martedì, novembre 03, 2015

Leggera-mente

Solo chi ha conosciuto l'inferno riconosce il diavolo. Foss'anche in paradiso.

Non ti ci ritrovi anche tu in questa frase?
Tu, che per sbarcare il lunario, ti alzi alle 5 tutte le mattine?
Tu, che hai preso un mutuo trentennale a 50 anni?
Tu, che ti svegli tutte le mattine accanto ad una donna che vorresti fosse un'altra?
Tu, che hai firmato delle carte di cui poi ti sei pentito?
Tu, che porti un anello al dito, l'anello del diavolo, che brucia come fuoco?
Ti ci riconosci in queste parole?

Volevo scrivere di leggerezza, ché mi fa bene.
Ma ho questa frase impressa nel cuore, che leggera non è.
Forse un po' di sana pesantezza ci può rendere più consapevoli delle nostre potenzialità.
In fondo riconoscere il diavolo ci può rendere immuni al suo fascino.

Ho appena scritto una cazzata.
E' che ho ascoltato Afterhours tutta la mattina.
Shame on me.

lunedì, ottobre 12, 2015

Il cesso della Meringa

Dal parrucchiere siamo tutte capiscione. 
Poi torniamo a casa e ci troviamo con una cofana in testa.
Non sono convinta di averla decisa io quella cofana.
Nei prossimi giorni mi dovrò ingegnare su come fare per tirarmi i capelli troppo corti che, su una riccia, sembrano ancora più corti.
Ma più di tutto mi dice lo sguardo delle mie figlie, che equivale a dire "mamma stai un cesso".
Non lo dicono chiaramente, ma sfuggono.
E questa fuga la dice tutta, come quando non hai coraggio di dire una scomoda verità in faccia ad una persona cui vuoi bene, tipo hai uno sfincione tra i denti, ma ti sei guardata il culone allo specchio etc etc.
Ecco. Le mie figlie ieri erano proprio così.
Ed è una sofferenza massima, poiché anch'io penso esattamente la stessa cosa: Meringa sei un cesso.
Quindi vabbè, sono diversa dalle altre donne anche in questo: a me il parrucchiere non mi fa per nulla bene all'umore.
Mentre sono lì seduta che aspetto, per giunta, comincio ad odiare sistematicamente tutte le donne presenti. Soprattutto quelle che hanno tanti capelli, lisci, domabilissimi e per le quali la messa in piega dura 150 ore, e sono 150 ore di goduria per loro. Io quelle le odio. odio quelle che vanno dal parrucchiere ed in cambio hanno un orgasmo assicurato.
Io, invece, esco fuori scontenta, imbruttita e sicuramente più povera.
Per quello sono sempre più convinta che almeno dalla psicanalista mi sfogo, senza pensare di aver perso un orgasmo.

venerdì, ottobre 02, 2015

Ho un vitello nel freezer

Manco da molto. Sono mancata anche a me stessa. Mi sono mancate un sacco di persone.

Ebbene, ho pensato, in questo lungo periodo. Ho pensato alle tracce che si lasciano in una vita. Forse ne racchiudono il senso. Ho iniziato un percorso di psicanalisi, cosa che la Meringa aveva sempre rifuggito, probabilmente a causa dei suoi studi, che le hanno insegnato a porsi sempre al di fuori, per analizzare e interpretare le dinamiche sociali. Tutta questa interpretazione ha fatto sì che la Meringa non sapesse più vedere dentro di sé. A volte le sembrava di intravedere qualcosa, ma di fatto non focalizzava su niente di preciso.

La psicanalista mi ha detto che ho un vitello nel freezer. E lo tengo lì, senza coraggio/voglia/forza di scongelarlo. Potrei eventualmente decidere di buttarlo nel secchio, visto da quanto tempo si trova lì.

E allora il vitello impersonificherebbe una cosa bellissima, gustosa, che ti dà l'acquolina; rappresenta il meglio del meglio che hai avuto nella vita. E sta lì nel freezer. Per poterne di nuovo approfittare appieno, o lo scongeli e lo mangi, o lo getti nella spazzatura e investi su qualcos'altro che ti possa dare la stessa gioia, gusto, acquolina.

Quindi sono alcuni mesi che ho questo vitello in testa e devo decidere cosa farci.

E' una bestia pesante. Forse proprio perché leggera di dolci ricordi e teneri rimpianti, grandi soddisfazioni ed esperienze importanti. Pesante di leggerezza, di investimenti emotivi, di realizzazione di obiettivi, di amici vissuti, di amori amati, di una personalità forte e decisa, di vita piena e soddisfacente.

E' una bestia densa. Perché lascia poco spazio all'incomprensione. C'è tanta roba giusta dentro, tanto vissuto percepito come fecondo, fertile. Un seminato particolarmente rigoglioso. Che rende lo spazio denso, pregno.

E' una bestia leggiadra, simboleggia l'affacciarsi alla vita, le speranze, i progetti, gli investimenti dell'animo.

E' insomma tante bestie insieme.

Ora sono allo stadio che comincio ad accettare di avere un vitello nel freezer, ché prima non lo sapevo nemmeno e ci vuole un po' di tempo a comprendere una metafora del genere. Sto costruendo un rapporto con lui, sto cercando di penetrare dentro il suo cervello, per capire esattamente cos'è che mi affascina in lui, che me lo fa tenere in una teca, congelato. Lo devo avvicinare meglio. Un vitello, lo sai come è fatto. Ma questo è congelato, non lo puoi azzannare e assaporarne la carne, pur avendone il ricordo.

Il cervello mi ribolle di robe strane.
Questo vitello mi ha aperto un mondo.


mercoledì, aprile 29, 2015

Choke

Diversi livelli di vita. Quello in cui vivi, la banalità dei giorni che passano, uno dietro l'altro, fatti di appigli impossibili da agguantare, ore che rotolano via, minuscole missioni da compiere, piccoli gesti che vorresti fossero consolatori per coloro che incroci sul cammino, enormi responsabilità da soddisfare attraverso una monotona routine, che contiene tutte le possibili contraddizioni e tutte le anima. E soffocare. Quello in cui guardi tutto questo, ti guardi vivere, guardi le scene susseguirsi, impossibili da distinguersi, ogni momento uguale a quello successivo, lo stesso colore ovunque, capisci che nulla si distingue, che nel livello in cui vivi tutti sono indispensabili, mentre in quello da cui guardi nessuno è necessario. E soffocare.

venerdì, febbraio 06, 2015

L'incontro tra inguini

Ho cominciato a scrivere questo blog che la mia prima figlia aveva un anno e mezzo.
Parecchia acqua è passata sotto i ponti. Ho discusso con tante persone, anche qui, su questioni di educazione, di nutrizione, di genitorialità. Ho anche smesso volutamente da parecchio tempo di parlare di bambini perché non volevo più che il mio blog venisse identificato come un blog di mamme. Anche se sono consapevole di avere sempre avuto un approccio più che demistificatorio.

Bene. Questa era la premessa per dire che ora veniamo alle cose serie.
Ora che mia figlia viaggia a gran velocità verso gli undici anni, io mi trovo a dover affrontare con lei i famigerati discorsi riguardanti la sua sessualità. E sebbene la scuola non aiuti, visto che il libro di scienze riporta semplicemente gli apparati riproduttori maschile e femminile, ed insegna a chiamare le cose col loro nome, tipo pene e vagina (invece che pisellino e patatina, cosa a cui da oggi in poi mia figlia si attiene rigorosamente quasi fossero le tabelline, tipo mamma mi fa male la vagina), senza tuttavia spiegare come avvenga la loro "fusione" e passi direttamente al capitolo "incinta" (e siamo nel 2015!), sebbene mia figlia comunque manifesti ancora una certa repulsione nei confronti della sessualità così come abbiamo tentato di spiegargliela (cioè che ad un certo punto il pene entrava dentro la vagina), sebbene dia ancora più retta alle sue smaliziate compagne di quinta elementare che a me, 

ritengo sia maturo il momento 

per trattare con lei certi argomenti in maniera meno vaga di quello che i miei genitori fecero con me (che era, di fatto, equivalente allo zero, quindi sarà facile superarlo...). 
Allora ho chiamato le ovaie col loro nome, mentre lei insisteva a chiamarle inguini.
Le compagne le hanno detto che quando viene il primo ciclo le inguini (proprio così!) faranno male.
Io ho rincarato la dose dicendo che le continueranno a fare male per tutti i cicli della sua vita fertile. Forse il dolore si attenuerà un poco dopo eventuali parti. Le ho spiegato che non c'è fretta a voler avere il ciclo, ché poi dura per un sacco di anni e io certe volte, da ragazza, ero così debole che mi capitava anche di svenire per strada e una volta - mi ricordo ancora - mi capitò alla fermata del 26 a Piazza delle Cinque Lune di cadere lunga per strada senza che nemmeno nessuno mi aiutasse a rialzarmi. Non c'è fretta, ma quando arriva vuol dire che sei diventata una donna e che puoi fare figli coadiuvata da quel semino che ha l'uomo. Ma bada bene, tesoro, che il ciclo indica proprio che quel semino non ha fecondato l'uovo e che quindi la donna espelle l'uovo non fecondato. E questo, tesoro, avviene la stragrandissima parte delle volte. Ricordatelo bene. Quindi cerca di recepire che quando il semino va a segno, da lì non si torna più indietro. 
La prossima lezione sarà su come fare ad impedire al semino di andare a segno senza impedire al pene di incontrare la vagina.

mercoledì, dicembre 03, 2014

La tua cifra


Il tuo modo è la rabbia.
La rabbia di una vita che non va come vorresti.
La rabbia di non riuscire a spiegarti nemmeno con le persone che ti sono vicine.
La rabbia di apparire diverso da quello che pensi di essere.
La rabbia di non farcela.
La rabbia di volere ma anche la rabbia di non volere.
La rabbia di non trovare il modo di uscirne.
La rabbia di sapere che hai tanta rabbia dentro e non riesci a incanalarla.
Ferisci le persone.
Ferisci le persone che ti vogliono bene.
E non hai più nessuno cui affidare il tuo cuore.
Perché il cuore di un cane rabbioso non lo vuole  nessuno.


mercoledì, ottobre 29, 2014

Ciò che so dell'amore

Ho letto un libro d'amore, perché d'amore abbiamo tutti bisogno, perfino io che tutti mi dicono che sono una donna forte indipendente sicura di me, questo libro d'amore ha un titolo un po' pretestuoso per i miei gusti nonostante questo mi sono fidata dell'autrice e me lo sono letto: "L'amore è tutto (titolo): è tutto ciò che so dell'amore (sottotitolo, presumibilmente perché non è specificato e di fatto dopo i due punti il titolo continua)", già il titolo la dice lunga su ciò che sarà sviluppato all'interno, cioè il nulla, perché seppure sostiene che l'amore è tutto, non specificando nulla di quel tutto, il tutto rimane nulla, no? nel libro si parla in generale dell'amore, con pretese a tratti di esercizio filosofico, ma più che dell'amore provato, di quello che l'altro dovrebbe provare nei nostri confronti, come lo dovrebbe provare, quanto ci può dare in autostima il fatto che un altro ci ami, quanti quintali di solitudine ci sono da mettere in un rapporto di coppia di due che non hanno figli, quanta pazienza ci vuole ad amare noi donne con un carattere stratosfericamente cazzuto, rompipalle e anche egotico...ecco, quanta pazienza ci vuole? quanto la pazienza ha a che fare con l'amore? io mi rendo conto che ho sviluppato una dose di pazienza infinita dopo l'arrivo dei figli e che però non sempre sono disposta/disponibile a metterla anche nel rapporto di coppia, magari nel rapporto di coppia ci va qualcos'altro, ci va progettualità, interessi comuni, sesso, passione...in tutto questo per la pazienza e la sopportazione c'è poco spazio a mio parere, ora tutti diranno invece che perché un amore duri ci vuole pazienza e sopportazione ma io credo che se c'è sopportazione non c'è più scambio non c'è mutualità non c'è comunanza c'è solo fatica e la fatica mina alla base il rapporto se non è supportata da soddisfazione...ecco in breve questo è ciò che io so dell'amore e poi c'è una cosa che proprio non mi va giù e che presta adito a diverse contraddizioni nel libro - secondo me - ed è che da un lato l'autrice sostiene che quando si ama non si capisce, il cuore batte forte forte le farfalle sono nello stomaco etc, e poi teorizza che la scelta dell'oggetto amoroso avviene nella direzione di una corrispondenza di ciò che abbiamo perso da bambini, cioè cerchiamo tutto quello che abbiamo perso troppo presto e vorremmo ritrovare, ma io non ci sto e credo che l'amore non sia tutto, che l'amore sia un pezzo sicuramente importante ma non tutto e mi spingo a dire che l'amore che diventa tutto diventa malato ed esclusivo, come una cosa che si guarda da vicino senza occhiali (i miopi mi capiranno) e che sembra enorme mentre invece è minuscola... l'amore secondo me è un pezzo del tutto ed è mutevole fragile e da coltivare e poco ha a che fare con l'oggetto amato dell'infanzia e soprattutto non è solo uno e per concludere sulla falsa riga di Michela Marzano, l'amore è tutto ciò che ci separa dall'infanzia è ciò che ci fa adulti ciò che ci fa da lente per guardare e interpretare il mondo ma non può essere definito sulla base negativa della ricerca di una perdita.

giovedì, ottobre 09, 2014

L'impazienza del qui e ora

mi commuovo al travaglio di un cuore
sull'orlo del burrone
quando sta per cadere nell'ignoto
si farà male o
si impiglierà in un ramo a sorreggerlo
con le farfalle nella pancia 
tese a spiccare il volo
nell'ineluttabile impazienza 
del qui e ora

martedì, ottobre 07, 2014

Del sopportare sette anni di sfiga.

"Forse alla fine sono semplicemente un CODARDO", ha detto e quanti ce ne sono e che cosa significa essere un codardo? questa è la domanda che mi si insinua nel cervello probabilmente ha a che fare con una questione di coda, che un cane tiene bassa se ha paura boh io non me ne intendo di animali il dizionario Treccani lo definisce così un codardo: "di persona che, per viltà, evita di affrontare rischi o pericoli" e di per sé non ci sarebbe niente di male nell'evitare di affrontare rischi e pericoli, tenere il culo o la coda al caldo è sicuramente una decisione propizia in certi frangenti quindi mi domando dov'è che si trasformi in accezione negativa perché la parola "codardo" ha sicuramente un'accezione negativa, tanto più se uno se la dice da solo quasi in segno di resa all'impossibilità di agire nello sprezzo del pericolo o alla paura delle conseguenze, ma riflettendoci bene chi agisce nello sprezzo del pericolo è un EROE e non è cosa per tutti essere un eroe quindi tutto sommato darsi del codardo non è poi così grave in un ottica universalistica, certo io son codardo ma quanti altri lo sono! quindi non è un'attitudine così spregevole, siamo in tanti, in tanti che non riusciamo a prendere in mano le nostre vite e io perché dovrei essere peggio di un altro? in questo caso darsi del codardo significa giustificarsi platealmente - hai visto quanti siamo? - rendere meno penosa l'evidenza di quello che sentiamo all'interno di noi stessi perché ci hanno sempre insegnato che essere/fare l'eroe della storia è la parte più prestigiosa, più ricca di contenuti, di colpi di scena, di climax avventurosi, e questo cozza con la codardia, ma di fatto se codardi siamo in tanti e uno solo è l'eroe, tant pis, tanto peggio come dicono i francesi, non è che casca il mondo anzi ci sono più chance di cavarsela di rimanere a galla di non farsi prendere da una freccia in pieno petto visto che - se siamo codardi e non eroi - non saremo mai in prima fila e questo è un grande ALIBI altrimenti come lo vogliamo chiamare come comportamento? mi viene in mente solo alibi, una "motivazione che giustifica o discolpa" (Treccani) e quindi alla fine si torna all'inizio e cioè che la codardia è una automotivazione che giustifica o discolpa da un gesto che non siamo stati capaci di fare, da una decisione che non siamo stati capaci di prendere, da uno strappo che non siamo stati in grado di ricucire: "sono semplicemente un codardo" è una frase che ci fa sentire meglio, che paradossalmente ci dà ancora la forza di guardarci allo specchio che non si spaccherà nemmeno nel rifletterci perché se non siamo eroi, non siamo nemmeno in grado di sopportare sette anni di sfiga.

venerdì, settembre 26, 2014

Sull'orlo delle lacrime di felicità

Il luogo è un matrimonio. Quello di mia madre e mio padre. Il tempo è quarantotto anni fa. Il fatto è una foto. Di quelle con una minuscola cornice bianca, 23x18 cm, lucida, perfettamente a fuoco in ogni suo dettaglio. Di quelle che sono perse nella marea di foto. Che non meritano una pagina dell'album. Che non sono fatte con gente in posa. Quelle foto che il fotografo sicuramente considerava bucate. Oggi non le stamperebbero nemmeno. Cinquant'anni fa invece devono averla messa nel mucchio. Io l'ho ritrovata del tutto casualmente. I suoi colori erano sgargianti, in contrasto col b/n di tutte le altre, brillanti i colori dei vestiti, della tovaglia rosa, lo sbrilluccichìo dei bicchieri. Ed il soggetto era incredibilmente prezioso. Era il tavolo della famiglia della sposa. Mia madre e mio padre erano in piedi. Papà con il cesto dei confetti in mano. Mia madre china alle spalle di mia zia. Sorella tanto amata. Ho fatto un calcolo che in quella foto aveva 31 anni. Da già quasi dieci era malata di sclerosi multipla. Era in carrozzina al tavolo. Aveva perso l'uso delle gambe. Ma era al matrimonio della sorella. Con un raffinatissimo tailleur di shantung celeste e la spilla di turchesi e oro. L'immancabile spilla delle donne di casa mia. Ma tutto questo, l'esserci al matrimonio di una sorella e l'essere elegante, per chiunque potrebbe essere una cosa ovvia e banale. Io so che dietro a quella presenza c'era l'amore di una famiglia che non si è fatta annichilire da una malattia così invalidante e ha costruito la sua quotidianità e la sua routine su di essa senza esitare un attimo. Per essere lì quel giorno del '66, mia zia aveva dovuto essere portata a spalla per le scale dal 5° piano, probabilmente caricata in macchina almeno un paio di volte per andare in chiesa e poi al ricevimento. E nella foto è seduta al tavolo. Mia madre la cinge da dietro. Lei ha la testa leggermente reclinata all'indietro, come per appoggiarsi al braccio di mamma cercando di guardarla. E lo scatto immortala il momento in cui a mia zia sale il singhiozzo della commozione, quello che scatenerebbe il fiume di lacrime se non fosse trattenuto. E mia madre sorride a consolarla, facendosi prendere la mano. Un sorriso dolcissimo. E sorride mio padre col cesto di confetti. E sorride l'altra sorella, che le carezza l'avambraccio come a sostenerla. E' come l'istantanea di tanto amore. Che c'è stato intorno a questa persona così speciale, in un periodo in cui una malattia del genere non aveva le speranze di confort, palliazione e durata che ha oggi. Capitata ad una ragazza di 23 anni che aveva tutta la vita davanti. Ad una famiglia di donne che avevano perso padre e marito prestissimo. Che si sono rimboccate le maniche di fronte alla vita. Perché la sofferenza e il dolore, se condivisi, li fanno più sostenibili e li trasformano in energia positiva. E quel sorriso di mia madre nella foto era il sorriso che lei aveva sempre, la sua forza. Il sorriso con cui la sua vita e quella della sua famiglia sono state vissute. Quello che ha trasmesso a mio padre. Un sorriso denso di vita. Quello che ha insegnato a noi. Quello che io mi prendo come eredità. E oggi questa foto sull'orlo delle lacrime di felicità me la tengo nel cuore. Fuori da tutti gli stereotipi delle foto di matrimoni.

mercoledì, giugno 04, 2014

Il peso specifico dei desideri

Pensavo che si arriva ad un punto in cui si fanno bilanci, anche se la bilancia ci dice che dovremmo pensare ad altro, ad estrofletterci dal cervello che tanto spazio occupa del nostro tempo, mi piacerebbe assai non pensare, astrarmi dai miei neuroni ma pare che ciò non sia possibile in quanto l'assenza di attività cerebrale denoterebbe morte in atto e in realtà io non desidero morire vorrei assentarmi, fisicamente e mentalmente da questo mondo presente per buttarmi a quattro di bastoni in un senza tempo sbilanciato in cui la mia ciccia i miei occhi ipovedenti, i miei capelli indomabili  i miei iperattivi neuroni non avessero più alcun peso e valessero come il due di bastoni quando regna coppe e non è nemmeno una questione di stanchezza fisica perché a quella c'è sempre rimedio si tratta piuttosto di un'iperattività mentale del tutto inconcludente che comincia a diventare un peso e la bilancia misura proprio questo ma non ho ancora capito cosa ci dovrei mettere sopra se la mia capoccia, il mio culone oppure una bustina con i miei desideri rischiando che perdano miseramente di consistenza rispetto a materia di cotanto peso ma mi balena alla mente una reminiscenza liceale, il calcolo del peso specifico, inversamente proporzionale al volume, cioè più un oggetto è grande - a parità di peso - e minore è il suo peso specifico quindi c'è la speranza che una cosa piccoletta abbia un alto peso specifico e mi interessa proseguire per questo ragionamento nella direzione che analizza la questione del peso dei miei desideri che sulla bilancia virtuale potrebbe essere magicamente enorme per un volume piccolo piccolo che li contiene, lo spazio del minuscolo cervello che ho in testa o volendo quello dell'organo pulsante che ho nel petto e mi sa che la bilancia virtuale dei miei desideri sta tentando di dirmi che il loro peso specifico potrebbe superare di gran lunga quello del mio cervello o del mio cuore. Forse dovrei ascoltarla.

lunedì, maggio 19, 2014

Brandelli di vita. Ma nel senso positivo.

Ritornare alle proprie origini è sempre un momento di passaggio e al contempo un approdo molto combattuto. Border line tra lacrime e sorrisi. E le lacrime non sono sempre per cose tristi, ma spesso per momenti felici che tieni dentro con nostalgia, o racconti che non hai vissuto ma che qualcuno custodisce con un affetto inimmaginato. La vita prende senso in questi brandelli di vita che qualcuno, altro da te, tiene dentro di sé, brandelli di tuo padre, tua madre, i tuoi nonni, i tuoi zii. I brandelli nobili, quelli che ricostruiscono una personalità, una nobiltà d'animo, una generosità, un'umanità che pensavi di custodire solo nel tuo cuore, ma di cui hanno beneficiato tantissime persone che con immutato affetto ne trattengono traccia nel loro cuore. E ogni volta si aggiunge un brandello. Allora non è un caso se ieri, mentre viaggiavo a destinazione di un paese nel nord del Lazio, il paese di mio padre, da lui immensamente amato, difeso, sempre abbracciato nei suoi pensieri opere e opinioni, mentre viaggiavo mi scendevano piccole lacrime di tenerezza. Quella tenerezza che si ha per l'amore, per le cose amate da chi si ama, non so se rende l'idea, ma è un concetto che io ho ben chiaro, tenerezza mitigata dal ricordo, dalle immagini nella testa e nel cuore, che mi porto dietro e dentro da una vita. Seppure la vita spesso ci separi, anche per ragioni inspiegabili, dai luoghi e dalle persone che amiamo, ieri ho capito che ci sono sentimenti che vanno oltre questa distanza. Sentimenti che è giusto coltivare e se non lo fai, se non rendi loro omaggio alla fine di una vita sei un traditore, sei un disumano, sei niente, hai vissuto invano. E' un concetto che mi risulta difficile da chiarire maggiormente. Diciamo che ieri qualcuno mi ha parlato di questi tradimenti. Ma ho anche (ri)scoperto cose che mi hanno fatto bene al cuore. E sono partita da lì con l'ulteriore certezza che mio padre fosse un grand'uomo, se ancora adesso, a distanza di tredici anni dalla sua morte, tante persone si ricordano di lui con parole di calore enorme e abbracci di autentica commozione. E tutto, intorno, ha più senso.

mercoledì, maggio 14, 2014

Taglio netto. E preciso.

Il mio cervello attualmente è impegnato in una serie di riflessioni sul virtuale. Quello stesso virtuale che si interseca con il reale. Con la vita di tutti i giorni. Quel virtuale che, grazie alla presenza di un pollice opponibile, ti consente di essere in collegamento con centinaia di persone che non vedi, non vedresti e non vedrai nella tua realtà di tutti i giorni. Con quelle informazioni mordi e fuggi che contraddicono in toto la tua passione per gli studi, per l'approfondimento, per le migliaia di libri che hai letto. Quelle informazioni che remano contro i cinque libri che hai sul comodino. Quelli che hai iniziato e da un po' di tempo non riesci più a terminare. Quel mordi e fuggi che provoca gelosia per un like sul post di qualcuno. Che ti fa sentire più o meno importante a seconda della popolarità che hai. E questo lo dico pur essendo io una persona "popular" nella vita reale. Una che ama stare al centro dell'attenzione. Una che sa sempre cosa dire quando è in mezzo alla gente, pur amando follemente il silenzio. Questa schizofrenia della presenza, questo sapere tutto di tutto/tutti, perché con un click googli chiunque, diventa sempre più assenza di vita. Nella mia testa almeno. Non conta più quello che sei, quello che vuoi, quello che sogni. Ma è tutto trasposto in una vita parallela. Dove raggiungi qualsiasi cosa e diventi sicuro di essa in cinque secondi. Quando per studiare Platone io ci ho messo tre anni, il primo che arriva ne sa immediatamente più di me; mentre quando fai un commento articolato senza citare siti, ma scrivendo solo parole che derivano dai tuoi studi, dalle tue conoscenze, che hai elaborato nel corso degli anni e fatto tue e sono diventate parte del tuo modo di pensare, di guardare il mondo, di analizzare e affrontare gli eventi, quel commento articolato viene immediatamente riportato al livello di saccenteria, del che cazzo ne sai tu su wikipedia c'è scritto altro. Nella vita reale una persona così io non la guardo più nemmeno. Nel virtuale queste persone si possono ignorare, si possono defolloware, si possono bannare. Ma rimane un senso di impotenza, una mancanza di riconoscimento, una ferita (virtuale anch'essa?) che rende questa schizofrenia dei rapporti portatrice di infelicità e inadeguatezza. Parlo per me ovviamente, e per il momento storico che sto vivendo. E' come se questo livellamento di conoscenze rendesse inutile tutto il percorso che ho fatto finora. 
Forse, per risolvere la questione, dovrei tagliarmi il pollice opponibile. 

mercoledì, febbraio 05, 2014

All you can eat is happyness, papparapapa.

Passerò ad argomenti più futili sempre con uno sguardo al sociale, tipo la crisi che in questo momento ci sega i portafogli, e mi soffermo volentieri sulla nuova espressione utilizzata da un caro amico colto e viveur che con non-chalance ieri sera a telefono mentre mi aspettava a Piazza Bologna ché io ero sotto il fuoco nemico del tappo automobilistico ad anta chilometri lontano da lui mentre avrei dovuto invece essere a farmi coccolare tra le sue braccione, il mio amico viveur - dicevo - a telefono, per accelerare il mio arrivo, ha snocciolato quattro paroline magiche che mi hanno aperto un mondo e fatto realizzare in un batter baleno che ciò che io avevo sempre pensato essere un low cost del cibo era invece molto più trendymente la moda attuale della magnata, dello scofanamento assoluto, il paradiso per noi insaziabili editori umani e mi ha portato altresì a tutta una serie di considerazioni culi-socio-psico-narie che hanno fatto di me una donna più ricca intellettualmente, più erudita, più consapevole e soprattutto più grassa nello spazio di due ore; più grassa di così si muore e no! se posso enunciare il principio primo dell'eat all you can - queste sono le quattro paroline magiche delle quali io conoscevo il principio pur non avendo mai sentito questo termine così ben descrittivo - è esattamente quello per cui mangiando tutto quello che ti entra nella pancia senza che possa penetrarvi più nemmeno uno spillo pagando sempre la stessa cifra (relativamente poco e comunque sempre immensamente di meno che pagare una per una tutte le portate ingerite), quel principio è che con lo EAYC non si muore, siore e siori sono ancora qui per dimostrarvelo infatti stamattina direi che dopo non aver fatto colazione ho addirittura un leggero gorgoglìo di stomaco al quale sto cercando di non pensare ma che persiste nonostante ieri sera io abbia fagocitato l'equivalente di una cena per dieci commensali ed altrettanto ha fatto il mio amico il quale peraltro alla fine aveva come un senso di spossatezza leggera, mentre io qualche altra cosetta avrei sicuramente ingollato; il secondo principio è che all'udire che si può ordinare qualsiasi cosa, la parola tutto diventa la nostra bibbia, la nostra nuova religione che per un ateo equivale ad un redde rationem immediato sul campo ebbene da ieri io ho una nuova religione quella del mangio tutto; il terzo principio è quello che le possibilità umane sono e restano completamente sconosciute fino al giorno in cui ti siedi all'EAYC della tua tipologia di ristorante preferito (per me il giapponese), e mentre sei lì raggiungi parecchi gradi di felicità inversamente proporzionale al prezzo pagato per averla, il che traduce il nostro principio con all'EAYC puoi acquistare a due lire la felicità perché non traslocare lì dentro per sempre? tutti sarebbero più rilassati, il tempo non passerebbe più così velocemente, saremmo tutti più sorridenti complici anche due bottiglie di birra da 75cl, diciamo che la filosofia di questo EAYC mi sembra un po' la metafora di quello che tutti desidereremmo dalla nostra società, pagare il giusto per avere tantissimo, quel tantissimo giusto che ci faccia dire oh come sono felice, infatti l'amico mio mi diceva: "ma io pensavo che stessi una chiavica - lui pur essendo di formazione aulica parla così - e invece sei in gran forma" e certo che sono in gran forma sono nel mio ristorante preferito e posso mangiare tutto quello che mi passa per lo- schiribizzo-del-cervello-e-oltre, sono in gran forma, sì in gran forma rotonda!

*nda: i neologismi creati in questo post sono di proprietà assoluta di me medesima. Qualora voleste appropriarvene dovrete commisurare l'equivalente di almeno un EAYC a me stessa medesima. Grazie.

lunedì, febbraio 03, 2014

Democrazia à la carte

Pensavo, no, a cosa direbbero i Padri della Patria, della nostra Patria martoriata e offesa da ingiurie,  incontenibili esternazioni di cultura pressapochista che insulta le donne, i vecchi, la storia e la cultura. In tutte le culture degli umani la vecchiaia significa esperienza. Da noi è diventato sinonimo di approfittarsi delle situazioni e di sopruso. Quindi un vecchio nella sua vita ha solo sfruttato, goduto di privilegi, scroccato. Non è un coacervo di esperienza vissuta, di errori, di saggezze, di incontri, di libri letti e cultura macinata, no. Una donna è un buco da scopare, da fottere, da ingroppare e anche uccidere se capita. Un essere immondo che assurge a simbolo di tutte le perversioni degli umani perché perversa lei per prima che si fa fottere provando magari piacere. Quindi il massimo dell'offesa è che non sia scopabile, visto che a lei piace tanto. Anni di cultura e storia della parità dei diritti buttati al cesso (e non è un eufemismo) perché nel momento di crisi sociale, politica ed economica si distruggono i simboli di una cultura per rinascere a nuova (?) vita. Questa distruzione dei simboli io la conosco storicamente. Non è nuova a molte rivoluzioni contro le tirannie. Quel che è nuovo, secondo me, è la rivoluzione contro la democrazia. La democrazia per definizione si combatte dal suo interno, è fatta di contrasti, di dialogo, di opposizione, ma dà per scontato l'accordo su quello che decide la maggioranza. Se non si è d'accordo con la maggioranza si è sconfitti. Punto. Sconfitti e scontenti. Ma si deve accettare. Sappiamo tutti che il mondo è pieno di stronzi. Basta una democratica riunione di condominio per capirlo. E se non si è d'accordo con quello che decide la maggioranza che si fa? Si tagliano i fili della corrente degli altri condomini? E la democrazia si fa con leggi condivise, con prassi attestata, anche con cavilli, perché sono procedure che il consesso sociale si è dato quando ha adottato questa forma di governo. Ché poi ci sono morte parecchie persone per ottenerla. Ma solo i vecchi hanno studiato la storia, perdendo un sacco di tempo, gente che proprio non ha fatto mai niente in vita sua. Siamo al punto che uno che dedica la sua vita allo studio ha perso tempo. Ciò che sa, che conosce, che ha elaborato, non conta nulla. Qui siamo al punto che l'unica verità e l'unica informazione sono quelle veicolate dalla rete, spesso senza fonti certe. Mi piacerebbe sapere quanta gente conosce i regolamenti parlamentari. Credo pochi. I più si fidano dell'informazione che viene diffusa sul fatto che un certo strumento viene utilizzato solo al Senato e non alla Camera, per prendere un esempio recente. Senza andare oltre, senza conoscere le regole di un consesso democratico, che sia il parlamento, la riunione di condominio o la cooperativa. Questo pressappochismo della conoscenza fa paura e porta a distorsioni terribili che sfociano nel populismo di protesta fine a se stesso. Gli italiani, si sa, hanno bisogno del leader. Quando al governo non c'è una carismatica figura lederistica, lo sfortunato di turno viene trattato come uno con le palle mosce, come un mortadella e non oso immaginare se fosse una donna (abbiamo del resto visto la culona inchiavabile della Merkel). Allora beccatevi un Renzi, un Grillo o addirittura ancora un Berlusconi, se siete veramente sfigati. Io mi tengo la mia indignazione per i roghi di libri, per gli insulti sessisti e per la negazione della saggezza della vecchiaia e il mio amore per la cultura. E mi oriento sempre più in maniera significativa - seppur con dolore - verso il non voto.

giovedì, gennaio 23, 2014

Metaforicamente parlando, forse è tutto lì dove dovrebbe essere

Oggi ho perso l'anello di mia madre col rubino, quello con la fascia in maglia d'oro, quello che più che essere prezioso mi ricordava lei, che lo portava al mignolo e allora il sangue mi ha dato alla testa non c'ho capito più niente perché è vero che sono solo cose ma certe volte le cose evocano molto più del bene che sono e ho cominciato a cercare, a frugare dovunque a mettere a soqquadro tutte le mie cose, a cercare di ricordare dove diavolo potessi averlo messo con questa testa piena di pensieri vorticosi su tutto e su tutte le cose che mi stanno accadendo talmente piena che vedo un segno in ogni avvenimento che avrei strangolato a mani nude l'usciere del comune quando stamattina non mi ha fatto entrare a fare la dichiarazione che non avevo ricevuto la tarsu da pagare che scadrebbe domani e che siccome ho una coscienza civica voglio pagare prima che scada ma qui gli uffici pubblici quando sono aperti il pomeriggio non lo sono la mattina e intanto il pensiero dell'anello mi tagliava il respiro e ho inveito contro tutta la gerarchia comunale per quegli stupidi turni e volevo fare come fece mio padre quando gli impedirono di parlare col direttore della banca, mio padre - un metro e 90 stazza parecchio robusta - si sedette su una sedia all'ora di chiusura dicendo che non si spostava fino a che non gli avessero fatto arrivare davanti il direttore in persona e nessun altro e veramente non  si spostò e questo episodio diventò mitologico nella fenomenologia di casa mia, mio padre e la sua epica occupazione assursero a paradigma di come si fanno rispettare i propri diritti pur non essendo certo mio padre un rivoluzionario ma giusto un onesto borghese di origine contadina, ecco io volevo imitarlo occupando il comune del mio stupido paese fino a che non mi si fosse presentato davanti il sindaco in persona che in realtà non sono certa sia ancora a piede libero quindi l'azione non avrebbe sicuramente avuto il giusto rilievo indi per cui ho rapidamente calcolato di uscire semplicemente sbattendo la porta sulla faccia dell'usciere, che vita grama e soprattutto quanto umore condizionato tutto sommato da una stupidaggine come perdere un anello ma in quel momento quell'anello era tutta la mia vita, quella che ho smarrito quella che non riesco a ritrovare quel bandolo che mi sfugge via senza che io possa fare niente per recuperarla se non cercare di sviscerarne le ragioni cercare di mettere su un piatto quello che c'è, quello che non va, i pezzi che si possono mettere insieme e quelli irrecuperabili, l'anello è diventato per un paio d'ore il simbolo di tutte le mie frustrazioni del mio sangue che ribolle del mio umore fumino delle mie speranze deluse e poi tutto d'un tratto ricompare come se avesse voluto mettermi alla prova come se avesse voluto farmi uno scherzo quegli stessi scherzi che io faccio alle mie figlie ma dove avrete messo le figurine cui tenete tanto? oddio mamma le abbiamo perse ecco la disperazione nei loro occhi proprio come la mia, durante la frenetica ricerca, lo sproloquio, l'imprecazione assoluta...ho ritrovato l'anello e ho avuto un guizzo al cuore, era dove doveva essere forse metafora di tutto il resto.

mercoledì, dicembre 11, 2013

Ripasso per il via e ti faccio un colpo di telefono

Ho avuto molte cose, la maggior parte delle quali assolutamente non monetizzabile, il cui valore supera di gran lunga qualsiasi tesoro recuperabile attraverso un'organizzatissima caccia.
Ho avuto tanto amore. Amore disisnteressato. Senza regole. Spesso immeritato e non ricambiato. Ma il più delle volte corrisposto e goduto. Ho avuto tanti amici. Amici veri. Senza regole. A volte immeritati anche se sempre ricambiati. Ho avuto lacrime amare, dolci, ripetute e crudeli. Ho avuto sorrisi aperti, dolci, ripetuti e crudeli. Ho visto la morte venire. Tante troppe volte. Ho approfittato della quiete prima della tempesta, col cuore martoriato e gli occhi esplosi. Ho avuto parole di stima, sguardi di sottecchi, preghiere di smettere. Non sono dio. Non sono quel dio in cui molti credono. Questa consapevolezza anche ho avuto. Non credo in dio ma nell'uomo. Credo nell'uomo al funerale di mio padre. Quell'uomo eroe che trasportò a spalla un commilitone dalla Russia salvandogli la vita. Quello stesso uomo che piangeva al funerale di mio padre perché aveva perso il suo amico. Credo in quella donna che teneva la mano di mia madre quando ha esalato l'ultimo respiro ed io non c'ero. Credo in quella donna che mi teneva sulle gambe cantandomi Bella ciao e mi ha portato alle manifestazioni in piazza facendomi sentire per la prima volta una donna. Credo in quella donna che mi ha detto ti starò vicino, siamo rimaste io e te. Credo nel primo uomo che mi ha detto ti amo sotto una splendente luna piena. Credo in quell'uomo che mi ha detto di aver ritrovato in me la sorella che aveva perso in un incidente a otto anni. Quell'uomo che si è tolto la vita per il troppo dolore. Credo in quella donna che ha creduto in me e mi ha donato la sua stima e la sua amicizia. Credo in chi è ritornato dopo tanto tempo, irrompendo in punta di piedi. Credo nell'amore. Nella sua semplicità devastante. Purtuttavia mi rendo conto di aver bisogno di un buon terapeuta per superare tutto questo.

lunedì, ottobre 28, 2013

Come un negroni sbagliato

Perché a volte servirebbe annullare la mente i ricordi quei pochi neuroni che ancora ti girano in testa perché se pensi di sapere chi sei ti guardi nello specchio e non ti riconosci a me capita spesso di vedere una che non mi è familiare una che guarda nel vuoto con gli occhi tristi io me la ricordavo sorridente piena di vita quella lì quella che ora si sente come un negroni sbagliato - e qualcuno dirà ma è buono il negroni sbagliato! - è una roba buonissima ma definita attraverso una negazione forse proprio come quell'immagine che rimanda quei begli occhietti spenti perché non so se lo sapete ma ci sono le variabili che cambiano tutto, i progetti le idee i sogni, si mettono di traverso e ti bloccano o ti facilitano incredibilmente le cose le decisioni le casualità, le variabili sono tutto in mezzo alle costanti, le costanti sono la routine quella che ti entra dentro e non ti accorgi nemmeno che è entrata talmente in fondo che non te ne accorgi, e semmai te ne accorgessi sarebbe talmente in fondo che ne riusciresti a distinguere solo uno spicchio 

le variabili sono quelle che sparigliano finanche lo spicchio in fondo in fondo sono la vita quella come l'hai sempre sognata sono quello che non riesci a governare quello che sfugge a qualsiasi classificazione o parametro quello che scantona le costrizioni e passa dietro le costanti quatto quatto senza farsi vedere mi hanno detto devi scrivere scrivi mentre io avrei sicuramente bisogno di un buon terapeuta tanto bisogno di capire come riaccendere quei begli occhietti spenti ma come fai quando hai bisogno di qualcosa che non riesci nemmeno a quantificare e niente è come quel negroni sbagliato che non puoi far diventare giusto anche se sai cosa ci vuole per farlo, perché separare liquidi è impossibile dopo che li hai messi insieme. 
L'unica cosa che puoi fare è bere tutto d'un fiato.

lunedì, ottobre 14, 2013

Da manuale

Insomma vabbè periodo complicato questo. Le certezze se ne vanno una dietro l'altra. Sbadataggine a 360 gradi. Ho perso l'autocontrollo - quello che più o meno tutti teniamo nelle occasioni pubbliche - urlando come un'ossessa contro un ragazzino di dodici anni perché giocava a tavola con un mazzetto di arrosticini appena portati dal cameriere al ristorante [NON SI GIOCA COL CIBO SE C'E' UNA COSA CHE MI MANDA IN BESTIA E' LA GENTE CHE GIOCA COL CIBO - ho urlato questa cosa con tutta la poca voce che avevo in gola visto che ero incidentalmente afona. Il mio strillo gutturale ha impietrito tutta la tavolata. Verranno a rendermene conto anche i genitori del ragazzetto, gli avrà detto che l'ho maltrattato davanti a tutti]. Ho perso documenti fondamentali per fare tutta una serie di pratiche amministrative di cui si occupa la mia sorella avvocato che mi avrebbe volentieri minacciato di morte se non avessi usato anche contro di lei l'arma della voce che non c'è. Sto leggendo un libricino che parla di momenti di trascurabile felicità e incredibilmente quelli dell'autore corrispondono parecchio a quelli che avrei elencato anch'io per me sono di trascurabile felicità quei momenti del piccolo quotidiano che dovrebbero far parte della routine ma che in fondo scappano via come un nastro che non riesce ad essere annodato, come i gas che ha studiato mia figlia in quarta elementare le cui molecole vanno un po' dove a loro pare quei momenti che scapocciano insomma e che tutti individuano come routine ma che noi sappiamo che ci provocano un piacere indescrivibile in quanto completamente incomprensibile a chiunque altro se decontestualizzati. Ho incontrato la mia professoressa d'italiano delle medie per strada. Si ricordava di un tema che avevo fatto io, proprio io, mettendo in dramma una roba che non ho capito cosa fosse perché mentre lei parlava la mia mente vagava a cosa potesse mai essere questa composizione. Io ho sempre ricordato gli studenti più bravi e quelli più scapestrati - mi ha detto. Non saprò mai dove fossi io. Ma questo è sicuramente un momento di trascurabile felicità. Ho deciso che mi aggrapperò a questi momenti. Sento che potrebbe funzionare. Se non fosse così, saranno solo stati trascurabili [dovevo essere la più brava della classe visto come uso il futuro anteriore da manuale].

sabato, settembre 28, 2013

Tra le dita

Una vita mi è passata tra le dita ed è scivolata via per sempre. Di per sé non sarebbe grave. Di per sé è anche normale che due dita non riescano a sorreggere una vita. Perché una vita è fatta di tante cose, di tante altre vite che si incrociano si sovrappongono si intruppano scontrandosi si baciano si amano si prendono il sangue e altra vita che se ne va. Una vita è fatta di lacrime, di risate, di scritti conservati in un cassetto che non leggeremo mai più, di statuine ficcate sul soppalco a prendere polvere perché gli sguardi non le sopporterebbero, di cose tenute perché buttarle ci si spezzerebbe il cuore anche se non servono più a niente. Una vita è fatta di foto belle foto brutte a volte foto in posa perché è un'occasione speciale e abbiamo indosso il nostro vestito più bello che anche se non lo metteremo mai più - perché si sa che si ingrassa dal giorno dopo -quella foto è lì a testimoniare che siamo stati così almeno per un giorno. Una vita fatta di bottiglie di alcol conservate perché erano troppo care per berle e poi sono andate a male ma scopri che per qualcuno valgono ancora tantissimo. Una vita fatta di amore vero quello che mette le persone care davanti a tutto, quello che ti fa avere tanti amici quelli che si confidano appena ti conoscono perché sai ascoltare e non l'hanno fatto prima con nessuno mai così bene così profondamente, e continueranno a farlo per sempre. Una vita fatta di prese di posizione profonde di principi creduti e sostenuti davvero di gesti di generosità incredibile ma anche di incazzature senza fine di quelle che ti prendono le viscere di quelle che ti fanno il sangue amaro talmente amaro che se ne sente l'odore. Una vita fatta di viaggi di feste di serate con gli amici di spese folli di concerti di panorami di belle cose. Le mie dita non sono riuscite a trattenerla questa vita speciale. Ma non me ne cruccio. So che passerà il dolore e resterà quella preziosa sensazione di averla avuta tutta per me.