Ma chi l'ha detto che la coerenza è un valore in assoluto se come ci voltiamo vediamo gente che si riempie la bocca di assoluti per poi scantonare quando qualcuno viene a farle i conti in tasca a questa gente che ha bisogno di dèi da adorare di cose da possedere di peccati da farsi perdonare e non è in grado di commuoversi davanti ad un cranio sfracassato davanti alla violenza gratuitamente subita davanti ad una donna ammazzata per "amore" davanti ad una madre che piange un figlio offesa e vilipesa da chi indossa un abito che dovrebbe proteggere invece di insultare ma che razza di mondo è diventato questo in cui prima di discutere si insulta prima di confrontarsi si sputano sentenze prima di sapere si giudica un mondo in cui non esiste più la mediazione il confronto il dialogo un mondo in cui nessuno è più d'accordo anzi "in accordo" con nessuno laddove "accordo" viene dal latino cor-cordis che significa cuore quindi nessuno è più "nel cuore" di nessun altro siamo tutti contro in nome di assoluti che spesso non abbiamo nemmeno formulato da noi stessi ma mutuati da altri scientemente o addirittura ci sono stati appioppati surrettiziamente attraverso furbissimi quanto efficaci influencer e con una sicumera senza pari molti pensano che il confronto passi attraverso l'insulto il dispregio lo svilimento del parere di chiunque non la pensi come loro è evidente che ci sono punti di vista inconciliabili ma l'intolleranza per il gusto di non tollerare è diventata una pratica fine a se stessa che porta dietro un'enorme distruzione di tessuto umano e sociale di relazioni di discorsi io non credo che ci meritiamo questa fine o perlomeno io non credo di meritarla perché credo ancora nel potere e nel valore delle parole taumaturgico e catartico ma anche ristoratore e consolatorio come pure costruttivo e virulento ci credo ancora anzi è tra le poche cose in cui credo insieme a quelli - come me - che non pensano che qualcosa che trascende la vita debba darle per forza un senso il senso è qui e ora bello orrendo sottile terrificante ma lo posso toccare ed eventualmente cambiare se ha un senso farlo.
Visualizzazione post con etichetta utopia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta utopia. Mostra tutti i post
sabato, marzo 30, 2013
mercoledì, febbraio 23, 2011
Migliore
Ma che mondo è quello in cui, invece di deplorare la violenza, si inneggia al nuovo vento di libertà, invece di interrogarsi sull'enorme carico di esseri umani martoriati dalla dittatura di cui l'occidente dovrà occuparsi e che presto invaderanno i nostri mari, si grida al pericolo del fondamentalismo; ma che mondo è quello in cui il TG1, invece di scandalizzarsi dell'amicizia tra il premier italiano e il dittatore libico, manda in onda una vecchia intervista di Minoli a Gheddafi, in cui si racconta della sua amicizia con Prodi e poi, già che c'è, manda in onda il leader della Lega - con tanto di sigaro tra i denti - che batte il cinque ad un giornalista biascicando parole incomprensibili; che diavolo di mondo è questo che finirà quando il Medioriente non consegnerà più il suo petrolio all'Occidente, quel mondo in cui gli Stati Uniti hanno perso controllo e potere causando il reflusso di questa ribellione - incontrollata e incontrollabile - alle dittature, invece di agire in maniera diplomatica; quel mondo che non ha energie alternative da offrire ai suoi abitanti; quel mondo che si prepara alla dittatura del danaro ribellandosi a quella del potere; quel mondo che potrebbe ucciderci come uno stillicidio, togliendoci a poco a poco tutte le sue deperibili risorse; quel mondo che non ci prepara un futuro migliore, ma prospetta solo violenza e povertà per miliardi dei suoi abitanti.
Che mondo è questo in cui io vorrei con tutte le mie forze continuare a vivere e a far vivere i miei figli?
Che mondo è questo in cui io vorrei con tutte le mie forze continuare a vivere e a far vivere i miei figli?
mercoledì, aprile 21, 2010
Uguali differenze
Chi mi conosce sa che la questione mi ronzava in testa da parecchio.
Ed evidentemente non sono la sola donna che ha problemi con l'attuale condizione femminile.
Mi sofferemerei su due articoli.
La cosa in comune sembra essere sempre la stessa, l'unica, l'immarcescibile: lo sfruttamento della donna, e nei tempi contemporanei, anche della sua immagine, rimanda sempre e comunque un'immagine spregiativa, diminutiva, inane e inattiva rispetto alla realtà che la circonda, anche se nella realtà, e questo lo vediamo tutte/tutti ogni giorno, la donna è parte attiva e motrice del mondo.
La conclusione di Susanna Tamaro è: "Siamo in mille, ma siamo sole".
La conclusione di Cristina Comencini è che l'errore del femminismo è stato non andare fino in fondo, non aver "trasformato le grandi scoperte di quegli anni in diritti acquisiti e sorvegliati".
Io penso che l'idea della Comencini sia abbastanza realistica. Aver studiato a fondo il femminismo degli anni '70 e '80, mi dà strumenti sufficienti per poter dire che gli argomenti sono stati sviscerati abbondantemente all'epoca e in maniera assolutamente strutturata. Ma oggi, nella pratica quotidiana, nella vita così come viene vissuta dalla maggior parte delle donne (o almeno di quelle che io conosco) e dalle immagini delle donne che mi rimanda la società, io vedo poca acquisizione di quei diritti e men che meno sorveglianza.
L'idea di uguaglianza tra i sessi, motore del femminismo degli anni '70, è rivoluzionaria nella sua portata. Ma non è definitiva. Non possiamo essere uguali perché siamo troppo diversi, a partire dalla nostra fisicità. Così l'uguaglianza ha un senso se diventa condizione necessaria alla differenza. Non possiamo scoprire la ricchezza della differenza se non partiamo da una base (sociale, civile, civica e giuridica) di uguaglianza. Questo, secondo me, è l'insegnamento di vent'anni di femminismo, di cui si parla ormai raramente.
Differenza come ricchezza, come crescita, come peculiarità speciale dell'altro/a, che necessariamente diventa chiunque altro. Il discorso del femminismo degli anni '80 (uno su tutti quello di Luce Irigaray), che comunque senza il "femminismo dell'uguaglianza" non sarebbe mai intervenuto, è fondamentale per comprendere la costruzione dell'identità femminile. Di un'identità specifica e non dipendente o fondata su valori maschili o rappresentativi dell'universo maschile.
E però nel mondo di oggi, in questo mondo fatto di bit (o bot) più che di diritti, c'è chi ancora crede che le cose possano cambiare. Che la donna non debba essere rappresentata dalle sue tette perché un giorno ha deciso di bruciare in piazza il reggiseno, o dal suo culo perché un giorno tutti gli uomini sono stati i benvenuti nel suo letto.
I due articoli che ho citato rappresentano due visioni opposte: la Tamaro è inattiva, critica semplicemente la situazione senza proporre soluzioni (lecito, ma poco interessante), la Comencini si interroga onestamente sul perché il mondo non sia cambiato nella direzione verso cui le donne lo stavano spingendo a tutta birra. E la sua risposta è che non è stato fatto abbastanza.
Vale a dire facciamo di più.
Facciamo ancora.
Facciamoci sentire ancora.
Ritornare in piazza è la mia conclusione.
Come da tempo si sarebbe dovuto fare.
Perché la nostra classe politica maschile e (fatemelo dire) assolutamente fallocentrica è talmente occupata a guardarsi ombelichi e sistemarsi parrucchini che solo un intervento cruento può attirare l'attenzione, un'attenzione interrotta ma dovuta, un'attenzione necessaria per portare a termine un'operazione di civiltà e diritto incompleta.
Ed evidentemente non sono la sola donna che ha problemi con l'attuale condizione femminile.
Mi sofferemerei su due articoli.
La cosa in comune sembra essere sempre la stessa, l'unica, l'immarcescibile: lo sfruttamento della donna, e nei tempi contemporanei, anche della sua immagine, rimanda sempre e comunque un'immagine spregiativa, diminutiva, inane e inattiva rispetto alla realtà che la circonda, anche se nella realtà, e questo lo vediamo tutte/tutti ogni giorno, la donna è parte attiva e motrice del mondo.
La conclusione di Susanna Tamaro è: "Siamo in mille, ma siamo sole".
La conclusione di Cristina Comencini è che l'errore del femminismo è stato non andare fino in fondo, non aver "trasformato le grandi scoperte di quegli anni in diritti acquisiti e sorvegliati".
Io penso che l'idea della Comencini sia abbastanza realistica. Aver studiato a fondo il femminismo degli anni '70 e '80, mi dà strumenti sufficienti per poter dire che gli argomenti sono stati sviscerati abbondantemente all'epoca e in maniera assolutamente strutturata. Ma oggi, nella pratica quotidiana, nella vita così come viene vissuta dalla maggior parte delle donne (o almeno di quelle che io conosco) e dalle immagini delle donne che mi rimanda la società, io vedo poca acquisizione di quei diritti e men che meno sorveglianza.
L'idea di uguaglianza tra i sessi, motore del femminismo degli anni '70, è rivoluzionaria nella sua portata. Ma non è definitiva. Non possiamo essere uguali perché siamo troppo diversi, a partire dalla nostra fisicità. Così l'uguaglianza ha un senso se diventa condizione necessaria alla differenza. Non possiamo scoprire la ricchezza della differenza se non partiamo da una base (sociale, civile, civica e giuridica) di uguaglianza. Questo, secondo me, è l'insegnamento di vent'anni di femminismo, di cui si parla ormai raramente.
Differenza come ricchezza, come crescita, come peculiarità speciale dell'altro/a, che necessariamente diventa chiunque altro. Il discorso del femminismo degli anni '80 (uno su tutti quello di Luce Irigaray), che comunque senza il "femminismo dell'uguaglianza" non sarebbe mai intervenuto, è fondamentale per comprendere la costruzione dell'identità femminile. Di un'identità specifica e non dipendente o fondata su valori maschili o rappresentativi dell'universo maschile.
E però nel mondo di oggi, in questo mondo fatto di bit (o bot) più che di diritti, c'è chi ancora crede che le cose possano cambiare. Che la donna non debba essere rappresentata dalle sue tette perché un giorno ha deciso di bruciare in piazza il reggiseno, o dal suo culo perché un giorno tutti gli uomini sono stati i benvenuti nel suo letto.
I due articoli che ho citato rappresentano due visioni opposte: la Tamaro è inattiva, critica semplicemente la situazione senza proporre soluzioni (lecito, ma poco interessante), la Comencini si interroga onestamente sul perché il mondo non sia cambiato nella direzione verso cui le donne lo stavano spingendo a tutta birra. E la sua risposta è che non è stato fatto abbastanza.
Vale a dire facciamo di più.
Facciamo ancora.
Facciamoci sentire ancora.
Ritornare in piazza è la mia conclusione.
Come da tempo si sarebbe dovuto fare.
Perché la nostra classe politica maschile e (fatemelo dire) assolutamente fallocentrica è talmente occupata a guardarsi ombelichi e sistemarsi parrucchini che solo un intervento cruento può attirare l'attenzione, un'attenzione interrotta ma dovuta, un'attenzione necessaria per portare a termine un'operazione di civiltà e diritto incompleta.
Etichette:
donne,
femminismo,
in piazza,
Libera la parola,
utopia
giovedì, febbraio 05, 2009
La mejo gioventù
Hai presente la poetica del fanciullino e tutte le banalità che sono sempre state dette (o che almeno io ho sempre giudicato tali) sull'ingenuità dell'infanzia, sulla purezza d'animo dei bimbi, sul candore dei loro atteggiamenti e sulla sacralità di quel dorato periodo?
Ecco, io adesso che ho due figlie e in particolare una di 4 anni e mezzo che sembra già una piccola donna, adesso e solo adesso mi rendo conto del miracolo dell'infanzia, che detto da un'atea suona pure male.
L'atteggiamento dei bambini è quello di andare incontro agli altri, anche se sono brutti goffi puzzolenti e sporchi. L'ALTRO è un arricchimento, una novità, un prezioso tesoro. IL tesoro.
E poi ci sono i genitori la società i familiari gli amici dei genitori la scuola che riportano tutto all'ANTAGONISMO. Perché è sempre meglio essere MEGLIO di qualcuno.
Vorrei non riportarla da nessuna parte mia figlia. Vorrei che trovasse lei stessa gli strumenti per leggere la realtà, per leggere il cuore della persona che ha di fronte. Senza la mediazione della realtà di qualcun altro. Con la purezza dei suoi occhi nuovi. Con la luce senza filtri di una fotografia scattata da un principiante, magari anche sfocata ma autentica.
Ecco, io adesso che ho due figlie e in particolare una di 4 anni e mezzo che sembra già una piccola donna, adesso e solo adesso mi rendo conto del miracolo dell'infanzia, che detto da un'atea suona pure male.
L'atteggiamento dei bambini è quello di andare incontro agli altri, anche se sono brutti goffi puzzolenti e sporchi. L'ALTRO è un arricchimento, una novità, un prezioso tesoro. IL tesoro.
E poi ci sono i genitori la società i familiari gli amici dei genitori la scuola che riportano tutto all'ANTAGONISMO. Perché è sempre meglio essere MEGLIO di qualcuno.
Vorrei non riportarla da nessuna parte mia figlia. Vorrei che trovasse lei stessa gli strumenti per leggere la realtà, per leggere il cuore della persona che ha di fronte. Senza la mediazione della realtà di qualcun altro. Con la purezza dei suoi occhi nuovi. Con la luce senza filtri di una fotografia scattata da un principiante, magari anche sfocata ma autentica.
giovedì, gennaio 15, 2009
L'entropia è un isola. E nessuno lo sa.
Ho cambiato tre volte strada e sono arrivata facendo quella più lunga nel più breve tempo che un essere umano possa concepire.
Il mio amico Murphy mi fa un baffo.
Il teatro mi ha accolto in platea con l'altoparlante che gracchiava "Comincia lo spettacolo".
E la figuraccia di entrare per ultimi al teatro Argentina con tutte le luci accese e Paolini* già in scena ve la lascio immaginare.
Mi son seduta senza fiatare, imbacuccata ancora nel mio cappotto delle feste e con la sciarpa fru fru attaccata al collo a dare un tono alla mia umiliazione.
E arriva una valanga di parole a sommergere qualsiasi spiraglio di ottimismo che poteva ancora essermi rimasto dopo la traversata tiberina.
Paolini è in gran forma.
Bislacco assai nel suo modo di sgambare su un palco anche troppo piccolo.
Accompagnato da una band molto acustica e assai intonata.
Lui pure canta.
Molto atteggione.
Ha detto tanto, troppo forse.
Troppe teorie, informazioni, dettagli che alla mente di una donna stanca della sua giornata sono sfuggiti per la maggior parte.
Tre su tutti restano nella mia mente a sancire l'importanza dell'evento.
Il 1979 è l'anno dell'inizio ufficiale delle lotta tra Oriente e Occidente. Anche se nessuno di noi lo sa.
Khomeini e la Thatcher ne sono i responsabili. Sono loro che ci hanno portato allo scatafascio in cui viviamo.
Dovrò approfondire. Io i danni della Thatcher li avevo subodorati solo dai film di Ken Loach, visto che nel '79 ero poco più che una bambina.
A noi resta un paese di miserabili. Un quadretto poco idilliaco della nostra condizione postmoderna. L'unica soluzione è partecipare, accorgerci dell'altro, degli altri piuttosto che rimanere arroccati nel nostro castello.
E il terzo punto, fondamentale per comprendere il paese in cui viviamo, è che nessuno tra i presenti in teatro aveva idea di quale fosse il secondo principio della termodinamica. E, pace all'anima sua, il mio professore di fisica si sarebbe vergognato anche di me, che ho fatto tabula rasa dei suoi insegnamenti. Finché qualcuno del pubblico si mette a biascicare "entropia" a bassissima voce. E in ultimo, un tizio dalla più infima balconata del loggione si permette di alzarsi in piedi e dire che forse lui ha qualche reminiscenza degli insegnamenti universitari e si lancia in una spiegazione del secondo principio della termodinamica ovviamente incomprensibile ai più e forse anche a lui stesso. Per dirla in altre parole, nessuno ha capito una cippa. Paolini incluso, che gli ha anche fatto capire come il metodo del professore fosse alquanto astruso. E poi il Paolini ha tirato fuori l'asso dalla manica, una chicca che quel fisicaccio di mio marito quando gliel'ho raccontata ha fatto spallucce perché lui sa tutto e non gli era affatto nuova che se fosse stato con me ieri sera a teatro gli avrebbe fatto un culo così a quello spocchioso del Paolini, e questa chicca era la seguente:
Se hai un acquario e vuoi una frittura mista (di pesce s'intende!) non è detto che poi tu riesca ad avere indietro l'acquario.
E certo che, spiegato così, il secondo principio della termodinamica sembra avere un certo senso.
E poi finisce a Gaber.
Nel senso che Paolini prende "La libertà" di Gaber, e la fa a modo suo e del suo gruppo.
E io, che Gaber l'ho visto tante volte dal vivo, per un attimo, ho immaginato che fosse lì tra noi.
Sicuramente anche lui avrebbe avuto dei dubbi sulla termodinamica.
Ma si sarebbe divertito con quel fondo di ruvida amarezza. Almeno quanto noi.
*Marco Paolini. Miserabili. Io e Margareth Thatcher.
lunedì, gennaio 28, 2008
Utopie
Vorrei dire qualcosa di sinistra.
Sì, lo so, lo so che non ci riesce nessuno.
Ma si nega a qualcuno una possibilità in questo paese?
Sì, lo so, lo so che non ci riesce nessuno.
Ma si nega a qualcuno una possibilità in questo paese?
Iscriviti a:
Post (Atom)