lunedì, marzo 29, 2010

Mine extra-vaganti

Attenzione: può contenere spoiler e poi non mi dite che ho raccontato tutta la trama*.

Ieri sera mi sono persa tra le sapienti immagini di Ozpeteck.
Mi sono persa nel senso che sono stata inghiottita da questo racconto di rara bellezza, dove oggetti normali si fanno straordinari, dove la vecchiaia è solo uno stato mentale e la follia un'opinione ottusa. Dove visi di una bellezza extra-ordinaria reggevano primi piani chirurgiamente invasivi. Io l'avrei voluta una nonna mina vagante come quella, un'intensissima e bellissima Ilaria Occhini. Le mine vaganti sono dove nessuno vorrebbe che fossero. La nonna mi ha ricordato il mio caro Florentino Ariza, che non era certo una mina vagante, ma il cui amore per Fermina è durato per sempre. Con incrollabile certezza. Gli amori impossibili sono quelli che durano per sempre. Di per sé sarebbe una cosa triste, ma la nonna ci convive tutta la vita. Ed alla fine il suo sguardo è sereno. E poi vuoi mettere come decide di mettere fine ai suoi giorni? Ingurgitando chili e chili di meravigliosi e gustosissimi pasticcini.
Vorrebbe essere un film sulla difficoltà di comunicare la propria identità sessuale in una tradizionale famiglia pugliese. Invece, secondo me, è un film sulle facce dell'impossibilità di avere l'essere amato. Sul dolore dell'assenza, che diventa insopportabile almeno quanto i ricordi.
Ed è per questo che ci riguarda tutti, in un modo o nell'altro.

Mine Vaganti di Ferzan Ozpeteck

venerdì, marzo 26, 2010

Prove tecniche di cittadinanza

"Odiare mascalzoni è cosa nobile.
E a ben vedere significa onorare gli onesti."

(Quintiliano, citato da Luttazzi a Raiperunanotte).

Trovo che questa frase esprima in maniera molto semplice ed efficace il comportamento delle persone rette.

Questo senso di integrità, di giustizia, di probità, di fiducia che molti dei nostri padri ci hanno trasmesso e che molti figli purtroppo non sono riusciti ad accogliere.

Qualcosa che fa la differenza fra le persone oneste e i mascalzoni.
In qualsiasi città, paese o continente ci si trovi.

Infatti prossimamente toglieranno letteratura latina al liceo.

raiperunanotte al femminile

Raiperunanotte è stato un episodio catartico per il popolo abbandonato della/dalla sinistra.
Catartico quasi quanto una manifestazione.
Ci siamo contati, ci siamo ascoltati, ci siamo amati, ci siamo applauditi. Praticamente un tripudio.
L'unica cosa che secondo me stonava un po', ma anche il mondo del giornalismo è parecchio maschilista, è che, a parte due giornaliste, le persone che erano presenti in studio o nei servizi a rappresentare il tracollo dell'economia lavorativa erano donne di una certa età, intervistate da una giovane donna in carriera: donne licenziate, in cassa integrazione, senza un soldo, senza una prospettiva, disgraziate, immagine di una novella pietas, figure prostrate anche se non rassegnate. Mi sarebbe piaciuto che si intervistassero un maggior numero di donne pubbliche, perché sono convinta che nei momenti di decadenza, la rivoluzione debba partire anche dal pensiero femminile.

Raiperunanotte in chat

Grazie a tutti, di cuore, per aver voluto condividere in chat questa serata così importante per la nostra libertà di parola.
E' stato bello sentirsi in tanti!

giovedì, marzo 25, 2010

Raiperunanotte

SUL BLOG LA MERINGA
QUESTA SERA, ALLE ORE 21H00,
DIRETTA IN STREAMING DI

RAIPERUNANOTTE

CON MICHELE SANTORO.

LIBERA LA TUA PAROLA SULLA CHAT.

mercoledì, marzo 24, 2010

Prendiamoci meno sul serio

Già sono fuori dalla grazia di dio perché ieri sera alla riunione del mio non-condominio stavo per sbroccare in faccia ad uno e m'hanno praticamente dovuto trattenere quelli più diplomatici...in più attualmente sto facendo una ricerca di mercato, il mio mercato, quello dove dovrei comprare frutta uova verdura e mi viene una tristezza inside che manco ce la fo' a descriverla. Avete presenti quelli che si presentano nel proprio blog con due parole: "solo due paroline eh!" e raccontano tutta la vita, i drammi esistenziali, le pippe mentali, quando hanno trombato per l'ultima volta o come vorrebbero che fosse la prima, insomma diciamo tutte cosette che al lettore casuale non gliene frega di per nulla, ma fanno tanto pensatore del web, fanno tanto cesta di frutta offerta all'avventore, tieni ciuccia 'sta banana che ora ci penso io a fartela digerire! Come si nota dal mio stile sconnesso e senza senso, i pochi neuroni si sono sparsi nell'etere a causa di un tale dispendio d'energie. Ed è una palla leggere di pannolini di pappette di paroline dolci di abbracci parti difficili parti facili spesa doglie mariti insulsi mariti stupendi mamme piene d'amiche al parco mamme piene di nemiche al parco mamme che sono meglio delle altre. Ma dico io, ma nella vita normale vi siete mai confrontate con altre mamme? E soprattutto con altre donne? Non so. Io ho cominciato a scrivere questo blog perché stavo diverse ore al giorno davanti al computer, da sola senza parlare con nessuno e mi deprimeva l'idea. Quindi ho cominciato a cercare di comunicare il mio enorme ego on line. Ma le cose, a distanza di quattro anni sono assolutamente modificate. Migliaia di mamme hanno deciso di fare la stessa cosa. Siamo circondati da blog in cui mamme petulanti esprimono i loro insegnamenti dubbi certezze consigli sulla maternità e su ogni forma vivente ad essa collegata ma anche no. E tutte hanno da insegnare qualcosa senza voler apprendere nulla, tutte sono prodighe di consigli, di ricette, salvo poi fare finta di essere macerate dall'incertezza, dal dubbio, dall'inadeguatezza. "Oh vi prego commentatemi voi, che magari avete più esperienza, o magari avete qualche episodio carino on topic da raccontare, scrivete il vostro inderogabile parere!". E infatti nella maggior parte di questi blog (non dico tutti) fioccano commenti tipo: "Bello!", "Che esperienza incredibile", "Quanto sei fortunata", "I primi passi, la prima polpetta, il primo vomito rancido, che gioia!", insomma tutta una serie di empatie insipide che lasciano il tempo che trovano nell'etere e servono solo a lusingare l'ego dello scrivente. Ma a nulla più. A nulla più per l'umanità. E chiedo venia se anch'io, soprattutto in passato mi sono lasciata andare a momenti di simile debolezza, seppur venati da sottile ironia. Rinnego tutto. Non voglio fare mommyblogging. Voglio fare un blog di una persona donna che parla delle cose che le succedono nella vita con distacco, ironia e autoironia, rosicamento, incazzatura, depressione, felicità, abbattimento, gioia, politica, ciccio formaggio e qualsiasi cosa vi venga in mente.
Con la stessa consistenza di una meringa.

lunedì, marzo 22, 2010

Blogging on the web

Riflettiamo su questo fantastico mezzo di comunicazione che è il blogging.
E' lecito commentare un post di qualcuno? In qualsiasi modo si voglia riferendosi ai contenuti del post, intendo?
Questo qualcuno non penserà - magari - che il commentatore sia offensivo, qualora utilizzi termini particolarmente accesi?
Ecco, questo vorrei sapere. Non ci si espone forse alle critiche scrivendo pubblicamente e consentendo ai lettori che non siano d'accordo di commentare liberamente?
Io penso di sì.
Se non si è in grado di assumerne le conseguenze ed eventualmente reagire dialetticamente a commenti avversi, allora, è meglio non pubblicare.
Questo penso io.

venerdì, marzo 19, 2010

Tanta tutta

Ieri guardavo la fantastica giacchetta di mia figlia. Tutto pelo viola chiaro, smanicata con cappuccio altrettanto di pelo. Graziosissima, sebbene vagamente eccentrica.
E mi sono ricordata di quando andavo in giro vestita come un lampione, nel senso che non mi si poteva non notare. Già metti il metro e ottantatre. Poi minigonna di colore sgargiante, calze nere, stivali col tacco, giacca di pelle, a volte anche un boa, anelli enormi, trucco evidente. Avevo deciso che se ero fatta così era meglio evidenziare che far finta di niente. Non ero sicura del mio aspetto. Ero una donna sui generis, una "donna sull'altra" come sono anche stata soprannominata. Tutta troppa. E devo dire che questa sovraesposizione mi è servita parecchio. Ho imparato a convivere con la mia differenza e ad accettarla, accentuandola. Così ho imparato ad accettarmi, ad amarmi. E non ho avuto più bisogno di vestiti sgargianti per affermare la mia fisicità.
Io sono una donnona. Laddove, per "ona", oggi intendo una cosa positiva!
Tutto questo per dire che posso evitare di mettermi in competizione con mia figlia tirando fuori dal soppalco la mia fantastica giacca di pelle rosa!

giovedì, marzo 18, 2010

Ma il colera finirà

"E fino a quando crede che possiamo continuare con questo andirivieni del cazzo?" gli domandò.
Florentino Ariza aveva la risposta pronta da cinquantatre anni sette mesi e undici giorni, notti comprese.
"Per tutta la vita" disse.
[G.G. Marquez, L'amore ai tempi del colera]
A me gli incipit non mi sono mai piaciuti tanto.
Preferisco come una storia va a finire.

lunedì, marzo 15, 2010

I maschi della domenica

Tu c'hai presente il maschio medio italiano?
Quello che a tavola non riesce a fare a meno di guardare la tv, e se per caso si è tanti a tavola - come può capitare la domenica - si ritira in cucina per la sua trasmissione preferita, facendo capolino ogni tanto per consumare qualche brandello di lauto pasto, insieme alle variegate medicine che per diversi problemi di salute ingurgita in quantità industriali ogni giorno?
Di chi è la colpa di questa assenza?
Ieri ho avuto l'illuminazione.
La colpa è di certe mogli compiacenti.
Io, a mio marito, se se ne andava durante un pranzo di quindici persone a vedere la televisione in cucina (sarà per questo che non ho la televisione in cucina?) gli facevo una sonora piazzata davanti a tutti. Altro che fare finta di niente.
Colpa delle donne (di un certo tipo di donna, intendiamoci, mica tutte!) è questa tacita autorizzazione alla nullafacenza e al menefreghismo verso ciò che avviene nella comunità casalinga. E' come se un certo tipo di donna godesse nell'attribuire al suo uomo il potere e l'autorizzazione a fregarsene del gruppo - e proprio in un momento in cui sarebbe invece significativa la sua presenza - e di occuparsi solo delle sue passioni domenicali.
Peccato grave è il lasciar correre. Perché i nostri figli introiettano questi modelli casalinghi, e li ripeteranno nelle loro future famiglie. E se vogliamo un cambiamento della nostra società dobbiamo cominciare dal nostro piccolo mondo quotidiano.

E dopo la mia illuminazione ne ho la certezza.

venerdì, marzo 12, 2010

Sana

Sono sana come un pesce. Non ho praticamente niente se non una discreta anemia.
Ho speso una quantità di soldi e di ansia non indifferente, ma alla fine il risultato è il migliore che si potesse sperare.
Certo noi femmine dobbiamo attrezzarci dopo i quaranta a fare tutta una serie di analisi che ci decretino il buon funzionamento delle nostre protuberanze interne ed esterne, ma questa è poca cosa di fronte alla mia soddisfazione alle parole del mio ginecologo:
"Ecco, guarda, hai un utero perfetto"!

mercoledì, marzo 10, 2010

Donne



Donne. Donne. E ancora donne.
Questo ho visto a Firenze.
Un tripudio di idee, di emozioni, di volontà di fare e di comunicare.
C'era la donna che ci vuole tutte stese sui libri, a dimostrare che non siamo solamente macchine da sesso.
C'era la donna che non ha ritenuto giusto nei propri confronti interrompere la sua carriera a causa della maternità e dopo molti sensi di colpa (ché tanto quelli non ce li toglie nessuno) ha ripreso a lottare, vincendo! - in un pesante mondo di maschi.
C'era la donna che diceva che non avrebbe avuto voce, per l'emozione o per l'asma, ed è stata invece la nostra voce, il nostro collante.
C'era la donna che in dieci minuti ha dipinto con limpidezza assoluta l'idea secondo me fondamentale e fondante la dignità femminile e materna: uscire dal privato.
C'era la donna che era di una calma serafica, seduta in pizzo ad un trespolo, che crede profondamente nella creatività e nell'espressività delle madri.
C'era la donna che aveva il suo progetto in cui credeva profondamente e ce ne ha parlato col cuore in mano.
C'era la donna che la prendeva a ridere, per non piangere, ma il riso a volte fa meglio di mille lacrime.
C'era persino un uomo, coraggiosa mosca bianca, molto meno presuntuoso di altri uomini che cercano di dialogare con le donne.
C'erano tante donne, nel pubblico, con gli occhi puntati sulla novità di vedere ed ascoltare donne che parlano di maternità, con disincanto, gioia, sofferenza e speranza.
Ed oggi, più che mai, mi piace fare mia la frase di Graucho Marx che la mia vicina Cristina non ha smesso di ripetere: "Gli uomini sono donne che non ce l'hanno fatta"!

E parafrasando Lidia Castellani: grazie "donne senza paracadute"!

giovedì, marzo 04, 2010

Mommyblogging a Firenze

L'8 marzo sarò a Firenze, invitata dalla mia amica Panzallaria, ad un fantastico reading e presentazione del libro "Mamma senza paracadute" di Lidia Castellani, cui parteciperò io stessa medesima con alcuni brani del mio blog. E con tutto il mio prorompente corpicione. Da non mancare assolutamente, per chi è a Firenze e dintorni!

venerdì, febbraio 26, 2010

Sala d'aspetto

Nella solita sala d'aspetto del solito medico di base dove aspetti per ore il tuo turno, disciplinatamente come ti hanno insegnato i tuoi genitori e non come tutti quelli che tendono a passarti avanti per il solo fatto che magari stanno per morire oppure sono rappresentanti del farmaco oppure ancora stanno per perdere l'autobus, disciplinatamente aspetti il tuo turno - dicevo - ed in quel mentre ti casca l'occhio sulla dodicenne di fronte tutta ciccia brufoli e apparecchio ai denti che con sorriso bovino si diverte - evidentemente in maniera assai sadica - a spiegazzare e poi riallisciare le pagine del suo libro di scienze e non sei solo tu a sobbalzare accorgendotene, ma anche un congruo numero di persone e una volta tanto non c'è discussione c'è solo quell'unanimità cui tutti sospiriamo durante le pallose e lunghissime riunioni di condominio, l'unanimità della condanna per l'oscenità di quel gesto, di quel disprezzo per un oggetto - e l'idea che c'è dietro di esso - che sicuramente con gli anni aumenterà trasferendosi - perché no - sulle persone, ma che tutto sommato è già disprezzo per le persone, è veicolo di disprezzo, è messaggio lanciato al mondo; e a lei, che interrogata risponde che la maestra di scienze le ha già detto di non fare quel lavoro in classe e quindi lei per sfregio lo fa fuori, sembra invece totalmente normale una simile operazione; a quel punto io mi vorrei alzare e dire a questa presuntuosetta devastatrice ma dove diavolo sono i tuoi genitori? ma tua madre e tuo padre l'hanno visto il libro di scienze ridotto così? E non ti hanno detto niente oppure chessò dato quattro sonore bussolate in volto tanto per schiarirti le idee o per trasmetterti l'importanza di qualche - e dico almeno qualche - valoretto nella vita che non sia il tuo stramaledetto cellulare e quel ridicolo apparecchio che porti ai denti? (io l'ho portato l'apparecchio ai denti all'età sua e mai e poi mai mio padre che mi accompagnava tutte le settimane dal dentista mi avrebbe permesso un comportamento simile); io ovviamente non ho avuto coraggio di fare una simile scenata davanti a tutti; però appena la dodicenne è entrata dal dentista l'unanimità è stata raggiunta di nuovo: nonostante la sua faccia da schiaffi - la colpa era inequivocabilmente dei genitori (e non so cosa mi abbia trattenuto dal tirare in ballo ancora una volta il nome del nostro esimio Pres.Cons, che comunque c'entra sempre anche lui).

giovedì, febbraio 25, 2010

Ce l'ho, mi manca

Il mio medico: "Lo vede quello zerbino?"
"Si", rispondo io.
Il mio medico: "Bene, con i risultati delle sue analisi lei dovrebbe essere come quello lì. Sono un po' preoccupata".

A voi ve l'hanno mai detta una cosa del genere?
E' vero che i valori del mio emocromo erano più sballati di Morgan, però cavolo sentirsi dire che è stupefacente vedermi in piedi, mi pare un po' forte come affermazione.
E ovviamente, appena uscita da lì mi sono sentita tutti i sintomi di tutte le più impronunciabili anemie.
Ma io sono forte. Sono in piedi, dopotutto. Nella mia vita sono sopravvissuta a 5000 piastrine, praticamente alla disintegrazione del corpo umano. Col mio metro e ottantatre troverò anche stavolta il bandolo della matassa.
Alla grande. Sì sì, alla grande.
Non sono per nulla tesa.
Per nulla.

lunedì, febbraio 22, 2010

La molla fasulla

La mia teoria è: tutti abbiamo una pappamolla dentro.
Tutti abbiamo un desiderio di nullafacenza, di stanchezza interiore, di non essere ligi al nostro dovere, di scappare dalle nostre responsabilità.
Io, quando ero giovane, mi chiudevo nella mia cameretta e leggevo, leggevo, leggevo, finché (s)finivo il libro. Mentre mia madre mi commissionava molteplici lavoretti casalinghi, che io disattendevo adducendo pretesti di studio.
Oggi la mia pappamolla si manifesta facendomi perdere in lunghissime telefonate serali con le amiche, mentre tutto intorno esplode: le mie figlie devastano casa, tirano fuori per l'ennesima volta tutti i colori e tutti i fogli, mentre la testa di mio marito scoppia ed egli mi guarda con un misto di odio e di supplica. Ma la mia pappamolla non si fa intimidire. E' cento volte meglio mangiarsi una mela mentre si è al telefono a spettegolare piuttosto che nettare le terga di un pargolo.
Ne converrete con me.
Poi, certo, quotidianamente questa pappamolla viene surrettiziamente rimpiazzata da un assurdo senso del dovere che infardella tutte i momenti della giornata.
Anche se io so che lei è lì.
Immarcescibile amica.

mercoledì, febbraio 17, 2010

Mitopoiesi familiare

Comincerò col dire che mia sorella si è beccata una trave in testa nella sala d'attesa di un ospedale mentre accompagnava mia madre a fare una visita. Possiamo dire che ha avuto la via preferenziale per il pronto soccorso e siamo ancora qui a raccontarlo.
Ma in realtà oggi vorrei parlare di Mia Madre (che fregerò, per rispetto, della maiuscola). Ella attira i medici come il miele un orso. I medici l'adorano, ella è calda, burrosa, materna. Ispira fiducia. Cosa che invece dovrebbero fare loro.
E in tutto il bailamme che è succeduto alla trave in testa della peccatrice, Mia Madre era vezzeggiata e coccolata dal fior fiore dei professoroni che la circondavano. Mentre a quella poveraccia di mia sorella l'operaio, colpevole di incuria, non ha nemmeno chiesto scusa.
Mia Madre, leggermente ipocondriaca - ma che non esca da questa sede per carità!- possiede l'innata capacità di farseli amici, i medici. Anche quelli che incontra per la prima volta. Tutti si profondono in inchini innaturali, in lodi sperticate: insomma io sono arrivata alla conclusione che Lei sia il paziente perfetto. Quello con la giusta dose di bisogno di essere rassicurato, quello che segue alla lettera le istruzioni, quello che precede a volte addirittura la diagnosi per quanto osserva se stessa e si conosce, quello che mi-sa-che-quella-correntella-che-ho-preso-ieri-mi-ha- indotto-questa-brutta-tosse ma adesso ci pensi tu a darmi le medicine giuste anche se io intanto ho preso questo, questo e quest'altro.
Mia Madre è mitopoietica. Nel senso che il mito si fonda con Lei. Lei conosce (bene!, in amicizia, intendo) tutte i pasticceri del quartiere, esce a cena con (quasi) tutti i medici che la curano, storia di mantenere i rapporti, e a quelli con cui non esce a cena regala favolose scatole di marrons glacés o pandori ripieni a Natale ed in generale in tutte le feste comandate. Mia Madre sa bene cosa sia la riconoscenza e come questo sentimento si coltivi. Mia Madre non ha paura di stare male. Per Lei è quasi un sollievo passare da un appuntamento all'altro. Lei non è come noi comuni mortali che smadonniamo ogni qual volta dobbiamo cacciare di tasca il centone per la visita o peggio quando telefoniamo alla Sanità per prendere un appuntamento che ci danno tra vent'anni. Lei vive una placida malattia intervallata da sanità. Io la adoro. Adoro la sua capacità di farti partecipe dei suoi mali. La adoravo un po' meno quando mi costringeva, da adolescente, a farle massaggi sulla schiena dolorante dandomi tutte le istruzioni perché ciò le recasse il massimo del sollievo (con il massimo della mia fatica). Ma tutto questo è ormai entrato nel mito. Forse anche la mia stessa esistenza è mito. Infatti non credo di avere mai scritto questo post.

lunedì, febbraio 15, 2010

Presumo, dunque sono

Io sono una donna presuntuosa.
E potrei fermarmi qui.
Ma ho alcune cosette da rivendicare in proposito.
Se significa smazzarsi dalla mattina alla sera, prevedere i bisogni di tutta la famiglia, avere delle idee in continuazione - castrate da chi magari è meno sognatore -, pensare che tutto quello che si fa ha un senso per il semplice fatto che siamo qui ed ora, prevedere il futuro - sì, avete letto bene -, prevedere il futuro con i dati alla mano, sognare - cazzo! - sognare, permettersi un'alzata di testa ogni tanto e far fuoriuscire dall'orifizio buccale motti di sfottò o di ironica presa in giro, pensare di avere le idee chiare su alcune cosette, mentre intorno è tutto un fluttuare di incertezze, avere la certezza che tutti i nodi prima o poi verranno al pettine perché il proprio comportamento è retto ed onesto e non potrebbe essere altrimenti, lasciarsi indietro le persone che ci hanno fatto soffrire ingiustamente con rimpianto per gli affetti perduti ma con la sicurezza di essere nel giusto, cercare di tendere al meglio, amare le cose belle, odiare l'ipocrisia e i non detti. Se questo significa essere presuntuosa, ebbene sì, lo sono e lo rivendico.
E ti dirò di più: non ne trovi un'altra così.
Tientelo per detto.

giovedì, febbraio 11, 2010

Progettualità

Dai, si, andiamo alla riunione di classe, con tutti i genitori a sentire cosa c'è di nuovo per questi pupi che l'anno prossimo affronteranno il primo anno di elementari.
Ora i bambini di 5 anni fanno, pre-lettura, pre-scrittura, pre-calcolo, pre-tutto.
Sanno disegnare insiemi maggiori, minori, equivalenti o equipotenti. Mentre io sono talmente vecchia che gli insiemi non li avevano ancora scoperti.
Hanno una perfetta consapevolezza della loro identità, del loro posto nel mondo, nella famiglia, nella scuola. Sono miniature di ominidi perfettamente funzionanti. Si baciano anche sulla bocca.
Allora insomma ci troviamo con tutti questi genitori, tutti grossomodo ansiosi nei confronti della nuova scuola che i figli si troveranno ad affrontare, tutti ugualmente protesi verso le maestre nel tentativo di carpire qualche segreto sulla futura composizione delle classi. Ma il momento clou si raggiunge durante l'esposizione del cosiddetto "progetto di continuità", che sarebbe un progetto comune alla materna, alla primaria e alle medie dello stesso plesso scolastico. Ora, di per sé non ci sarebbe nulla di strano. Codesto progetto dura due anni. Uno era l'anno scorso: favole del mondo. Quest'anno tocca ai giochi del mondo. Il libro che i nostri pupi si troveranno ad analizzare è il rinomato "Libro della giungla" noto ai più come un testo in cui si esplica il gioco in tutte le sue molteplici sfaccettature, nevvero? Ma tutto questo solo dopo aver esaminato il gioco in tutti i continenti. Epperò, siccome l'è dura fare un gioco per ogni continente, ne prenderemo uno italiano (o guarda caso!) e i bambini lo costruiranno con le loro manine. Molto casualmente lo scheletro di codesto gioco (un elefante alla cui proboscide si infilano anelli colorati) è già stato fatto dal volenteroso marito di una delle insegnanti. Sicché i nostri bimbi, oltre ad imparare tutti i segreti della giungla, avranno solo da colorare l'elefante e la sua protrusione, esprimendo al meglio il loro talento creativo. A me, sinceramente, come progetto, pare un po' tirato per i capelli. Cioè mi dà più l'aria di un progetto cui servirebbero cinque anni per essere sviscerato e correttamente realizzato...ma insomma, visto che abbiamo di fronte ominidi quasi perfetti...

venerdì, febbraio 05, 2010

In love

"...o forse si stava avvicinando a quella condizione di vulnerabilità del cuore in cui anche i dettagli più minuti e banali assumono un carattere luminoso, trasfigurante." [Jonathan Coe, La casa del sonno]

Questa frase riassume appieno il fragile eppur così fondamentale percorso dell'innamoramento. Quell'attimo che abbiamo conosciuto mille volte (io un milione, continuo ancora adesso che sono sposata ad innamorarmi delle persone, uomini e donne, poco importa). La "vulnerabilità del cuore", che tante altre volte teniamo chiuso in una teca, gelosamente custodito per non farlo vedere a nessuno, nel caso dell'innamoramento si spalanca al mondo, alla persona che abbiamo di fronte rendendoci nudi all'altro e in fondo indifesi.
Ed è poi quella cosa che tutto sommato scompare in una relazione lunga, perché si tirano su tanti muri, pareti più o meno solide a delimitare il territorio. Quello che è mio è mio, quello che è tuo è tuo. E non ci lasciamo più andare all'osservazione stupita di quelle banalità che prima costituivano l'essenza pura del nostro avvicinamento all'altro.
La scoperta dell'altro, di un altro che ci attira, amico o amore.
Perché, secondo me, il meccanismo dell'amicizia è lo stesso: passa per la meraviglia, per lo stupore della novità della differenza, del particolare insignificante che però ci fa diversi l'uno dall'altra e ci fa piacere quella cosa che noi non abbiamo.
Io me li ricordo così, tutti i miei innamoramenti.
Ché poi l'amore è un'altra cosa.
E' più di viscere e meno di cuore. E' più fatica che leggerezza. E' più costruzione che osservazione.