lunedì, maggio 31, 2010
La zavorra
Ve lo giuro che l'ho sentita questa e mi è stato detto che il tizio in questione era tutto fiero della sua ricomparsa a corpo morto nella vita della sua di molto ex fiamma, perché la vita si è fermata per lui in quel momento in cui ha fatto la cazzata della vita sua e non riesce ancora a rassegnarsi che la vita della sua ex fiamma sia invece ricominciata e continuata a veleggiare di molto a largo, senza la zavorra dello stronzo, che quella pesa e infetta anche parecchio.
venerdì, maggio 28, 2010
Errare humanum est
E io sono una che prende iniziativa, una che fa, decisionista, insomma.
E quindi faccio un sacco di cazzate.
Ma meglio questo che l'inedia.
giovedì, maggio 27, 2010
Panze come militari nei ranghi
mercoledì, maggio 26, 2010
Success in the network
Cos'è che decreta e misura dunque il successo?
Mi preme, in realtà, focalizzarmi sui social network che sono una misura di successo molto vicina a noi comuni mortali.
Tipo io scrivo una cosetta su Facebook e c'ho una trentina di commenti, alcuni anche prolissi, tutti abbastanza pertinenti.
Scrivo una cosetta su Friend Feed e ricevo più di cento commenti, spesso segni di assenso, ma altrettanto spesso manifeste e anche insultanti disapprovazioni.
Scrivo una cosetta sul blog e si arriva a malapena ad una ventina di commenti, anche parecchio articolati e nella loro maggior parte di approvazione per il contenuto.
Ergo, ne deduco, che essere popolari sulla rete non significa esattamente essere approvati. Se la popolarità si misura con i numeri, allora l'approvazione, la comprensione del concetto espresso, la condivisione del principio, se così possiamo dire, non conta un accidente.
Ciò che conta è chi urla più forte.
Chi si sbraccia di più indipendentemente da quello che dice.
L'impressione che ho della popolarità in rete è un immenso reciproco insulto, come mi è piaciuto evidenziare in un misero 3d (si dice così e nessuno osi chiedermi cosa significa, ignoranti!) su FF (misero perché ha superato e solo di poco i 50 commenti):
"Per noi, no, che siamo nuovi di FF, vedere come la gente qui si manda a cagare è fuori da ogni immaginazione. E' come se tu incontri uno per strada, ti rivolge la parola e tu gli dici: Vaccagare."
Ecco, questa è la popolarità. Oggi.
lunedì, maggio 24, 2010
Cose da uomini
Cazzo. In una botta sola mi sono beccata della "casalinga" e della "mamma sconsiderata".
E invece di saltargli al collo, io mi sono pure giustificata, seppure in tono scocciato: "Ma io veramente sono pure laureata. Vorrei riprendere a lavorare prima o poi e se le bimbe non fanno il tempo pieno non è possibile".
Epperò, nel caso in cui il mio interlocutore sia mio marito, non gliene faccio passare una.
Ieri la discussione verteva sul fatto che io me la prendo, secondo lui, per delle stupidaggini. Per cose di poca importanza, che non necessitano un tale rodimento. E che, insomma, non vale la pena stare male per così poco. Ho cercato di fargli capire che è proprio lasciando correre certe "stupidaggini" - che lo sono, ci mancherebbe, lo sono -, le madri tirano su maschi assolutamente distratti da tutto ciò che è casalingo e che costituisce comunque inevitabilmente la base della vita di ogni famiglia. E i mariti (maschi) sono distratti perché le loro madri hanno lasciato correre sul fatto che i loro figli non prestassero attenzione a dove buttavano i vestiti, a smollicare per terra profusamente, a non sgrullarsi le mani nel lavandino dopo essersele lavate. Tutte cose di poca importanza. Concordo. Così come un mattone, di fronte all'intero palazzo, è di poca importanza. Ma mattone su mattone si costruisce il palazzo. E stupidaggine dopo stupidaggine si costruisce il carattere di una persona. Che incidentalmente poi io mi trovo per marito.
Quello che volevo cercare di far capire a mio marito è che io me la prendo così per delle stupidaggini perché è un ingiusto privilegio quello di avere una persona che ti pulisce e mette a posto tutto quello che lasci dietro di te di sporco e disordinato. Ed è un privilegio che non è giusto che lui abbia, perché questo carico di quotidianità (e non intendo qui il macroscopico, tipo lavare i piatti, per terra, i bagni etc.), di "stupida" quotidianità, di "invisibile" quotidianità, che può diventare però faticosissima - e non è che perché io sono donna e incidentalmente casalinga che mi diverta a farlo -, se invece viene diviso in due può essere più piacevole, più giusto e più vivibile.
Nell'attesa di poter schiavizzare le nostre figlie, ovviamente.
venerdì, maggio 21, 2010
Se si svegliavano prima, magari....
E dov'erano tutti gli altri, che adesso vogliono andarsene, quando avrebbero potuto fare qualcosa??
Non avremmo avuto 15 anni di egemonia politica e televisiva se più giornalisti non avessero avuto paura per la loro poltrona e soprattutto di avere delle opinioni.
A me questa domanda mi ronzava in testa da anni: ma dove stanno i giornalisti? possibile che siano tutti prezzolati, che abbiano tutti paura? Ecco, adesso cominciano ad uscire fuori.
Ma non è troppo tardi?
Avrebbero potuto fare qualcosa per la società civile, avrebbero potuto dare esempio di integrità molto prima, e non influenzare l'opinione pubblica avallando servizi faziosi e senza notizie.
Adesso, secondo me, è un gesto abbastanza privo di significato.
mercoledì, maggio 19, 2010
Rosicare humanum est
Per chi non fosse romano, rosicare significa sbatasciare i propri denti su superfici di estrema durezza e ruvidità per sfogare i propri istinti omicidi irrealizzabili nei confronti di persona ampiamente più capace/fortunata/bella/intelligente di noi.
Questo perpetuo movimento conduce, ovviamente, a continui malvagi ed ossessivi nonché perversi pensieri.
Il rosicone viaggia su due lunghezze: quella della realtà (sua) estremamente insoddisfacente e quella della (splendida) realtà (altrui) oltremodo fantastica e sprizzante felicità. Che codesta felicità sia vera oppure del tutto inventata non ha peso alcuno sul nostro personaggio. Ciò che gli interessa non è l'agire altrui, ma le sue conseguenze. Che egli non riesce in alcun modo a riprodurre in seno alla sua esistenza, nonostante il suo agire infinitamente migliore (secondo lui).
Aggiungiamo, inoltre, che codesto viaggio parallelo si traduce in una perdita secca di senso. Senso della realtà ovviamente.
Evento che porta inevitabilmente a manie di persecuzione, ossessioni compulsive farneticanti, mitomania in generale.
Che, come ho più volte evidenziato nell'articolato percorso del mio blog, è la piaga del XXI secolo.
sabato, maggio 15, 2010
Io adòro questa donna perché ottiene sempre quello che vuole!
Ma veniamo al dunque.
Come è andata l'operazione, tesoro?
C'ho del materiale per il tuo blog, preparati! Non sai cosa ho fatto!
No dimmi sono tutta orecchi.
Stamattina in sala operatoria ho minacciato l'anestesista.
E di cosa, di grazia!
Voleva costringermi a togliermi lo smalto, ma tu ti reeendii conto? Avevo passato tutta la serata di ieri a metterlo perché se il mio best friend gay mi vede senza smalto quando mi viene a trovare in clinica dopo l'operazione mi dice che mi trascuro. Tu capisci che ho dovuto insistere con quelli della sala operatoria perché me lo lasciassero lo smalto. Non ho sentito ragioni. Ma anche loro hanno insistito parecchio...alla fine sono riuscita a farmi togliere solo quello dell'unghia del mignolo del piede! Un miiiito!
Ommioddio - faccio io, sconvolta, eh ma scusa come sei riuscita a convincerli?
Cara mia, la classe non è acqua. Mi volevano togliere pure le mutande ma io col cavolo che me le sono lasciate sfilare. Ho vinto su tutta la linea in quella sala operatoria! Adesso lo sto aspettando il mio best friend gay, non vedo l'ora che arrivi. Anzi, guarda, ora ti lascio che mi vado a rimettere lo smalto al mignolo! Se no lui mi dice che mi lascio andare!
P.S. Amica mia, questo post, come penso tu possa immaginare, scatenerà sicuramente commenti contrastanti, a volte anche di un certo spessore e qualità. Ti prego di non prendertela però. Col succulento materiale che mi hai concesso non potevo certo esimermi!
giovedì, maggio 13, 2010
L'invasione degli ultracorpicioni
Ancora più grande del disordine di mia figlia in salone e nella sua stanza.
Ancora più grande di cosa fare per cena, ché queste due non mangiano niente ed il frigo è imbarazzantemente vuoto.
Ancora più grande di questa pioggia che non smette mai.
Ancora più grande del tempo che passa inesorabile sulle mie occhiaie, sulle mie mani, sui miei neuroni.
Ed è la prova costume.
Nel senso che non so come il costume potrà contenere il mio sederone.
Che si era di parecchio smagrito l'anno scorso, ma che attualmente ha riacquistato molta della sua ciccia. Sederone scomposto che rischia di farmi sfigurare sulla spiaggia, io sirenona incompresa dell'etere.
E poi, quando c'hai due bambine che scorrazzano sulla sabbia non puoi mica perdere tempo a sistemare la tua chiappa che sfugge alla disciplina. E chiappa su chiappa, ci sarà l'invasione degli alieni se non corro ai ripari.
E qui la buona notizia: la materia prima non manca.
Piove ininterrottamente da 24 ore.
Tutta quest'acqua raccolta in appositi contenitori potrà fare l'affare da qui al 1 luglio, quando sul litorale laziale eviterò l'invasione degli ultracorpicioni.
Mi ciberò solo di questo puro nettare per tornare silfidica come (non sono mai stata)!
martedì, maggio 11, 2010
La malattia di un bambino
Seguire una nuova vita implica moltissime decisioni. Già è difficile decidere per se stessi, figuriamoci per qualcun altro. Il confronto, poi, è importantissimo. Con altri genitori, con altri contesti sociali, con la scuola, con altri bambini. Fa crescere, come in qualsiasi altro campo.
Poi, ci sono dei momenti di disperazione, di scoramento, di non saper che fare.
Nei giorni scorsi sono venuta in contatto con una realtà a me sconosciuta: la sindrome di Costello.
La malattia di un bambino.
Ma una di quelle malattie che colpiscono un bambino su 24.000.000.
Una di quelle malattie croniche e con complicazioni spesso mortali.
Una di quelle che dici non potrà mai capitare a qualcuno che conosci.
E allora mi sono documentata. Ho letto, visto video e foto.
E mi sono detta che questi sono genitori che veramente meritano di essere genitori. Perché di fronte alla sofferenza e alla malattia non si disarmano, non abbassano le braccia, non abbassano la guardia. Mai.
E tutti noi genitori di figli "normali" dovremmo imparare da loro come si fa a non arrendersi mai.
Grazie Anahita, grazie Sergio perché avete la forza di affrontare ogni giorno questa vita sospesa con la stessa gioia che avreste se vostro figlio fosse "normale". E così facendo insegnate a tutti noi cosa significa vivere su questa terra in maniera da non dover rimpiangere nemmeno un attimo.
mercoledì, maggio 05, 2010
In medio stat virtus
Si commuove davanti ad un bambino caduto in un pozzo e lascia, per tramite delle persone più importanti per la crescita delle nuove generazioni, i maestri e - perché no - anche i bidelli, un bambino di 3 anni sporco di cacca fuori dalla porta della classe in punizione.
E questo è l'emblema del funzionamento di molte istituzioni in Italia.
Se ci sono le persone dietro a farle funzionare, a raddrizzare un'eccessiva rigidità della legge, ad ammorbidire la poca elasticità di talune discipline, allora la regola sarà una sana normalità, che nulla toglie alla dignità degli attori.
Ma se le "persone" interpretano le norme troppo alla lettera, o comunque non mettono l'anima in quello che fanno - e non faccio un discorso classista di dignità di mestieri, perché anche il netturbino che fa la raccolta a porta a porta a casa mia, se non ha un minimo di elasticità non dovrebbe raccogliere nulla di quello che non è rigidamente posizionato nel mastello perché tutti i mestieri, secondo me hanno pari dignità - allora si crea l'eccezione molesta, come questa di Napoli, in cui per la poca elasticità (perché di questo si sarà trattato) di due o tre persone, ci rimette tutta l'istituzione, nonché la dignità di un povero bambino.
Io dico: smettiamo di versare lacrime per situazioni che non possiamo risolvere e che comunque non nobilitano la nostra italica identità e buttiamoci invece sull'attenzione all'altro, meno mediata da contesti mediatici e più produttiva di autentica solidarietà.
sabato, maggio 01, 2010
Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi....
Era d'uopo andare a vedere le circonvoluziooni amorose di quel bel pezzo del Favino.
Però, ecco, al di là dei patinati ambienti soldiniani, ché lui in questo è un maestro, per cui niente da dire, ho dei seri dubbi sulla credibilità della storia in sé.
Che messaggio vuole dare questo film? Parlare di tradimento? Parlare di sentimenti? Parlare di difficoltà economiche? Ne avevo sentite di tutti i colori prima di andare e sinceramente io non ho trovato nulla di ciò che era stato pomposamente annunciato: esplorazione dei sentimenti, dicevano molte recensioni.
Io ho visto molta esplorazione, anche fugace, di corpi, molti intensi primi piani, ma non ho"sentito" niente.
Quello che mi scoccia di più, in una serie di luoghi comuni inquietanti, è che per una volta il compagno orsacchiotto non è veramente un soggetto. E' un uomo che non ha la fortuna di essere attraente, ma che ha tantissime qualità come essere umano e soprattutto per far funzionare un rapporto. E ovviamente uno così va tradito.
Ma tradiamo uno che ci ignora, che non ci dà nemmeno un bacio la mattina, non uno che ci lascia la colazione pronta quando esce! Cazzo. E, soprattutto, una carina e friccicarella come la protagonista aveva tutte le possibilità di trovarsi un compagno della vita figo come Favino. Invece di vivere con un orsacchiotto peloso e tenerone, nonché bruttarello, per poi tradirlo col figo sposato e padre squattrinato.
Tutti abbiamo bisogno di evadere dalla nostra grigia routine. Tutti.
Ma molto spesso dimentichiamo che basta poco per ravvivarla.
Che, in una coppia, la guardia non deve essere abbassata mai.
giovedì, aprile 29, 2010
L'età di tutti i mali
Dai V. non arrendiamoci. Io sabato scorso ero a conversare amabilmente con una mia amica in preda alle pene per il maschio deresponsabilizzato.
Non è meglio parlare di malanni dell'età?
lunedì, aprile 26, 2010
Il mastello friccicarello
E' venuto il giorno in cui il paesello della ridente campagna romana dove vivo si arrende all'ottemperanza della legislazione europea che entro il 2012 ci vuole tutti muniti di appositi mastelli per la raccolta della spazzatura differenziata porta a porta.
Se non finirà il mondo, dal 2012 saremo tutti più ecologici.
Noi tutto sommato ci portiamo avanti col lavoro.
Visto che l'abrivio non sembra dei più facili.
Nonostante l'informazione ai cittadini (una riunione per ogni zona), l'abitudine è cosa difficile da cambiare così da un giorno all'altro.
Il paesaggio anch'esso cambierà.
Non abbiamo più cassonetti per le strade, ma presto avremo solo mucchi di spazzatura gettata alla rinfusa da passanti di altri paesi.
In cambio possediamo 5 graziosi mastelli di conferimento (così li chiamano) per ogni casa, che ci vengono ritirati da apposito camioncino a giorni prestabiliti.
Tutto questo è molto hi-tech.
I mastelli stessi sono molto hi-tech.
Sono fatti per far fronte alle incursioni degli animali, con un bel maniglione di chiusura.
Peccato però che non siano antipioggia, e soprattutto anti-marito.
Infatti l'uomo tecnologico non ha ancora capito come funziona il maniglione (nonostante la lettura di depliants su depliants e le debite istruzioni della sottoscritta) ed ha depositato il mastello dell'umido non correttamente chiuso. Sicché stanotte animali di ogni genere, cani, cinghiali, gatti e stamattina anche un gabbiano, ci si sono avventati contro. Ed io ho dovuto raccogliere tutti gli avanzi dell'abbuffata. Credo che il cibo più gradito sia stato la sfoglia di pasta avariata che era nel frigo da mesi. Non ce n'era più nemmeno una briciola.
Ed oggi, primo giorno di raccolta, il netturbino è venuto alle 12h00, con tutta calma. Mica la mattina dalle 6 alle 8 come ci avevano annunciato.
E col cavolo che rimetto fuori i mastelli di notte.
Infatti, hic stantibus rebus, quello che rischia di più è mio marito.
mercoledì, aprile 21, 2010
Uguali differenze
Ed evidentemente non sono la sola donna che ha problemi con l'attuale condizione femminile.
Mi sofferemerei su due articoli.
La cosa in comune sembra essere sempre la stessa, l'unica, l'immarcescibile: lo sfruttamento della donna, e nei tempi contemporanei, anche della sua immagine, rimanda sempre e comunque un'immagine spregiativa, diminutiva, inane e inattiva rispetto alla realtà che la circonda, anche se nella realtà, e questo lo vediamo tutte/tutti ogni giorno, la donna è parte attiva e motrice del mondo.
La conclusione di Susanna Tamaro è: "Siamo in mille, ma siamo sole".
La conclusione di Cristina Comencini è che l'errore del femminismo è stato non andare fino in fondo, non aver "trasformato le grandi scoperte di quegli anni in diritti acquisiti e sorvegliati".
Io penso che l'idea della Comencini sia abbastanza realistica. Aver studiato a fondo il femminismo degli anni '70 e '80, mi dà strumenti sufficienti per poter dire che gli argomenti sono stati sviscerati abbondantemente all'epoca e in maniera assolutamente strutturata. Ma oggi, nella pratica quotidiana, nella vita così come viene vissuta dalla maggior parte delle donne (o almeno di quelle che io conosco) e dalle immagini delle donne che mi rimanda la società, io vedo poca acquisizione di quei diritti e men che meno sorveglianza.
L'idea di uguaglianza tra i sessi, motore del femminismo degli anni '70, è rivoluzionaria nella sua portata. Ma non è definitiva. Non possiamo essere uguali perché siamo troppo diversi, a partire dalla nostra fisicità. Così l'uguaglianza ha un senso se diventa condizione necessaria alla differenza. Non possiamo scoprire la ricchezza della differenza se non partiamo da una base (sociale, civile, civica e giuridica) di uguaglianza. Questo, secondo me, è l'insegnamento di vent'anni di femminismo, di cui si parla ormai raramente.
Differenza come ricchezza, come crescita, come peculiarità speciale dell'altro/a, che necessariamente diventa chiunque altro. Il discorso del femminismo degli anni '80 (uno su tutti quello di Luce Irigaray), che comunque senza il "femminismo dell'uguaglianza" non sarebbe mai intervenuto, è fondamentale per comprendere la costruzione dell'identità femminile. Di un'identità specifica e non dipendente o fondata su valori maschili o rappresentativi dell'universo maschile.
E però nel mondo di oggi, in questo mondo fatto di bit (o bot) più che di diritti, c'è chi ancora crede che le cose possano cambiare. Che la donna non debba essere rappresentata dalle sue tette perché un giorno ha deciso di bruciare in piazza il reggiseno, o dal suo culo perché un giorno tutti gli uomini sono stati i benvenuti nel suo letto.
I due articoli che ho citato rappresentano due visioni opposte: la Tamaro è inattiva, critica semplicemente la situazione senza proporre soluzioni (lecito, ma poco interessante), la Comencini si interroga onestamente sul perché il mondo non sia cambiato nella direzione verso cui le donne lo stavano spingendo a tutta birra. E la sua risposta è che non è stato fatto abbastanza.
Vale a dire facciamo di più.
Facciamo ancora.
Facciamoci sentire ancora.
Ritornare in piazza è la mia conclusione.
Come da tempo si sarebbe dovuto fare.
Perché la nostra classe politica maschile e (fatemelo dire) assolutamente fallocentrica è talmente occupata a guardarsi ombelichi e sistemarsi parrucchini che solo un intervento cruento può attirare l'attenzione, un'attenzione interrotta ma dovuta, un'attenzione necessaria per portare a termine un'operazione di civiltà e diritto incompleta.
martedì, aprile 20, 2010
Integrazione: quale futuro?
Per restare all'esempio della Germania e dell'immigrazione turca, la possibilità di vivere in un paese rigorosamente laico e con usi e costumi fondamentalmente diversi richiede un adattamento profondo fino alla modifica radicale dei propri usi e costumi anche religiosi o, in alternativa, si finisce per vivere in uno spazio-tempo delimitato dal non-abbandono delle proprie origini, di vita parallela senza possibilità di reale integrazione, di fatto un limbo. Kelek si è occupata anche molto di matrimoni combinati, di spose "importate" dal paese d'origine per mantenere quella sorta di status quo che garantisce un mantenimento (nella reiterazione) delle tradizioni di provenienza, ma sintomo dell'impossibilità dell'integrazione insita, se non in tutte, almeno in molte tipologie di immigrazione.
Chiaramente un libro del genere sovverte gli schemi. Sovverte quel politically correct che deve essere mantenuto per non turbare gli equilibri, gli animi, le sensibilità molteplici in questione.
Infatti in Germania ha provocato anche un certo dibattito.
Quel dibattito sempre salutare che ci dovrebbe costringere a guardare in faccia i limiti delle attuali politiche di integrazione (europee, italiane, ma anche tedesche), soprattutto sui grandi numeri, che invece sarebbero assolutamente necessarie in questo mondo sempre più meticciato.
venerdì, aprile 16, 2010
La morte fa paura
Oggi mi è capitato di leggere un post di Gilioli sul suo blog "Piovono Rane". Riguarda la morte di Vianello. E mi è sembrato particolarmente impietoso e accanito.
Riporto qui il mio commento:
"Non capisco, Gilioli, cosa c’entri il tabù della morte. E cosa poi ci sia di male a parlare rispettosamente della morte. Non lo facciamo forse (noi che ci diciamo di sinistra) nei confronti dei morti afghani e del lavoro che, per esempio, Emergency compie tutti i giorni? La morte è morte.
E non mi pare che lei abbia fatto della satira, con questo post, come magari ha fatto Staino dopo l’incidente aereo che ha coinvolto gran parte della gerarchia polacca.
Lei si ostina a rispondere che ci si “scaglia” qui contro un monumento mediatico eretto post mortem. Ma perché? Se fosse morto – mettiamo – Berlinguer oggi, lei non avrebbe tentato un post di lodi post mortem? E sicuramente, essendo stata molto mediatizzata la sua morte all’epoca, lo sarebbe stata ancora di più oggi.
E’ come se, il giorno della sua morte, Gilioli, qualcuno scrivesse un post del tipo: quest’uomo non merita compassione perché in morte di Raimondo Vianello ha scritto un post privo di compassione e anche pervaso di inutile disprezzo.
Lei pensa che il senso di una vita si riduca a questo?
La morte è il senso di una vita, che lo vogliamo o no.
Ed il senso di una vita è quello che lasciamo.
E io credo che Vianello abbia fatto sorridere e ridere molti di noi.
Secondo me lei farebbe cosa buona e giusta a fare un passo indietro.
Perché, a volte, ci si fa più bella figura."
mercoledì, aprile 14, 2010
Voulez-vous devenir citoyen français?
Perché nessun rappresentante dello stato laico in questo paese ha coraggio di rispondere al vaticano, nella persona di Bertone, se non l'Arcigay (che non è nemmeno un rappresentante dello stato laico).
Perché questo paese non riesce ancora a risolvere problemi e quesiti etici in maniera indipendente dalla chiesa cattolica.
Una chiesa peccatrice che si erge a fustigatrice di costumi.
Una chiesa che ha un'enorme trave nel suo occhio e guarda la pagliuzza in quella di normali cittadini, che tra l'altro non sarebbero nemmeno sottoposti alla sua giurisdizione.
Una chiesa che non capisce quando è il momento di fare mea culpa.
Una chiesa che maschera a stento, in questi frangenti di interregno morale (SUO), il suo razzismo, e il suo profondo disprezzo per la libertà di pensiero e di coscienza.
Una chiesa che trasuda l'orrore della decadenza e si aggira con un pugnale in mano mollando fendenti a destra e a manca.
Noi abbiamo rappresentanti dello stato laico che lasciano marcire in prigione onesti cittadini che operano in un paese straniero nel rispetto della vita e nel rifiuto della guerra.
Abbiamo rappresentanti che blaterano su riforme che non faranno mai e di una costituzione che probabilmente nemmeno hanno mai letto per intero.
Abbiamo rappresentanti che, se l'ambasciatore della Cina avesse detto che in Cina lo stato paga le mense dei bambini, lo avrebbero come minimo sanzionato.
Abbiamo rappresentanti che rappresentano il loro diritto. Punto.
Ognuno ha quello che si merita.
lunedì, aprile 12, 2010
In vino veritas
E non hai torto, amico caro, non hai torto.
Ma continuerò a volerti bene, perché la serata di sabato mi ha dato la prova inconfutabile della superiorità della femmina sul maschio, dell'adattabilità estrema dell'animale femmina che vi sopravviverà senza ombra di dubbio, persino chiusa in una cucina con tre bottiglie di vino. Perché noi siamo capaci di adattarci alle situazioni più impervie, costruendoci godimento da cose impensabili. Quando ci troviamo in quattro/cinque intorno ad una bottiglia, foss'anche di vino con le bollicine, noi non siamo capaci di stare zitte a guardare il nostro bicchiere svuotarsi in religioso silenzio. E probabilmente non saremmo in grado di farlo nemmeno sotto tortura. Nemmeno in nome della nobile arte dell'assaggio. Noi godiamo della reciproca compagnia e anche se non ci conosciamo, anche se non sappiamo niente l'una dell'altra finiremo la serata come amiche di sempre. Siamo proiettate all'ascolto dell'altro, più che in direzione del nostro ombelico.
E' per questo che viviamo di più.
Noi pensiamo in grande. Pensiamo a tutto tondo. E questo ci rende invincibili.
Anche se ci è sfuggito il pass per la degustazione più glamourous dell'anno!