbino. A me piace così.

domenica, novembre 12, 2006

Taglio tutto

Litigata furibonda. Ma siamo comunque usciti il sabato pomeriggio. Allora com'è come non è ci siamo trovati nel solito centro commerciale. Di un triste, con quelle luci al neon. E' inutile comunque che io guardi le vetrine, vista la mia ventura pinguedine. Eppercui adocchio un parrucchiere. Inaspettata àncora di salvezza. Mollo - senza alcun rimorso - marito e figlia e mi accingo a farmi dare una spuntatina alla chioma. Sempre della serie che pochi rispettano la distanza di sicurezza, al parrucco in questione le signorine ti fanno indossare un orribile camice usa e getta, dove, sul braccio sinistro è presente una tasca (non usa e getta, ma solo usa e paga) nella quale ogni signorina che ti mette le mani in testa, ti mette anche le mani in tasca. Inserisce un fogliettino, che non ho avuto il coraggio di consultare, nel quale mette crocette. La prima volta che una si è avvicinata, ho fatto un salto di terrore. Poi, la signorina del lavaggio mi molla venti minuti con la testa bagnata a guardare il soffitto, con una cervicale impellente e io che mi tiro su ogni 30 secondi con lo scolo del materiale che mi ha messo in testa che mi scende sistematicamente dietro la schiena. La signorina del taglio mi piglia sotto la sua ala protettiva armata di pettine e rasoio, discettando amabilmente su capelli scalati e giuste lunghezze. Aveva in testa una pettinatura molto simile ad una scopa. Ho pensato: "Cosa ho fatto io di male?". La signorina della messa in piega non ha la minima spina dorsale per ribadire le sue convinzioni. E siccome siamo pari, cioè io non ho la minima idea di come voglio i capelli, ci impieghiamo almeno mezz'ora per capirci. Optiamo per una messa in piega liscia con punte ad effetto piastra. Credo nel senso di effetto piastra di ferro da stiro in testa. Quella del taglio passa dietro di me e con aria seria dice: "Però, sta bene con i capelli lisci!". Ed io rispondo, signore e signori, udite udite, in uno sprazzo di superego: "Sì, lo so!". Cioè, non rispondo ad esempio: "Ah, grazie" oppure chessò: "E' gentile", od anche: "E' la prima persona che me lo dice!". No, io rispondo: "Sì, lo so!". Manco avessi l'appeal di una top model. E il bello è che non sapevo come rimediare. Per cui mi sono stata zitta fino in cassa. E non ho manco detto a tutte e due che taglio e messa in piega mi facevano schifo. E, tanto per finire, oggi mi ritrovo a letto col raffreddore.

venerdì, novembre 10, 2006

Spazio vitale

Tutti mi frizzano. Tutti mi lazzano. Eppure mi sembrava di essere stata chiara finora.
Ci pensavo ieri mentre lasciavo scaldare l'acqua della doccia nella pigrizia postprandiale.
Succede sempre così. Mi organizzo la giornata lavorativa davanti al PC. Ogni tanto mi alzo per smangiucchiare qualcosa o per fare qualche rapida pulizia, tipo raccattare i giochi sparsi di mia figlia passare l'aspirapolvere e lo straccio. E la doccia rimane l'ultima cosa prima di andare a riprendere la bimba all'asilo. Devo essere più presentabile possibile. Perché all'asilo non pensino che sono una barbona senza arte né parte. Cioè, voglio dire, che questo non sia lontano dal vero, passi pure. Ma non voglio che lo sappiano loro. Oh, in fondo non sono affari loro di come io guadagno i soldi per pagare la retta (o se la pago io). L'importante è che sia fatto. Eh, ma ci sono genitori infidi, che fanno finta di non vedere gli avvisi. Ce ne sono che non pagano la retta del termosifone perché non hanno visto un cartello - gigante! - posto all'entrata. Certo la direttrice ha scritto: "Si dovrebbe pagare la quota di riscaldamento". E' ovvio che uno che vede il condizionale, pensa che non sia obbligatorio. Magari allora anche la direttrice potrebbe pensare che non sia obbligatorio tenere i bambini all'interno durante le fredde giornate d'inverno. Il condizionale, secondo me, gliene dà facoltà! Certa gente veramente non conosce i rudimenti della vita sociale. Poi magari ti salutano a grandi pacche sulle spalle. Diffidate di coloro che non rispettano la distanza minima. Quella vitale. Il tuo spazio d'aria. Quel mezzo metro che ti fa respirare. Sai quelli che arrivano e ti alitano il loro dentifricio in faccia (quando sei fortunato) o dei quali riesci a vedere la nervatura di grasso di spezzatino infilata tra i denti, residuo della cena della sera prima o ancora che ti obbligano a guardare dritto nei loro occhi vistosamente (!!) strabici! Ah, io ne ho conosciuti di soggetti simili. E francamente la mia Y10, i miei pantaloni sgangherati e i golf lisi che non mi ricompro da anni fanno un baffo a questa prepotente invadenza. E io che pensavo di essermi costruita il mio tranquillo micromondo, mi ritrovo a dovermi confrontare con queste mondane realtà inquietanti. Qui non è come andare in una libreria dei parioli come osservatrice dei comportamenti umani. No, qui ti trovi ostaggio della fisicità altrui quando vorresti solo che gli altri rispettassero il tuo mezzo metro. Mezzo metro d'indifferenza. Mezzo metro d'aria. Mezzo metro di bacilli in meno. Mezzo metro di parole al vento. Mezzo metro di profumi di marca in meno. Certo la mia vita sociale si era notevolmente ridotta, finora. Ma non era questa la ventata di novità che mi aspettavo....

giovedì, novembre 09, 2006

L'incontro

La prima volta che l'ho visto, ho avuto un guizzo al cuore. Io, per parte mia, avevo messo un tempo considerevole a prepararmi. Sortito l'abbigliamento più conturbante, ma che doveva anche essere consono al lungo viaggio in treno. E poi non volevo dargli l'impressione di essersi già assicurato la conquista. Camminava con un'andatura da fiera (nel senso di belva). Il re della foresta. Bello era bello. Molto di più che nelle foto. Diciamo nell'orrida foto che mi aveva mandato, lui in compagnia di due colleghe che reputava strafighe e che a me sembravano due sciacquette. Forse aveva avuto paura delle mie di foto. Prese in una notte di ubriachezza molesta parigina, in cui sembravo un travestito manco alle prime armi, con quegli orridi capelli svolazzanti e una sciarpetta che mi dava l'aria di una (un?) palestinese in fuga. I miei denti sembravano creazione della sfrenata fantasia di un dentista impazzito. Non so come lui abbia pensato di andare avanti. Ma io ero soddisfatta del risultato. Se mi avesse voluta, avrebbe dovuto fare i conti con LA donna in carne ed ossa. Ironia della sorte volle che proprio poco prima di quell'incontro, io mi infrangessi l'incisivo superiore destro sul parquet della mia casa parigina, in una notte di svenimenti. Pessimo spettacolo per un primo incontro, ne converrete con me!
Quindi immaginate questa musica, tipo "Un uomo, una donna" (Lelouch perdonami), lei che scende titubante dal treno, con solo una borsa pesante un quintale e s'avanza a passi da gigante (veramente, perché comunque fa sempre il suo bel dignitoso metro e ottantatre), nascondendo il suo dente impazzito. Lo cerca con gli occhi, perché lui le ha promesso di venirla a prendere. Lo cerca negli sguardi sconosciuti. Lo cerca bene, proprio bene, le sembra. Lui le aveva promesso che l'avrebbe abbracciata, stretta in una morsa di fuoco - così s'era immaginata! Epperdincibacco, qui faceva solo un freddo fottuto e di fuoco manco l'ombra. Comunque, mi concentro bene e alla fine, molto alla fine cioè praticamente in testa al treno, lo vedo. Ed ho comunque un guizzo al cuore. Quello iniziale. Quello che mi fa dire è lui. Cioè è proprio lui. E' proprio quello che mi faceva le sviolinate al telefono. Quello per cui mi sono addirittura comprata la scheda telefonica italiana. Quello che voleva assolutamente incontrarmi. Che si era preso una giornata di ferie per pulire casa. Quello che aveva fatto la spesa e avrebbe cucinato per me (per l'ultima volta, ma questo come potevo saperlo?). Insomma lui era tutte queste cose insieme. E me lo trovavo finalmente davanti. Mi strinse tra le braccia. E pensai che era più alto di me veramente, che era veramente barbuto, che era miope come una talpa (e come me) e aveva le mani più belle che avessi mai visto. E io mi trovavo lì davanti a lui. Improvvisamente non più così tanto sicura della biancheria intima che avevo indossato la mattina, del mio imbarazzante dente rotto, delle mie lenti a contatto appannate. E poi questo qui chi lo conosceva? C'eravamo conosciuti su internet due settimane prima. Io vivevo a Parigi da anni e lui a Roma. C'erano ben pochi punti d'incontro. Ma quel giorno c'era l'incontro. Anche se ancora non sapevamo che cinque giorni dopo avremmo deciso di sposarci.

mercoledì, novembre 08, 2006

I don't wanna see you cry

Certo che se penso alle volte che un bastardo mi ha fatto versare lacrime mi si rizzano quei pochi capelli che ho in testa. Che razza di mostro è costei? - direte voi. Con quei quattro peli in testa! Eh, cari miei! Voi non avete avuto uno shock per l'esame di quinta elementare e perso tutta la parte centrale superiore dei capelli in capoccia. Io ho sofferto tanto a 10 anni. In realtà non so perché. Fatto sta che era un periodo in cui stavo malissimo. Affrontavo questo primo e periglioso esame e al tempo stesso non ero più libera di fronte al mondo. Sì, perché mia madre decise di andare in pensione proprio in quel periodo.
Per capire meglio, dovete immaginare che io ho vissuto in una casa con molta variegata umanità.
Un padre e una madre lavoratori entrambi. E fin qui...al limite ci si può stare.
Due zie, di cui una malata di una di quelle malattie molto serie che ti riducono a non muovere più nessun arto. Solo la testa e gli occhi. Felici però. Credo di non aver mai più visto occhi così felici. E questo fiore di donna era assistita da un'altra zia, sempre appartenente alla matriarcale famiglia di mia madre.
Avevamo anche un'efficiente donna di servizio che si occupava di mia zia e della casa. Ma che più che altro era un gendarme.
E poi c'eravamo io e mia sorella. Che io me la ricordo uno scricciolo, magra magra, che si intrufolava dovunque, che si perdeva sempre al parco, intenta com'era a pensare ai fatti suoi. Mentre ora è diventata un donnone tutto tette e capelli (sarà invidia la mia?) super organizzata e nulla le sfugge. Io che ero tutta precisina, ora sono diventata una misera casinara...chissà che abbiamo fatto per meritarci questo contrappasso.
Comunque, dicevo della pensione di mia madre. In una famiglia così, due bambini passano completamente in secondo piano. Immaginate alzare ogni mattina una donnona di quasi un metro e ottanta, accudirla, lavorare etc. Noi bambine facevamo - e diciamolo pure senza vergogna - tutto il porco comodo nostro, dalla mattina alla sera.
Fino a quando la zia se n'è andata. Una bella giornata di quasi primavera.
Allora ognuno s'è ripreso la sua libertà. L'altra zia è andata finalmente a vivere per conto suo. E mia madre ha avuto la bella pensata di andare in pensione. Sai quelli che vanno in pensione a quarant'anni con il minimo. E che costano un fottìo allo stato perché ovviamente vivranno fino a centoquarant'anni...ecco, credo mia madre appartenga a questa tipologia. Ma a me sinceramente a 10 anni poco importava dell'aggravio sulle pubbliche casse, quanto invece cominciava ad interessarmi questa novella inquietante presenza nella mia vita. Immaginate una persona che ha lavorato per ventisei anni, si ritrova all'improvviso senza far nulla, con due figlie quasi adolescenti. Comincia ovviamente a inserirsi pervicacemente nei di loro mondi così teneramente segreti ed indipendenti. Tralascio molti dettagli per ritornare all'inizio di questo post. I miei pochi capelli in testa. E' tutto cominciato con quel fottuto esame di quinta elementare e con quella fottuta pensione anticipata. E diciamolo. Che di capelli ne ho persi anche altri per strada.

martedì, novembre 07, 2006

Parrucca o check-up?

E' da febbraio che non vado dal parrucchiere. Quel pomeriggio portavo mia figlia alla festa mascherata che facevano in ufficio da mio marito. Hai presente quelle occasioni in cui devi dimostrare di essere bella forte e soprattutto madre perfetta. E io decisi che era tempo di farmi risistemare il look dalla mia parrucchiera di fiducia, che però, da quando sono andata a vivere in campagna, si è molto allontanata da casa mia. Ma si dà il caso che fosse molto vicina all'ufficio del mio amato consorte. Quindi quel giorno lì cadeva a fagiuolo. Per cui, con pupa e maschera a carico, andai a rifarmi la cotenna. Quella fu l'ultima volta ad oggi. E mi trovo costretta a considerare che è giunta l'ora di reinvestire del danaro sonante per il mio restauro, se non fosse che il pagamento di quella dannata assicurazione on-line mi ha lasciato il conto completamente a secco.... Ma in fondo a me cosa importa? Non ho un capo cui rendre conto. Di giorno lavoro al computer vestita come una stracciona in attesa di andare a riprendere mia figlia all'asilo e di notte....lascio a voi l'immaginazione con la speranza che mio marito si tenga gli osceni dettagli per sé. E quel che più conta: non ho un capello bianco! Sarà proprio necessaria questa seduta dal parrucchiere quando proprio ieri, spazzolandomi la folta chioma bagnata, mi sono stirata l'interno del gomito a causa dello sforzo (i miei capelli si annodano tra loro appassionatamente, essendo ricci come grovigli)? Sarà l'ora di sbrogliarla questa matassa? O non devo piuttosto pensare ad andare da un medico per rifarmi un check-up?

lunedì, novembre 06, 2006

Fenomenologia della prostrazione

L'ho visto. Ho visto quel capo che tutti/e vorremmo avere e che odiamo intensamente per questo. Quel capo che tutti/e vorremmo essere e non abbiamo mai avuto coraggio di essere. Quel capo che odiamo, eppure ci trasmette linfa vitale. Quello per cui ci pettiniamo la mattina, ci vestiamo, ci curiamo dettagli dell'abbigliamento come non abbiamo fatto mai nemmeno per il/la nostro/a più amato/a fidanzato/a. Quello che ci disprezza, ci usa e abusa, ci sfrutta, quello che ci spreme come limoni già rinsecchiti. Quello che ci vuole morti già durante il primo colloquio. Quello che non è mai troppo tardi per uscire dall'ufficio la sera. Quello che è sempre sbarbato e profumato. Quello che non ha mai un capello fuori posto. Quello che vorremmo imitare in ogni sua movenza pur odiandolo fortissimamente. Quello che parla un italiano perfetto. Quello che non fa mai errori d'ortografia nelle mail. Quello che non si firma nelle mail, perché tanto si sa che è Lui. Tutta questa perfezione, che Lui ti getta in faccia con non-chalance, ti eccita a tal punto che diventi immediatamente adepto/a sado-maso, nella parte del maso, ovviamente. E allora cominci ad effettuare tutta una serie di pratiche che sessualmente non hai mai avuto il coraggio di approcciare (vigliacco/a! ti riuscirebbe così bene!): ti prostri adorante, gli servi il suo caffè e la sua bistecca, cambio camicia, cravatta o cintura, corsa alla lavanderia, lo accompagni in serate di lavoro a mo' di zerbino fuori fino alle tre di notte che lui come fa ad essere fresco e riposato la mattina alle nove, già profumato e seduto alla sua scrivania quando tu entri trafelata/o, piena della forfora che non sei riuscita/o a lavare via, con la laniccia in mezzo alle dita dei piedi ché nemmeno sei riuscita/o a farti una doccia e anche se non si vedono tu li senti ma se arrivavi un minuto più tardi quello ti licenziava in tronco.
Questo e assai di più, troverete nell'assai gustoso filmetto very american "Il diavolo veste Prada", che io personalmente ho apprezzato per alcune sue finezze illustranti la fenomenologia del boss o della bossa e che mi sembrano quantomai attenere al dominio della dura e pura realtà.

domenica, novembre 05, 2006

Nessun rimpianto

Nessun rimpianto.
Solo il dispiacere di non averti detto un'ultima volta ciao, grazie di tutto.
Per la fortuna di averti conosciuto.
Di averti amato.
Di averti avuto accanto in ogni momento difficile o triste, ma anche e soprattutto in quelli felici.
Certo vorrei che oggi tu fossi qui.
Per vedere quello che siamo diventati.
E sempre grazie a te. Ai tuoi insegnamenti, alla tua costanza e soprattutto alla tua fiducia.
Cercherò di darla, ai miei figli. Proprio come hai fatto tu con me, con noi.
Oggi sono cinque lunghi anni che non festeggiamo il tuo compleanno insieme.
Ora ognuno lo fa a modo suo. Sono sicura.
Noi, qui mangiamo a strafogarci.
Anche se non ci dai man forte.
Ma magari ci guardi col tuo sorriso sardonico.
E quello mi riscalderà sempre il cuore.

venerdì, novembre 03, 2006

Quella cosa....

Cazzo, cazzo, cazzo!!
Donne, non è arrivato l'arrotino!
Ma dico, cos'è che voi avreste sempre desiderato che il vostro uomo facesse?
Ah, ce ne sono di cose! - direte voi, con aria sognante.
Beh, sì, ce ne sono - rispondo io, più realisticamente.
Magari qualcuna ne ha fatta.
Eh sì, certo, per meritare la vostra presenza al suo fianco, qualcuna ne deve pur aver fatta!
Eh, ma allora cominciamo a quantificare!
Beh, il mio mi ha fatto un sorpresone. E' arrivato a Parigi, mentre ero all'ospedale quasi morente. Tutti lo sapevano tranne me (che lui arrivava, non che dovevo morire!). Erano cinque mesi che ci conoscevano. Ci eravamo visti quattro volte, suppergiù. Ma lui ha preso il treno di notte e si è precipitato al mio capezzale. Che momento clou! Questo avveniva circa quattro anni fa. Ma io sono ancora commossa. Ed è per questo, forse, che dopo altri cinque mesi ci siamo sposati.
Ma ormai questo è archivio.
Perché, è ovvio, qualunque femmina sessualmente attiva, ma anche qualcuna non, desidera che il proprio uomo, od anche un qualunque uomo sulla faccia di questa avara terra, faccia una follia per lei!
Ecco, ma definiamola, questa follia. Perché mica tutte possono essere chiamate tali. Cioè, mi spiego: ad esempio attraversare la città in macchina per andare a mangiare pesce sul mare, secondo me non è una follia. Ma magari una quindicenne che non ha mangiato mai pesce (evitiamo i doppi sensi, per favore) in vita sua, pensa che il suo uomo abbia fatto una magia per lei quella sera. Il fatto è, però, che io non ho più (e da un pezzo) quindici anni. Per cui il mio uomo, per sorprendermi, dovrebbe fare qualcosa di veramente speciale, chessò attaccare un assegno in bianco su un catalogo della Costa Crociere, ad esempio!
No MA CI PENSATE????????????????? Io la conosco la moglie di quest'uomo e la invidio da morire!!!!
Ma ve lo immaginate? Il giorno del vostro primo anniversario di matrimonio, lui che arriva con questo pacchetto. Voi tutte tremanti (ma mai vi immaginereste una cosa simile!) lo aprite e ci trovate dentro praticamente una cambiale per la felicità!
Marito mio, perdonami, perché ho peccato in pensieri, parole, opere e soprattutto emozioni. Il mio cuore non ha retto alla notizia. Ho provato quel sentimento chiamato invidia. Non tanto per i soldi. Quelli vanno e vengono. Per tutti. Ma per l'idea! Cavolo, l'idea! Avere pensato ad una cosa, una cosa....una cosa così....così favolosa! Basta, bisogna che smetto, sennò scoppio!

giovedì, novembre 02, 2006

Sgorbio in calce

Parrucchino nero. Camice bianco. Parla veloce. Io non capisco niente. O quasi niente. Dà per scontato che io conosca la differenza tra geni e cromosomi. Probabilmente dà per scontato che tutti/e la conoscano. Io ho preso il diploma di liceo scientifico quasi vent'anni fa. Mi spaventa solo pensarlo. Sono stata rimandata in chimica, nonostante passassi gli appunti a tutta la classe. Per indisciplina. E quel che più conta, ho fatto tabula rasa di quei cinque anni. Perciò si può dire con agio che io non mi trovi esattamente nella situazione culturale che egli crede. Ergo: non capisco una mazza. Oso chiedere chiarimenti e per tutta risposta mi dà da firmare un foglio dove mi dice che sono presenti tutti i dettagli che lui si è pregiato di darmi a voce. Da firmare in copia carbone. Come nei vecchi uffici di una volta. Io appongo firma in calce, tutta storpiata. Fa da liberatoria nel caso il medico poi sbagli e mi cacci tutto l'ago nella pancia. E allora lo libero da ogni responsabilità. Ci vuole così poco in fondo!