mi commuovo al travaglio di un cuore
sull'orlo del burrone
quando sta per cadere nell'ignoto
si farà male o
si impiglierà in un ramo a sorreggerlo
con le farfalle nella pancia
tese a spiccare il volo
nell'ineluttabile impazienza
del qui e ora
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giovedì, ottobre 09, 2014
martedì, ottobre 07, 2014
Del sopportare sette anni di sfiga.
"Forse alla fine sono semplicemente un CODARDO", ha detto e quanti ce ne sono e che cosa significa essere un codardo? questa è la domanda che mi si insinua nel cervello probabilmente ha a che fare con una questione di coda, che un cane tiene bassa se ha paura boh io non me ne intendo di animali il dizionario Treccani lo definisce così un codardo: "di persona che, per viltà, evita di affrontare rischi o pericoli" e di per sé non ci sarebbe niente di male nell'evitare di affrontare rischi e pericoli, tenere il culo o la coda al caldo è sicuramente una decisione propizia in certi frangenti quindi mi domando dov'è che si trasformi in accezione negativa perché la parola "codardo" ha sicuramente un'accezione negativa, tanto più se uno se la dice da solo quasi in segno di resa all'impossibilità di agire nello sprezzo del pericolo o alla paura delle conseguenze, ma riflettendoci bene chi agisce nello sprezzo del pericolo è un EROE e non è cosa per tutti essere un eroe quindi tutto sommato darsi del codardo non è poi così grave in un ottica universalistica, certo io son codardo ma quanti altri lo sono! quindi non è un'attitudine così spregevole, siamo in tanti, in tanti che non riusciamo a prendere in mano le nostre vite e io perché dovrei essere peggio di un altro? in questo caso darsi del codardo significa giustificarsi platealmente - hai visto quanti siamo? - rendere meno penosa l'evidenza di quello che sentiamo all'interno di noi stessi perché ci hanno sempre insegnato che essere/fare l'eroe della storia è la parte più prestigiosa, più ricca di contenuti, di colpi di scena, di climax avventurosi, e questo cozza con la codardia, ma di fatto se codardi siamo in tanti e uno solo è l'eroe, tant pis, tanto peggio come dicono i francesi, non è che casca il mondo anzi ci sono più chance di cavarsela di rimanere a galla di non farsi prendere da una freccia in pieno petto visto che - se siamo codardi e non eroi - non saremo mai in prima fila e questo è un grande ALIBI altrimenti come lo vogliamo chiamare come comportamento? mi viene in mente solo alibi, una "motivazione che giustifica o discolpa" (Treccani) e quindi alla fine si torna all'inizio e cioè che la codardia è una automotivazione che giustifica o discolpa da un gesto che non siamo stati capaci di fare, da una decisione che non siamo stati capaci di prendere, da uno strappo che non siamo stati in grado di ricucire: "sono semplicemente un codardo" è una frase che ci fa sentire meglio, che paradossalmente ci dà ancora la forza di guardarci allo specchio che non si spaccherà nemmeno nel rifletterci perché se non siamo eroi, non siamo nemmeno in grado di sopportare sette anni di sfiga.
domenica, giugno 24, 2012
Precaria anche la mente
In questo blog, che da molti anni accompagna la mia vita, mi sono trovata più volte a discutere di perdita del lavoro. Anche noi ultraquarantenni siamo una generazione di precari. Noi che non abbiamo vinto concorsi, noi che per i casi della vita abbiamo cambiato più volte lavoro, anche contenti di farlo per certi versi, noi che vorremmo essere trattati come professionisti, noi che abbiamo un sacco di competenze, perfino noi, che siamo così forti, abbiamo maturato un senso di smarrimento. Perché invece non siamo né carne né pesce. Ecco io oggi abbasso le armi. In un mondo che non considera il merito ma solo il tornaconto, una persona come me che lavora con competenza e passione viene fatta fuori perché la competenza e la passione non interessano a nessuno. Non fanno vincere, né guadagnare. Sono accessori pressoché inutili. Il prodotto non conta niente. E io - per quanto impalpabile sia quello che produco, poiché attiene più direttamente alla sfera dell'elaborazione concettuale che a quella di una roba che puoi tenere in mano -, il mio prodotto lo faccio con cura, competenza e passione. Diciamo che oggi mi sento come un operaio qualificato rimandato a casa ma non perché il suo lavoro non va bene, ma perché non serve più che lo faccia. Semplicemente. E il tutto condito da complimenti, tipo ah come hai lavorato bene, sei stata fondamentale, però grazie e arrivederci. E la filosofia del precario consapevole pare che sia diventata quella che bisogna lavorare bene e fino alla fine del contratto. Perché poi troverai qualcos'altro per altrettanto poco tempo che ti lascerà col culo per terra in meno tempo che non si dica e dovrai sempre avere l'orgoglio precario di dire sono un libero professionista, libero di andare e venire, più di andare che di venire. Io di questo cosiddetto orgoglio precario me ne frego. Io vorrei solo che funzionasse il principio che quando sei lavoratore precario, se lavori bene puoi continuare a lavorare. Che se anche non ti rinnovano il contratto nel posto in cui stai per x ragioni, appena esci fuori ne hai già un altro pronto. Allora e solo allora si potrà parlare di flessibilità. Non mi frega di avere un contratto per la vita. Io voglio poter lavorare. Voglio poter produrre. E questo, invece, mi pare che non interessi più a nessuno.
giovedì, maggio 03, 2012
Lubrìficami e ti dirò di che morte devi morire
Il problema, quando si ha un'idea da comunicare, è quello di renderla chiara, intellegibile a menti diverse ed esterne dalla propria. La mia attenzione oggi si è concentrata su una frase letta su un libro, che potrebbe essere un qualunque libro, eccetto che l'autore è sicuramente miliardario, quindi in linea di principio il suo pensiero è parecchio diffuso in giro per il globo. Ed è una frase che mi ha aperto un mare di interrogativi inquietanti, perché di fatto si presta ad una serie di interpretazioni - anche opposte tra loro - offrendo la sponda a discussioni che nella società odierna dovrebbero moltiplicarsi in maniera esponenziale almeno proporzionalmente all'aumento della durata media di vita.
La vecchiaia è la vaselina della credulità.
Lo so che siete ammutoliti.
Ma ammetterete che la frase è d'impatto.
Quasi come - chessò - La pazienza è la virtù dei forti. E potrei fermarmi qui.
Ma c'è un contrasto troppo forte. Vecchiaia e Vaselina sembrano essere due termini almeno semanticamente incompatibili. Nessuno di noi associa neanche per sbaglio "vecchiaia" e "vaselina" nel suo immaginario per fervido che sia, a meno che non sia un incallito gerontofilo, ma insomma facciamo che qui sono eventualmente pochi. E, ad aumentare il divario, l'altrettanto evidente incompatibilità di sfera semantica con il terzo termine, "credulità". Al massimo possiamo immaginare che un vecchio sia credulone qualora permanga in uno stato di senile rimbambimento. Allora potremmo dire che "La credulità è la vaselina della vecchiaia", vale a dire che il fatto di essere o diventare creduloni facilita l'essere vecchi, aiuta, favorisce la condizione di col* che è in là con gli anni e quindi prossim* alla fine della propria esistenza. Meglio essere creduloni che agnostici. In vista di un eventuale aldilà. Un'attitudine mentale, quindi, una predisposizione che aiuta a sopportare la vecchiaia, sopportazione metaforicamente indicata - forse un po' rozzamente, ne convengo - con unguento che abitualmente coadiuva e facilita certo tipo di rapporti sessuali, presumibilmente non troppo praticati da persone anziane. Questo ribaltamento avrebbe, direi anzi che ha, un certo qual senso.
Ma concentriamoci sulla frase che lo scrittore miliardario enuncia e che ci preme interpretare per cavarne un senso compiuto, per impresa impossibile che possa apparire allo stato attuale della riflessione epistemologica e filosofica mondiale. Secondo me il senso è lo stesso della frase precedente e cioè che la vecchiaia è facilitata, coadiuvata, accompagnata dalla credulità, per essere sopportabile. In questo caso la vaselina è proprio ciò che facilita la sopportazione del tramonto della vita. Trovo assolutamente assurda, però, la sintassi di questa frase. A meno che non esista, a mia insaputa, un'altra accezione di vaselina, alla quale mi rimetterei chiedendo lumi. E questa costruzione mi disturba, mi fa perdere tempo e soprattutto mi fa pensare brutte cose sulla vecchiaia, tipo che per essere più pronta ad affrontare la vecchiaia mi dovrò munire di un tubetto sempre pronto all'uopo etc etc. E insomma, come tutte le massime, nessuno le capisce veramente e soprattutto nessuno ci metterà mai sotto la firma, sapendo magari che potrebbe capitarmi tra le grinfie.
martedì, settembre 20, 2011
E sempre di fuffa si tratta
Sono fuori di me dall'indignazione. A me questi surrettizi articoli su repubblica.it, mascherati da studi scientifici, per asserire concetti che ribadiscono il disprezzo e la pretesa inferiorità del genere femminile mi fanno venire il sangue al cervello. La donna diventa madre e questo non glielo può togliere nessuno. E siccome, per quanti sforzi vengano fatti per sminuire l'importanza fondamentale dell'atto "maternità", per svilirlo, per svuotarlo di senso, questo atto continua e continuerà a ripetersi in maniera assolutamente identica ed immutabile nei secoli dei secoli, allora tiriamo fuori il corpo dei papà che si modifica dopo il parto (il parto della madre, no ma il solo pensiero di questo concetto aberrante è assurdo) perché l'istinto di paternità è diventato innato. E questo perché qualsiasi ricerca, anche assolutamente priva di credenziali, assurge a referenza sull'argomento. Siamo al punto che bestialità tipo che l'orgasmo della donna sarebbe di per sé "un fenomeno"inutile", un sottoprodotto accidentale dell'evoluzione maschile", si possono trovare in un articolo piazzato in bella vista nella categoria "Scienze" di Repubblica. Perché chiunque blatera di qualsiasi cosa su un media assurge a guru sull'argomento. E quel che fa più effetto è che questo meccanismo si mette in moto dovunque, su qualsiasi mezzo, di destra di sinistra, illuminato o meno. Allora io mi chiedo: ma la colpa è del giornalista che enfatizza la di per sé insignificante questione creando un caso pruriginoso; è del ricercatore che perde il suo tempo su minchiate colossali a causa di finanziamenti impazziti che vanno in direzioni assurde; oppure la colpa è della società/opinione pubblica/politica che innesca questi meccanismi per rassicurare il genere maschile che ha ancora una qualche utilità, ancora un qualche senso oltre a quello spermatozoo pur (e forse non per sempre) indispensabile? Siamo in un paese che discute tutto il santo giorno di fuffa, inteso come organo sessuale femminile. Mascherata dietro elucubrazioni moralistiche sulla condotta di un presidio governativo che semplicemente rispecchia l'andamento e la decadenza sociale e culturale del nostro paese. Fuffa per tutti sembra dire la prima pagina di repubblica.it. Fuffa per tutti i maschi che non sembrano avere molto altro per divertirsi. E fuffa anche per tutte le donne che la guardano con cupidigia, questa fuffa. Impazienti che qualcuno guardi presto anche la loro. Magari in eurovisione.
mercoledì, aprile 21, 2010
Uguali differenze
Chi mi conosce sa che la questione mi ronzava in testa da parecchio.
Ed evidentemente non sono la sola donna che ha problemi con l'attuale condizione femminile.
Mi sofferemerei su due articoli.
La cosa in comune sembra essere sempre la stessa, l'unica, l'immarcescibile: lo sfruttamento della donna, e nei tempi contemporanei, anche della sua immagine, rimanda sempre e comunque un'immagine spregiativa, diminutiva, inane e inattiva rispetto alla realtà che la circonda, anche se nella realtà, e questo lo vediamo tutte/tutti ogni giorno, la donna è parte attiva e motrice del mondo.
La conclusione di Susanna Tamaro è: "Siamo in mille, ma siamo sole".
La conclusione di Cristina Comencini è che l'errore del femminismo è stato non andare fino in fondo, non aver "trasformato le grandi scoperte di quegli anni in diritti acquisiti e sorvegliati".
Io penso che l'idea della Comencini sia abbastanza realistica. Aver studiato a fondo il femminismo degli anni '70 e '80, mi dà strumenti sufficienti per poter dire che gli argomenti sono stati sviscerati abbondantemente all'epoca e in maniera assolutamente strutturata. Ma oggi, nella pratica quotidiana, nella vita così come viene vissuta dalla maggior parte delle donne (o almeno di quelle che io conosco) e dalle immagini delle donne che mi rimanda la società, io vedo poca acquisizione di quei diritti e men che meno sorveglianza.
L'idea di uguaglianza tra i sessi, motore del femminismo degli anni '70, è rivoluzionaria nella sua portata. Ma non è definitiva. Non possiamo essere uguali perché siamo troppo diversi, a partire dalla nostra fisicità. Così l'uguaglianza ha un senso se diventa condizione necessaria alla differenza. Non possiamo scoprire la ricchezza della differenza se non partiamo da una base (sociale, civile, civica e giuridica) di uguaglianza. Questo, secondo me, è l'insegnamento di vent'anni di femminismo, di cui si parla ormai raramente.
Differenza come ricchezza, come crescita, come peculiarità speciale dell'altro/a, che necessariamente diventa chiunque altro. Il discorso del femminismo degli anni '80 (uno su tutti quello di Luce Irigaray), che comunque senza il "femminismo dell'uguaglianza" non sarebbe mai intervenuto, è fondamentale per comprendere la costruzione dell'identità femminile. Di un'identità specifica e non dipendente o fondata su valori maschili o rappresentativi dell'universo maschile.
E però nel mondo di oggi, in questo mondo fatto di bit (o bot) più che di diritti, c'è chi ancora crede che le cose possano cambiare. Che la donna non debba essere rappresentata dalle sue tette perché un giorno ha deciso di bruciare in piazza il reggiseno, o dal suo culo perché un giorno tutti gli uomini sono stati i benvenuti nel suo letto.
I due articoli che ho citato rappresentano due visioni opposte: la Tamaro è inattiva, critica semplicemente la situazione senza proporre soluzioni (lecito, ma poco interessante), la Comencini si interroga onestamente sul perché il mondo non sia cambiato nella direzione verso cui le donne lo stavano spingendo a tutta birra. E la sua risposta è che non è stato fatto abbastanza.
Vale a dire facciamo di più.
Facciamo ancora.
Facciamoci sentire ancora.
Ritornare in piazza è la mia conclusione.
Come da tempo si sarebbe dovuto fare.
Perché la nostra classe politica maschile e (fatemelo dire) assolutamente fallocentrica è talmente occupata a guardarsi ombelichi e sistemarsi parrucchini che solo un intervento cruento può attirare l'attenzione, un'attenzione interrotta ma dovuta, un'attenzione necessaria per portare a termine un'operazione di civiltà e diritto incompleta.
Ed evidentemente non sono la sola donna che ha problemi con l'attuale condizione femminile.
Mi sofferemerei su due articoli.
La cosa in comune sembra essere sempre la stessa, l'unica, l'immarcescibile: lo sfruttamento della donna, e nei tempi contemporanei, anche della sua immagine, rimanda sempre e comunque un'immagine spregiativa, diminutiva, inane e inattiva rispetto alla realtà che la circonda, anche se nella realtà, e questo lo vediamo tutte/tutti ogni giorno, la donna è parte attiva e motrice del mondo.
La conclusione di Susanna Tamaro è: "Siamo in mille, ma siamo sole".
La conclusione di Cristina Comencini è che l'errore del femminismo è stato non andare fino in fondo, non aver "trasformato le grandi scoperte di quegli anni in diritti acquisiti e sorvegliati".
Io penso che l'idea della Comencini sia abbastanza realistica. Aver studiato a fondo il femminismo degli anni '70 e '80, mi dà strumenti sufficienti per poter dire che gli argomenti sono stati sviscerati abbondantemente all'epoca e in maniera assolutamente strutturata. Ma oggi, nella pratica quotidiana, nella vita così come viene vissuta dalla maggior parte delle donne (o almeno di quelle che io conosco) e dalle immagini delle donne che mi rimanda la società, io vedo poca acquisizione di quei diritti e men che meno sorveglianza.
L'idea di uguaglianza tra i sessi, motore del femminismo degli anni '70, è rivoluzionaria nella sua portata. Ma non è definitiva. Non possiamo essere uguali perché siamo troppo diversi, a partire dalla nostra fisicità. Così l'uguaglianza ha un senso se diventa condizione necessaria alla differenza. Non possiamo scoprire la ricchezza della differenza se non partiamo da una base (sociale, civile, civica e giuridica) di uguaglianza. Questo, secondo me, è l'insegnamento di vent'anni di femminismo, di cui si parla ormai raramente.
Differenza come ricchezza, come crescita, come peculiarità speciale dell'altro/a, che necessariamente diventa chiunque altro. Il discorso del femminismo degli anni '80 (uno su tutti quello di Luce Irigaray), che comunque senza il "femminismo dell'uguaglianza" non sarebbe mai intervenuto, è fondamentale per comprendere la costruzione dell'identità femminile. Di un'identità specifica e non dipendente o fondata su valori maschili o rappresentativi dell'universo maschile.
E però nel mondo di oggi, in questo mondo fatto di bit (o bot) più che di diritti, c'è chi ancora crede che le cose possano cambiare. Che la donna non debba essere rappresentata dalle sue tette perché un giorno ha deciso di bruciare in piazza il reggiseno, o dal suo culo perché un giorno tutti gli uomini sono stati i benvenuti nel suo letto.
I due articoli che ho citato rappresentano due visioni opposte: la Tamaro è inattiva, critica semplicemente la situazione senza proporre soluzioni (lecito, ma poco interessante), la Comencini si interroga onestamente sul perché il mondo non sia cambiato nella direzione verso cui le donne lo stavano spingendo a tutta birra. E la sua risposta è che non è stato fatto abbastanza.
Vale a dire facciamo di più.
Facciamo ancora.
Facciamoci sentire ancora.
Ritornare in piazza è la mia conclusione.
Come da tempo si sarebbe dovuto fare.
Perché la nostra classe politica maschile e (fatemelo dire) assolutamente fallocentrica è talmente occupata a guardarsi ombelichi e sistemarsi parrucchini che solo un intervento cruento può attirare l'attenzione, un'attenzione interrotta ma dovuta, un'attenzione necessaria per portare a termine un'operazione di civiltà e diritto incompleta.
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venerdì, marzo 26, 2010
Prove tecniche di cittadinanza
"Odiare mascalzoni è cosa nobile.
E a ben vedere significa onorare gli onesti."
(Quintiliano, citato da Luttazzi a Raiperunanotte).
Trovo che questa frase esprima in maniera molto semplice ed efficace il comportamento delle persone rette.
Questo senso di integrità, di giustizia, di probità, di fiducia che molti dei nostri padri ci hanno trasmesso e che molti figli purtroppo non sono riusciti ad accogliere.
Qualcosa che fa la differenza fra le persone oneste e i mascalzoni.
In qualsiasi città, paese o continente ci si trovi.
Infatti prossimamente toglieranno letteratura latina al liceo.
E a ben vedere significa onorare gli onesti."
(Quintiliano, citato da Luttazzi a Raiperunanotte).
Trovo che questa frase esprima in maniera molto semplice ed efficace il comportamento delle persone rette.
Questo senso di integrità, di giustizia, di probità, di fiducia che molti dei nostri padri ci hanno trasmesso e che molti figli purtroppo non sono riusciti ad accogliere.
Qualcosa che fa la differenza fra le persone oneste e i mascalzoni.
In qualsiasi città, paese o continente ci si trovi.
Infatti prossimamente toglieranno letteratura latina al liceo.
Raiperunanotte in chat
Grazie a tutti, di cuore, per aver voluto condividere in chat questa serata così importante per la nostra libertà di parola.
E' stato bello sentirsi in tanti!
E' stato bello sentirsi in tanti!
giovedì, marzo 25, 2010
Raiperunanotte
SUL BLOG LA MERINGA
QUESTA SERA, ALLE ORE 21H00,
DIRETTA IN STREAMING DI
RAIPERUNANOTTE
CON MICHELE SANTORO.
LIBERA LA TUA PAROLA SULLA CHAT.
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