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lunedì, ottobre 12, 2015

Il cesso della Meringa

Dal parrucchiere siamo tutte capiscione. 
Poi torniamo a casa e ci troviamo con una cofana in testa.
Non sono convinta di averla decisa io quella cofana.
Nei prossimi giorni mi dovrò ingegnare su come fare per tirarmi i capelli troppo corti che, su una riccia, sembrano ancora più corti.
Ma più di tutto mi dice lo sguardo delle mie figlie, che equivale a dire "mamma stai un cesso".
Non lo dicono chiaramente, ma sfuggono.
E questa fuga la dice tutta, come quando non hai coraggio di dire una scomoda verità in faccia ad una persona cui vuoi bene, tipo hai uno sfincione tra i denti, ma ti sei guardata il culone allo specchio etc etc.
Ecco. Le mie figlie ieri erano proprio così.
Ed è una sofferenza massima, poiché anch'io penso esattamente la stessa cosa: Meringa sei un cesso.
Quindi vabbè, sono diversa dalle altre donne anche in questo: a me il parrucchiere non mi fa per nulla bene all'umore.
Mentre sono lì seduta che aspetto, per giunta, comincio ad odiare sistematicamente tutte le donne presenti. Soprattutto quelle che hanno tanti capelli, lisci, domabilissimi e per le quali la messa in piega dura 150 ore, e sono 150 ore di goduria per loro. Io quelle le odio. odio quelle che vanno dal parrucchiere ed in cambio hanno un orgasmo assicurato.
Io, invece, esco fuori scontenta, imbruttita e sicuramente più povera.
Per quello sono sempre più convinta che almeno dalla psicanalista mi sfogo, senza pensare di aver perso un orgasmo.

martedì, ottobre 07, 2014

Del sopportare sette anni di sfiga.

"Forse alla fine sono semplicemente un CODARDO", ha detto e quanti ce ne sono e che cosa significa essere un codardo? questa è la domanda che mi si insinua nel cervello probabilmente ha a che fare con una questione di coda, che un cane tiene bassa se ha paura boh io non me ne intendo di animali il dizionario Treccani lo definisce così un codardo: "di persona che, per viltà, evita di affrontare rischi o pericoli" e di per sé non ci sarebbe niente di male nell'evitare di affrontare rischi e pericoli, tenere il culo o la coda al caldo è sicuramente una decisione propizia in certi frangenti quindi mi domando dov'è che si trasformi in accezione negativa perché la parola "codardo" ha sicuramente un'accezione negativa, tanto più se uno se la dice da solo quasi in segno di resa all'impossibilità di agire nello sprezzo del pericolo o alla paura delle conseguenze, ma riflettendoci bene chi agisce nello sprezzo del pericolo è un EROE e non è cosa per tutti essere un eroe quindi tutto sommato darsi del codardo non è poi così grave in un ottica universalistica, certo io son codardo ma quanti altri lo sono! quindi non è un'attitudine così spregevole, siamo in tanti, in tanti che non riusciamo a prendere in mano le nostre vite e io perché dovrei essere peggio di un altro? in questo caso darsi del codardo significa giustificarsi platealmente - hai visto quanti siamo? - rendere meno penosa l'evidenza di quello che sentiamo all'interno di noi stessi perché ci hanno sempre insegnato che essere/fare l'eroe della storia è la parte più prestigiosa, più ricca di contenuti, di colpi di scena, di climax avventurosi, e questo cozza con la codardia, ma di fatto se codardi siamo in tanti e uno solo è l'eroe, tant pis, tanto peggio come dicono i francesi, non è che casca il mondo anzi ci sono più chance di cavarsela di rimanere a galla di non farsi prendere da una freccia in pieno petto visto che - se siamo codardi e non eroi - non saremo mai in prima fila e questo è un grande ALIBI altrimenti come lo vogliamo chiamare come comportamento? mi viene in mente solo alibi, una "motivazione che giustifica o discolpa" (Treccani) e quindi alla fine si torna all'inizio e cioè che la codardia è una automotivazione che giustifica o discolpa da un gesto che non siamo stati capaci di fare, da una decisione che non siamo stati capaci di prendere, da uno strappo che non siamo stati in grado di ricucire: "sono semplicemente un codardo" è una frase che ci fa sentire meglio, che paradossalmente ci dà ancora la forza di guardarci allo specchio che non si spaccherà nemmeno nel rifletterci perché se non siamo eroi, non siamo nemmeno in grado di sopportare sette anni di sfiga.

venerdì, settembre 26, 2014

Sull'orlo delle lacrime di felicità

Il luogo è un matrimonio. Quello di mia madre e mio padre. Il tempo è quarantotto anni fa. Il fatto è una foto. Di quelle con una minuscola cornice bianca, 23x18 cm, lucida, perfettamente a fuoco in ogni suo dettaglio. Di quelle che sono perse nella marea di foto. Che non meritano una pagina dell'album. Che non sono fatte con gente in posa. Quelle foto che il fotografo sicuramente considerava bucate. Oggi non le stamperebbero nemmeno. Cinquant'anni fa invece devono averla messa nel mucchio. Io l'ho ritrovata del tutto casualmente. I suoi colori erano sgargianti, in contrasto col b/n di tutte le altre, brillanti i colori dei vestiti, della tovaglia rosa, lo sbrilluccichìo dei bicchieri. Ed il soggetto era incredibilmente prezioso. Era il tavolo della famiglia della sposa. Mia madre e mio padre erano in piedi. Papà con il cesto dei confetti in mano. Mia madre china alle spalle di mia zia. Sorella tanto amata. Ho fatto un calcolo che in quella foto aveva 31 anni. Da già quasi dieci era malata di sclerosi multipla. Era in carrozzina al tavolo. Aveva perso l'uso delle gambe. Ma era al matrimonio della sorella. Con un raffinatissimo tailleur di shantung celeste e la spilla di turchesi e oro. L'immancabile spilla delle donne di casa mia. Ma tutto questo, l'esserci al matrimonio di una sorella e l'essere elegante, per chiunque potrebbe essere una cosa ovvia e banale. Io so che dietro a quella presenza c'era l'amore di una famiglia che non si è fatta annichilire da una malattia così invalidante e ha costruito la sua quotidianità e la sua routine su di essa senza esitare un attimo. Per essere lì quel giorno del '66, mia zia aveva dovuto essere portata a spalla per le scale dal 5° piano, probabilmente caricata in macchina almeno un paio di volte per andare in chiesa e poi al ricevimento. E nella foto è seduta al tavolo. Mia madre la cinge da dietro. Lei ha la testa leggermente reclinata all'indietro, come per appoggiarsi al braccio di mamma cercando di guardarla. E lo scatto immortala il momento in cui a mia zia sale il singhiozzo della commozione, quello che scatenerebbe il fiume di lacrime se non fosse trattenuto. E mia madre sorride a consolarla, facendosi prendere la mano. Un sorriso dolcissimo. E sorride mio padre col cesto di confetti. E sorride l'altra sorella, che le carezza l'avambraccio come a sostenerla. E' come l'istantanea di tanto amore. Che c'è stato intorno a questa persona così speciale, in un periodo in cui una malattia del genere non aveva le speranze di confort, palliazione e durata che ha oggi. Capitata ad una ragazza di 23 anni che aveva tutta la vita davanti. Ad una famiglia di donne che avevano perso padre e marito prestissimo. Che si sono rimboccate le maniche di fronte alla vita. Perché la sofferenza e il dolore, se condivisi, li fanno più sostenibili e li trasformano in energia positiva. E quel sorriso di mia madre nella foto era il sorriso che lei aveva sempre, la sua forza. Il sorriso con cui la sua vita e quella della sua famiglia sono state vissute. Quello che ha trasmesso a mio padre. Un sorriso denso di vita. Quello che ha insegnato a noi. Quello che io mi prendo come eredità. E oggi questa foto sull'orlo delle lacrime di felicità me la tengo nel cuore. Fuori da tutti gli stereotipi delle foto di matrimoni.

mercoledì, dicembre 11, 2013

Ripasso per il via e ti faccio un colpo di telefono

Ho avuto molte cose, la maggior parte delle quali assolutamente non monetizzabile, il cui valore supera di gran lunga qualsiasi tesoro recuperabile attraverso un'organizzatissima caccia.
Ho avuto tanto amore. Amore disisnteressato. Senza regole. Spesso immeritato e non ricambiato. Ma il più delle volte corrisposto e goduto. Ho avuto tanti amici. Amici veri. Senza regole. A volte immeritati anche se sempre ricambiati. Ho avuto lacrime amare, dolci, ripetute e crudeli. Ho avuto sorrisi aperti, dolci, ripetuti e crudeli. Ho visto la morte venire. Tante troppe volte. Ho approfittato della quiete prima della tempesta, col cuore martoriato e gli occhi esplosi. Ho avuto parole di stima, sguardi di sottecchi, preghiere di smettere. Non sono dio. Non sono quel dio in cui molti credono. Questa consapevolezza anche ho avuto. Non credo in dio ma nell'uomo. Credo nell'uomo al funerale di mio padre. Quell'uomo eroe che trasportò a spalla un commilitone dalla Russia salvandogli la vita. Quello stesso uomo che piangeva al funerale di mio padre perché aveva perso il suo amico. Credo in quella donna che teneva la mano di mia madre quando ha esalato l'ultimo respiro ed io non c'ero. Credo in quella donna che mi teneva sulle gambe cantandomi Bella ciao e mi ha portato alle manifestazioni in piazza facendomi sentire per la prima volta una donna. Credo in quella donna che mi ha detto ti starò vicino, siamo rimaste io e te. Credo nel primo uomo che mi ha detto ti amo sotto una splendente luna piena. Credo in quell'uomo che mi ha detto di aver ritrovato in me la sorella che aveva perso in un incidente a otto anni. Quell'uomo che si è tolto la vita per il troppo dolore. Credo in quella donna che ha creduto in me e mi ha donato la sua stima e la sua amicizia. Credo in chi è ritornato dopo tanto tempo, irrompendo in punta di piedi. Credo nell'amore. Nella sua semplicità devastante. Purtuttavia mi rendo conto di aver bisogno di un buon terapeuta per superare tutto questo.

domenica, febbraio 24, 2013

In-folla

Io non sono certo perfetta ma in questo particolare periodo della mia vita sto facendo un bagno di folla non scelto in un certo senso quasi obbligato un po' la stessa differenza che c'è tra un coniuge e la famiglia del coniuge lui te lo scegli e la famiglia che ti porta in dote te la cucchi ecco io mi sto cuccando una quantità di varia umanità che farebbe invidia all'ex alto prelato vaticano e faccio delle sedute di osservazione partecipante che fanno invidia agli psicologi delle dive o anche solo ai gggiornalisti di "Casta e donna" la gggente perde il lume della ragione così facilmente che mantenere la calma è diventato molto più della virtù dei forti diventa uno stile di vita farsi scivolare addosso la follia mantenere quel grano di sanità mentale che si è insinuato chissà come in te al momento del concepimento e che si accanisce a sopravvivere nonostante tutto e tutti remino contro ecco io posso dire di essere molto soddisfatta della mia personale sanità mentale in un momento in cui i punti di riferimento mi difettano in un momento in cui avrei bisogno di una stampella e invece sono stampella credo che ci sia un momento nella vita in cui non sei più solamente figlio ma diventi in un certo senso genitore del tuo genitore è una strana nemesi per chi come me ha sempre avuto conflitti chiamiamoli generazionali o semplicemente adolescenziali procrastinati fino ai 43 anni e mi auguro ancora tanto oltre una nemesi che sto vivendo assai dignitosamente lo so che non dovrei dirmelo da sola ma chissene in fondo questo posto è mio e ci comando io una nemesi che mi causa questo flusso continuo di pensieri tra il se e il ma tra l'inizio e la fine tra il buio e la luce e si vede chiaramente che c'è qualcosa in mezzo qualcosa di tanto grande quanto sfuggente qualcosa che chiamano vita inarrivabile e straordinaria vita dove le sorprese sono all'ordine del giorno come le mazzate dove nonostante la preparazione non si capisce un cazzo lo stesso dove tutto quello che ami può svanire in un secondo ma può durare per sempre. Vita in balìa oggi va così.

venerdì, settembre 14, 2012

Fuori luogo

Io sono così. Quando ero piccola, tutti mi scherzavano (cit.). Come sei alta! La notte ti innaffiano? 
E non è facile adattarsi ad una vita da gigantessa. Purtroppo e con grande rammarico - e lo ammetterò solo incidentalmente - gigante solo fisicamente. E' che ci sono tanti scogli. Si rema contro corrente in ogni cosa della vita. Per non parlare dei possibili fidanzati. Io quelli li ho quasi sempre scelti alla mia altezza. Con quelli che non lo erano, mi ci sono confrontata solo in orizzontale, senza una parola di troppo. Io sono così. La mia statura eccezionale mi ha abituato a confrontarmi in maniera abnorme con le cose e le persone della vita. Tutto bianco o tutto nero. Spesso solo parole di troppo, trovate nel fondo dell'anima, affaticata da tante sfide. Conta sempre almeno fino a dieci - mi diceva sempre la professoressa d'italiano alle medie. Mi ricordo che una volta mi censurò perché avevo detto la parola "sesso", riferita al sesso femminile, non alla copula in sé. I ragazzi mi hanno sempre scherzato. O sembravo un maschio e facevo tutti i giochi da maschio, oppure mi prendevano come confidente, anche se io avrei desiderato che mi prendessero da qualche altra parte. Poi con gli anni, i miei uomini mi hanno preso come una super donna. Grande grossa femminona. Tipo venere steatopigia. Che in parole povere vuol dire col bacino largo, atta a figliare. Perché non bastava l'altezza, no. Ho avuto diritto anche alla "mole". Avrei potuto uscire fuori come uno stecco di fotomodella alta 1m83! Ma invece no. E' venuta fuori una venere steatopigia. E che ci si deve fare, ci si adatta. On fait avec - come dicono i francesi. E ho fatto con, piuttosto che senza. Mi sono confrontata con l'essere gigantesco che avevo davanti allo specchio. Ho imparato ad amarlo, a coccolarlo. Fino a che persino io sono uscita dalla crisalide e mi sono trasformata in una farfalla (a forma di elefante, ma questo è un inutile dettaglio). Ma perché tutta 'sta discussione? - dirà il mio attento lettore. Perché ieri mi sono venute le paturnie mentre mi preparavo per il concerto di uno dei miei gruppi preferiti attualmente, concerto di norma frequentato da pischelli accannati in cerca di affermazione di identità collettiva. E mi sono sentita vecchia, fuori luogo e soprattutto inappropriata. Poi sono andata al concerto e ho pogato più e meglio di loro. Loro a cui il frontman del gruppo ha detto "Battete le mani, cazzo. Se no la prossima volta andate al cinema". E io che mi ero consumata le palme, la voce e i piedi mi sono sentita, per una volta, al posto giusto, nel momento giusto e con tutto, finalmente, al posto giusto.

martedì, novembre 29, 2011

Tecnocrazia

mmm papa agd gj tw pta gmpegmamdm agjg gtajgamg a papgtdpd?????
E' chiaro ed evidente che sì. Che nessuno fa più errori, che chiunque - anche solo con licenza media - è in grado di intavolare lunghe discussioni con chiunque. Mia figlia di base lo fa già alle elementari. E allora come fare a distinguersi dalla massa? Chi mi conosce sa che questo è il mio chiodo fisso. Ma, come direbbe mio marito, quello di cui vorrei parlare oggi è invece uno strumento assolutamente democratico. Chiunque è in grado di utilizzarlo, senza particolari formazioni. Livellatore verso il basso -  direi io. Ma comunque ormai fondamentale nella quotidianità di pressoché tutta l'umanità. 
Quello che sto tentando di dire è:  
non sarà che il T9 sta insegnando agli italiani a scrivere?
No, perché se fosse così, io abolirei immediatamente le scuole di ogni ordine e grado e procederei all'immediato conferimento di titolo dottorale a tutta la popolazione maggiorenne in Italia. Quelli minorenni no. Perché hanno tempo fino a 150 anni, tanto sarà l'innalzamento della speranza di vita nel nostro paese dopo la riforma sulle pensioni.

martedì, novembre 15, 2011

L'insostenibile fascino del fare

Il fatto è che io ci avrei un sacco di cose da dire sul mondo che ci circonda sulle persone che si trovano del tutto casualmente in situazioni che le oltrepassano e non saranno mai in grado di fare fronte alla massa di informazioni che cadono loro addosso avrei molte cose da dire su giovani che non fanno altro che dire "sono così stanco" anche solo dopo aver digitato una password su schermo di pc questi giovani che non sanno cosa significa guadagnarsi il pane farsi il culo per avere uno stipendio alla fine del mese che spesso è impegnato ancora prima di essere incassato questi giovani che hanno problemi di identità e si vede da come NON ti guardano negli occhi quando entrano in una stanza, questi giovani che sono capaci di dire cose tipo: "quando sarò in grado di farla, questa cosa, la saprò fare perfettamente" gente che non sa fare niente ma niente che è niente e quando dico niente intendo proprio niente tipo zero carbonella approssimato allo zero assoluto per difetto e perché sono generosa, gente che si riempie la bocca di "sbaglia solo chi fa" ma anche chi non sa fare, aggiungo io, sbaglia soprattutto chi non sa fare un emerito zero e sono tanti ma talmente tanti che pervadono l'aria che respiriamo ci sbafano l'ossigeno nostro, ci rubano lo stipendio, ci impediscono di vedere il sole che sta fuori dalla finestra, ci otturano le orecchie con le loro sparate insignificanti che pretendono significative dio solo sa come fa una persona a non vergognarsi a dire davanti ad altri che è stanca di essere stata seduta su una sedia a fissare nevroticamente uno schermo per un totale di mezz'ora al massimo schiccherandosi via dalle spalle quei quattro grani di forfora prodotti nel mentre, come fa una persona a sbagliare a fare somme su excel, come fa una persona così a pensare che io abbia piacere a che mi rivolga la parola? Io sono una persona nobile d'animo che raramente perdo le staffe e no, non mi sta crescendo il naso perché chi mi conosce sa anche che non sono per nulla bugiarda e in ambito lavorativo oltreché nella vita privata sono estremamente disponibile verso chi mi mostra rispetto e verso chi rispetto ma essere presa in giro provoca in me un'onda d'urto che col mio metro e ottantatre ti seppellirà. E non riuscirai a nasconderti da nessuna parte.
Perché se solo colui che fa sbaglia, chi fa bene non sbaglia un colpo.

lunedì, novembre 07, 2011

I bambini: il nostro futuro

Allora mia figlia mi guarda mentre sto mettendo a posto i suoi vestiti.
Sono reduce da una giornata di intenso lavoro. Visto che era sciopero dei trasporti ho pensato bene di andare in ufficio e di non muovermi fino a fine sciopero. Ovviamente ero da sola ed ho potuto lavorare con estrema tranquillità. Poi mi sono avventurata in una città deserta. Erano tutti concentrati alla stazione del mio treno e in particolare tutti nel mio stesso vagone, mamme con passeggini, zoppi con le stampelle, operai al rientro dal cantiere, pendolari generici tipo me. Un afrore considerevole, e io mi sentivo molto fortunata di aver acchiappato un posto in piedi appiccicata alla porta del treno che non si apre. Poi mi aspettava un percorso in macchina a passo d'uomo. Quaranta minuti per fare dieci chilometri. Riprendo le bambine dagli amichetti tra strilli e urla perché è automatico che appena arriva mamma si comincia ad avanzare assurde pretese. Poi torno a casa, preparo la cena, mangiamo e poi subito bimbe a letto. E mentre - per ritornare all'inizio - rimettevo a posto i vestiti di mia figlia, ella mi guarda, col fare ingenuo dei bimbi, e mi dice: "Mamma, c'hai un sederone, proprio un culo grosso. Bello!". Ho deciso di non offendermi. Questa bambina ha il senso delle dimensioni sballato e soprattutto un discreto gusto dell'horror. Ci sta pure che fosse un complimento.

sabato, settembre 24, 2011

Que viva Espana

Ieri serata tra donne in very exclusive circolo romano, con tanto di vista sull'immensità, prosecchino d'ordinanza, aperitivo come si deve, insomma, per passare con la nonchalance di cinque matrone taglia XL (tranne una effettivamente troppo magra) in annessa pizzeria dove, tra le vecchie - in senso di PARECCHIO IN LA' CON GLI ANNI - clienti tutte rifatte del molto esclusivo circolo (e non mi sento di escludere che noi cinque ci siamo anche solo per un attimo, ognuna nel cantuccio dei suoi più intimi pensieri, paragonate a costoro) -, incede bello come un dio pagano, con un grembiule rigorosamente nero che gli fascia fianchi da atleta, con basettoni scolpiti sul viso perfettamente sbarbato, due mani splendide e passo felino, incede - dicevo - EL CAMMERERO ESPANOLO (non so se si scrive così, ma il modo in cui LUI pronuncia Espagna con tutta la "S" da serpente sibilante ci mette TUTTE subito in una disposizione estremamente MODE ON). Beh, rispetto alle babbione habituées che aveva come clienti di solito, cinque splendide quarantenni VERY ORIGINALS TUTTE TONDE fanno di certo la differenza. E soprattutto non c'è prezzo a vedere labbrone e zigomoni delle babbione NOT MORE ORIGINALS che si sollevano dal fiero pasto e fissano basite l'incedere di svariati metri e ottanta che attraversano spensierate (oddio spensierate è un modo di dire, dopo aver passato almeno un'ora a decidere cosa mettersi, a guardarsi nello specchio e decidere che no, il vestito attillato oggi non è il caso con tutta la panza che straborda fuori, ma insomma spensierate senza pensieri di esplosioni moleste di silicone) la sala per andare a prendere posto in un tavolo purtroppo stranamente minuscolo rispetto al loro numero e alla loro mole, ma chissene frega l'importante è stare insieme vicine vicine anche se il ristorante intorno a noi è semi vuoto di silicone.
E in questo stato di super eccitazione da CAMMERERO ESPANOLO abbiamo affrontato un pasto ricco di sguardi, doppi sensi, battutine, perché il cammerero si divertiva almeno quanto noi. Purtuttavia il top della serata è stata la descrizione di come dormiva il marito di ognuna di noi. E abbiamo scoperto che ognuna delle nostre dolci metà aveva la stessa posizione standard, dovuta sicuramente alla genetica - perché non saprei spiegarla in altro modo - e cioè immobile supino e con mani incrociate sul petto (tipo morto, insomma). Tranne il marito di mia sorella che sembra dorma supino cosparso di vicsinex e con due cuscini sulla faccia. Voi capite tutti adesso l'interesse per il CAMMERERO ESPANOLO anche solo per fantasticare su una pennichella con lui, rigorosamente a pancia sotto!

lunedì, agosto 08, 2011

Narcisismi

Qui c'è talmente tanta tranquillità che vedo il fondo della mia anima.
E ho paura.

domenica, luglio 17, 2011

Brandelli d'Italia

Ho come la sensazione che il centro e il sud dell'Italia saranno presto staccati dal nord, da un terremoto un po' più forte degli altri.
Potrebbe essere la soluzione all'annosa questione meridionale.
Sono sicura che 'sta storia dei terremoti se l'è inventata T. per accontentare la Lega.
Comunque se da Oltralpe tornerò a casa e la troverò ancora, sarà stato solo un brutto presagio.
Per dire che vado in vacanza. Vado.

domenica, giugno 26, 2011

Delle mie ultime due settimane

E così mi sono guadagnata la pagnotta, queste ultime due settimane, il tour de force si avvia alla fine, le vacanze si avvicinano, il caldo ormai si è impadronito delle mie ghiandole sudorifere, nemmeno il fantastico olio per il corpo a forma di saponetta al cioccolato bianco che mi sono comprata riesce a palliare alle conseguenze, è inutile dire che il mio corpicione sente come non mai il richiamo della vacanza, ho superato indenne la conferenza organizzata dal mio ufficio la settimana scorsa, oltre che la due giorni unplugged con i colleghi in una ridente località tiberina, con i quali abbiamo fatto un po' di autoanalisi di gruppo e con l'occasione ho scoperto di avere almeno due psicoterapeuti nel mucchio, peccato che io sia una personcina di suo alquanto equilibrata perché altrimenti mi sarei fiondata a chiedere qualche seduta a gratis, ho subìto le intemperante di uomini ormai al di fuori di ogni ragionevole età lavorativa che necessitano ancora essere al centro dell'attenzione ma mi domando perché qualcuno che ha avuto già dalla sua professione le più alte soddisfazioni non si decida a lasciare le scene con dignità invece di pensare di essere sempre al centro del mondo - largo ai giovani di grazia! -, ora che a quarant'anni siamo tutti in ottima forma giovani nel corpo e supergiovani nell'anima, visto che dovremo arrivare a 70 ed essere ancora sulla cresta dell'onda in fondo abbiamo appena superato la metà, un po' come quando inizi il terzo liceo, tutto sommato anche l'anno più bello dello scientifico, pieno di challenge e di nuove scoperte, tutto questo per dire che questo week end ho avuto la consapevolezza di essere una persona sana, anche dopo una sonora ubriacatura, e questo perché io racconto i fatti miei per informare, per rendere noto e non per farmi compiangere e questo - penso -, mi fa vedere gli eventi serenamente e vorrei anche aggiungere in maniera equilibrata se non temessi che qualcuno, tipo una familiare stretta sangue del mio sangue, potrebbe eventualmente smentirmi, ma insomma almeno posso assicurare senza tema di smentita che il fatto di aver superato i settanta non attribuisce d'ufficio quel giudizio che tutti ci aspetteremmo e poi, per concludere, io non ho mai sopportato chi sbraita cercando di commuovere persone sulla propria sorte infelice.
Io sono una donna d'azione, tutto sommato le parole mi piacciono, ma preferisco i fatti.

venerdì, maggio 20, 2011

L'essenza

Come fare a spiegare ad un bambino l'ineluttabilità della morte e al tempo stesso l'importanza del ricordo dei nostri morti per tenere vivo in noi ciò che ci hanno trasmesso?
Uno rimanda rimanda, ma poi l'occasione si presenta improvvisa e tutte le energie e le idee innovative di una madre incosciente devono convogliarsi in quella risposta. E poi non lo sai che si può presentare sotto forme anche anodine. Il mio caso è stato un profumo. Mia figlia usciva dalla doccia e l'ho asciugata con un asciugamano un po' consumato, con un disegno anni settanta di quelli che tutti abbiamo avuto nelle case dei nostri genitori. L'avevamo preso di recente dalla casa della nonna paterna che non c'è più da poco e che tutti facciamo fatica a credere che sia stato così all'improvviso. Ma la memoria di un bambino è di fatto labile nel suo essere a tratti elefantiaca. E mentre la asciugavo, mia figlia dice: "Ma qui c'è il profumo di nonna!". Da quell'asciugamano è nato lo spunto. Lo spunto per parlare del fatto che i ricordi delle persone che amiamo rimangono sopiti dentro di noi e possono uscire così all'improvviso anche solo con un odore, con un sapore che ci riporta alla mente, agli occhi, al cuore un fiume di emozioni. Non è facile spiegare. Ma credo non sia facile nemmeno capire. Ieri ho cercato di avvicinare mia figlia all'essenza della vita, che la morte costeggia e che della morte si serve per continuare a vivere. Non so se ci sono riuscita da quel profumo. Ma alla vita, in quel momento, io mi sono sentita più vicina.

lunedì, aprile 18, 2011

Umani uomini

Lui ha una certa età, forse sui sessanta, si aggira silenzioso per il campo dove mi alleno, i suoi capelli bianchi sono lunghi e arrotolati su un collo un po' torto e di carnagione scura, indiano forse, non parla bene l'italiano, tiene in ordine il campo, tiene tutto sott'occhio, ogni tanto beve una birra e raccoglie le bottiglie vuote dal campo, ci tiene lontani dalla parte in cui le giovani promesse si allenano, ci guarda, forse non ci vede veramente, sembra un cane da guardia, commovente per la sua fedeltà ad un padrone a volte ingrato.

Lui ha quarant'anni, imbolsito rispetto alla giovane bellezza che era, affaticato e sofferente nello sguardo e nel cuore, crede ancora nel suo amore ma non lo può più avere, crede ancora nella vita anche se gli sfugge tra le dita, avrebbe mille cose da dire ma non gli esce niente di più sensato, avrebbe mille cose di cui scusarsi anche se ora è troppo tardi, avrebbe tanto amore da dare anche se adesso non si vede, è triste come i suoi occhi, incurvato nella sua giacca troppo pesante e nel suo mondo crollato.

Lui è bello anche se non sa di esserlo, lavora sempre troppo, fa fioretti perché crede nei miracoli, è delicato come un fiore raro, è semplice e lineare come un pensiero, è chiuso in un mondo scelto forse senza troppo valutare le conseguenze, aggrappato ad un pensiero lontano, che oggi fa sembrare tutto più bello.

Lui è felice, sa che l'avrà per sempre, sa che lei è l'unica la sola l'imprescindibile donna della sua vita, sa che dall'attimo esatto in cui le loro labbra si sono fuse in un umido bacio non avrebbe mai più desiderato nient'altro, è certo del suo amore e che niente potrà ostacolarlo perché così è scritto nel libro della vita e del suo cuore.

Lui non sa fare altro che annegare, nell'alcol tutte le sere, con gli occhi vacui e pieni di dolore annegato anch'esso per sempre in quel liquido amarognolo, il cuore scoppia di questa fatica di vivere scoppia di non riuscire ad aggrapparsi a niente scoppia e nessuno se ne accorge fino ad un freddo mattino d'inverno in cui crolla inesorabile sotto il peso dell'acqua.

Lui è più che bello è un adone un fotomodello uno degli uomini più belli ch'io abbia mai visto e il suo cuore è gonfio di rimpianti è gonfio di se di perché di obiezioni e di paure, è un uomo che sa che capisce che pesa le parole che al limite non le dice ma parla lo stesso sono i suoi occhi che parlano che dicono di quel dolore antico che porta il suo cuore di quando la sorella gli è morta accanto e lui bambino ha gridato perché non io e perché non io ha continuato a gridare fino a quella notte in cui è stato più lieve ingollare pasticche una dietro l'altra e lasciarsi morire sul divano di casa di fronte ad una madre assente troppo impegnata a rispettare le convenienze per chiamare ancora una volta un'ambulanza che forse lo avrebbe tenuto ancora qui e un altro libro un altro amore un'altra casa lo avrebbero magari ancora affascinato. Ancora. Qui. Ancora un po'.


"Io e quelli come me aspettiamo miracoli" (Ivano Fossati)

domenica, aprile 10, 2011

Simpaticamente glamour

La mia amica D. fa sempre cose molto glamour l'ultima in ordine di tempo è stata stasera che sono andata con lei a casa di un'amica obiettivo baratto di vestiti con altre donne si presupponeva più o meno della stessa stazza che io e la mia amica D. più o meno condividiamo dico più o meno perché io comunque batto tutte e allora mi aspettavo di avere davanti un tappeto di vestiti ma non vestiti qualunque vestiti molto glamour perché la mia amica D. è sempre molto glamour stasera aveva una camicia verde pistacchio di Bronte e un paio di ballerine senza calze che le mettevano in rilievo una graziosissima caviglia allora arrivo leggermente in ritardo dopo aver passato la domenica pomeriggio a scofanarmi di pasticcini e golosità varie alla solita festa di bambini quindi diciamo ancora più rotonda del solito se possibile e mi ritrovo in un consesso in cui il totale del volume delle donne presenti era uguale se non minore alla somma del mio, di quello della mia amica D. e della sua amica M. erano tutte magre esponevano vestiti magri cose che nemmeno se avessi trattenuto il fiato all'infinito mi sarebbero entrate anche solo su una coscia io che ero andata lì piena di belle speranze di potermi rifare il guardaroba e avevo preso due o tre cosette dal mio armadio le prime che mi erano capitate sottomano per la precisione un boa di struzzo rosa, una camicia da notte di seta rossa completa di vestaglia rossa da tenutaria di bordello, un reggicalze ghepardato e un grazioso paio di mutandine che mi salcicciavano i fianchi in maniera orrenda beh queste cosette hanno avuto un successone sono andate a ruba l'amica M. si è anche fatta fotografare in posa discinta per pochi intimi essendo lei supremamente dotata in paraurti anteriori con vestaglia da tenutaria e boa insomma però io nel baratto mi son beccata vestito golf e camicia invernali e però niente spazio per microgonne e micropull che la padrona di casa provava e barattava a tutto andare eh certo che lei non ha pancia fa palestra hanno detto tutti alla mia obiezione che le stava bene tutto e pure io faccio palestra e corro tre volte a settimana cazzo ho urlato eppure non fa lo stesso effetto allora si sono girati tutti verso di me e ho avuto la certezza che la simpatia ti ripaga di tutte le sofferenze di tutti i centimetri non persi di tutti i pasticcini ingollati in un pomeriggio di quasi estate.

mercoledì, dicembre 22, 2010

Wonder Woman

La faccia allibita di mio marito non ha prezzo (vorrei dire di merda, ma poi dopo sembra che parlo sempre male di lui, quando, poverino, in fondo non ha fatto nulla di male, non è mica colpa sua se è sposato con una wonder woman!).
Insomma - dicevo - mi tiro dietro la porta di casa senza togliere le chiavi all'interno e soprattutto senza nessuno all'interno.
Che deficiente! potrebbe dire qualcuno di poco accorto.
Ma non mi perdo d'animo.
Vado a recuperare lastre per scassinare la porta, come quella volta che vennero i vigili del fuoco dopo sole tre ore di attesa e con un "flap" di lastra al torace aprirono la serratura di casa nostra.
Stamattina ero preparata.
Allora poi lascio fare mio marito perché non bisogna mai contraddire un maschio in azione, che punta i piedi sul tappetino, si toglie gli occhiali perché non vede le fessure da vicino, sbuffa, sniffa, sgrinfia con tutte le sue forze. Potremmo usare la carta bancomat - gli dico - per scassinare la porta, visto che questa lastra non va ne avanti né indietro. E lui ah ma che cavolo dici, la lastra può fare il giro (secondo lui la lastra doveva fare a zigo zago c'era un mago) mentre il bancomat è semplicemente troppo corto. E continua con la lastra, con gli occhiali, con gli sbuffi. Fino a che con vocina angelica gli dico: Mi fai provare?
Agile come una pantera, mi appropinquo alla porta e con nonchalance tiro fuori una carta dal portafoglio. Con la padronanza tipica del ladro navigato, la ficco nella fessura e con gesto deciso faccio "stock" e apro la porta.
La faccia (da rosicone!) di mio marito in quel momento non ha prezzo.
Per tutto il resto, ovviamente, c'è il bancomat!

domenica, agosto 01, 2010

Liberazioni

Mia sorella, qualche tempo fa, mi narrò un simpatico aneddoto che ancora serbo con simpatia: si trovava in vacanza negli States, in compagnia di suo marito e altre persone, tra cui una distintissima signora italo-tedesca, con modi e abbigliamento assai affettati.
Si parlava di viaggi, di relax vacanziero e quant'altro fosse legato alle sacre ferie, e la signora italo tedesca se ne uscì così: "Perché vacanza e vacanza!
" (in italiano, ma pronunciato con la "z" alla tedesca), mollando contestualmente un liberatorio peto.
E son cose che rimangono e ti danno la forza di andare avanti in questo mondo grigio e privo di stimoli!

mercoledì, giugno 23, 2010

Stira e ammira, che ti passa

C'ho un ammiratore segreto.
Ho una quantità giornaliera di accessi dall'amena località di Anguillara Sabazia, dove praticamente non conosco nessuno.
Un tizio mi scrive su Facebook, chiedendomi se le foto che una mia omonima gli ha mandato su MSN sono mie. Foto osé, intende lui. E che se fossero mie gliene potrei mandare delle altre.
No, ma ci rendiamo conto???
Io, una tranquilla madre di famiglia, dal passato burrascoso, d'accordo, ma attualmente irreprensibile.
Se non fossi immersa dalla testa ai piedi in varicelle, postumi, prodromi e altre amenità mediche mi lascerei trasportare dai sogni a pensare a chi può essere interessato a un tale scassone.
Restando invece più terra terra, mi vien da pensare che l'uso delle dita, per certe persone, dovrebbe ritornare a passatempi più ancestrali della tastiera.

giovedì, giugno 17, 2010

La luce che illumina l'anima è la stessa lampadina dello specchio della toilette


Ci sono momenti in cui guardi tutto sotto una luce diversa, momenti in cui ti dici che è stato bello, che hai fatto le scelte giuste, che non hai niente da recriminare, che il tuo pettine ha denti troppo larghi per trattenere anche un solo nodo, momenti in cui guardi tua figlia e dici cazzo questa l'ho fatta io stava in pancia a me e solo a me, in cui ritrovi sul tuo corpo cicatrici che ti riportano indietro col tempo (a quando alle elementari hai sfondato con la mano il vetro della sala delle feste perché i compagni malvagi non ti facevano entrare), nel tuo cuore cicatrici che non si sono chiuse come quelle del corpo e nei tuoi capelli, minchia !, a guardare bene bene... in fondo in fondo... nei tuoi capelli non c'hai manco un capello bianco!