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lunedì, gennaio 09, 2012

Far finta di essere sani

C'è una cosa in assoluto che detesto nel carattere altrui e che può essere senz'altro accumunata al concetto di falsità o addirittura esserne costola integrante. Avete presente l'utilizzo che viene fatto dell'ipocondria? Secondo me l'ipocondria è uno atteggiamento sociale. Uno non è ipocondriaco per se stesso. E' ipocondriaco per dirlo agli altri. Per comunicare uno stato (psico) fisico di prostrazione dovuta a (pseudo) identificata malattia invalidante il corpo, con l'obiettivo - nemmeno tanto nascosto - di negare l'invalidità parziale o totale della mente. L'ipocondria praticata per lungo tempo elimina dal soggetto in questione ogni collegamento (forse, peraltro, mai esistito) con la realtà circostante. Non consente più di comprendere concetti semplici e a tratti anche banali come: "distanza da altro essere umano", "opportunità", "tragicomico", o anche solo "comico". Si può dire, senza tema di smentita, che un ipocondriaco non riconosca più il tempo che passa. Che non abbia più nessun riferimento spazio-temporale-sentimentale se non il suo malato ombelico che vede il mondo  da una prospettiva molto bassa riportando inevitabilmente tutto ad esso. Non esistono più discorsi aulici, non esiste cultura, non esistono interessi, non esiste più nulla al di fuori di quel centro, reale e al contempo immaginario, del proprio corpo. E questo, c'è poco da fare, è indubbiamente invalidante. Ma non per il corpo di cui sopra, che vive proprio grazie a questo transustanziale equilibrio, quanto piuttosto per il mondo circostante. Tutti coloro che hanno la sfortuna di passare accanto a cotal cataplasma e ne subiscono le spire malefiche o semplicemente gli influssi pestilenziali conoscono il fenomeno di cui sto parlando. Gli ipocondriaci sanno di attirare la compassione altrui e ne approfittano in maniera scientifica. In questo senso parlavo di falsità. E "altrui" rimane invischiato in questo meccanismo unilaterale di "do et in cambio niente" dal quale è difficilissimo estrarre le proprie macerie. Perché si rischia di rimanere triturati da un ipocondriaco. Lui non muore di certo. 
Perché - e LO sfido a contraddirmi - l'ipocondriaco non è veramente malato.

lunedì, giugno 21, 2010

Niente di grave

Niente. Tutto quello che io possa scrivere sarebbe smielato, sdolcinato, da mamma nutellosa di pubblicità. Sicché non mi voglio avventurare nella retorica del dolore, della sofferenza, della compassione che si può avere per un figlio che hai portato nella pancia per nove mesi, allattato, nutrito, coccolato, svezzato, accudito come carne della tua carne. Non mi voglio addentrare perché qualsiasi cosa non renderebbe l'idea di come sto adesso. Adesso che la vita ci mette alla prova. Io so che la vita è bella. E che nulla è irreparabile. E che a questa cosa c'è rimedio. E senza conseguenze. Ma c'ho una paura fottuta lo stesso.

venerdì, marzo 12, 2010

Sana

Sono sana come un pesce. Non ho praticamente niente se non una discreta anemia.
Ho speso una quantità di soldi e di ansia non indifferente, ma alla fine il risultato è il migliore che si potesse sperare.
Certo noi femmine dobbiamo attrezzarci dopo i quaranta a fare tutta una serie di analisi che ci decretino il buon funzionamento delle nostre protuberanze interne ed esterne, ma questa è poca cosa di fronte alla mia soddisfazione alle parole del mio ginecologo:
"Ecco, guarda, hai un utero perfetto"!

giovedì, febbraio 25, 2010

Ce l'ho, mi manca

Il mio medico: "Lo vede quello zerbino?"
"Si", rispondo io.
Il mio medico: "Bene, con i risultati delle sue analisi lei dovrebbe essere come quello lì. Sono un po' preoccupata".

A voi ve l'hanno mai detta una cosa del genere?
E' vero che i valori del mio emocromo erano più sballati di Morgan, però cavolo sentirsi dire che è stupefacente vedermi in piedi, mi pare un po' forte come affermazione.
E ovviamente, appena uscita da lì mi sono sentita tutti i sintomi di tutte le più impronunciabili anemie.
Ma io sono forte. Sono in piedi, dopotutto. Nella mia vita sono sopravvissuta a 5000 piastrine, praticamente alla disintegrazione del corpo umano. Col mio metro e ottantatre troverò anche stavolta il bandolo della matassa.
Alla grande. Sì sì, alla grande.
Non sono per nulla tesa.
Per nulla.

martedì, gennaio 19, 2010

Inibitorio

Sono una donna fortunata.
Ieri sono stata la prima ad entrare in sala operatoria, il che ha i suoi vantaggi.
Primo: i medici sono freschi e non hanno mani tremolanti, sono simpatici, hanno appena fatto colazione e rimane loro dentro quel cucchiaino di zucchero di cui noi pazienti affidati alle loro cure abbiamo tanto bisogno.
Secondo: il personale paramedico ha appena attaccato il turno, tutti hanno delle cuffiette che rischiano di farli passare per medici e ciò li riempie di felicità e dà un senso più alto al loro lavoro. Essere scambiati per anestesista è comunque lusinghiero. Foss'anche da una mezza cecata come me che senza occhiali non vede (ovviamente!) ma non capisce neanche nulla degli eventi che si dipanano intorno a lei.
Terzo: devi essere operata tu perché abbiano inizio le danze. E questa, signori miei resta una verità incontrovertibile.
Però può anche capitare che l'anestesista sia malato e che tutto l'ospedale si attivi a cercarne uno disponibile. Può anche capitare che il chirurgo debba aspettare l'anestesista e per non saper che fare ti legga tutte le clausole della privacy discutendole amabilmente, così, tanto per passare il tempo.
E poi, dopo tutto ciò, è chiaro che tu ti risvegli dall'anestesia urlando che il medico è bellissimo e cantando tutto il repertorio di Baglioni tipo: "E' domenica mattiiina si è svegliaaato già il mercatooo!".
Se rinasco faccio l'anestesista.
La questione della caduta dei freni inibitori mi attira un sacco.

martedì, febbraio 10, 2009

Animali umani

Io ho vissuto 9 anni in casa con una persona malata di sclerosi a placche.
9 anni su 23 totali di malattia.
Potrei definirlo un calvario. Se non per il fatto che è durato molto di più.
Ma, e sembra paradossale dirlo, è stato un calvario felice.
Perché è rimasta la testa, vigile fino all'ultimo.
Ed un sorriso bello da far piangere.
Lei viveva in un mondo tutto suo.
Un mondo fantastico eppure assolutamente reale.
Inventava avvenimenti, raccontava assurde bugie a chiunque interagisse con lei.
Ed erano le bugie più sincere che un umano potesse ascoltare.
Perché erano dette da una sedia a rotelle.
Da una donna che non poteva mangiare, bere, evacuare, lavarsi, vestirsi, camminare da sola.
Ma le rimaneva l'immaginazione. La forza suprema del pensiero.
Quell'immaginazione che l'ha tenuta in vita così a lungo.
Fino al giorno in cui silenziosamente gli occhi le sono scivolati all'indietro.

Cosa ci fa essere umani?
E' la comunicazione, perdio.
Poter comunicare il proprio stato d'animo, i propri desideri, i propri bisogni. In qualsiasi modo sia possibile.
Questa è vita.
Tutto il resto è il nulla.
E nulla servirà mai a farlo essere diversamente.

venerdì, ottobre 17, 2008

Strane malattie

Vorrei dedicare questo post ad un'amica che sta passando un momento difficile a causa di una strana malattia.
Si tratta di una mail che scrissi ai miei amici nel luglio 2002, dopo la mia strana malattia, quando vivevo a Parigi.

Cari amici,
Vi stavate domandando dove fossi ? Ebbene, avrete tutte le spiegazioni del caso. Che sono molte.
Ho passato delle bellissime vacanze. Forse le più belle della mia vita. Avevo un po' di torcicollo e mal di testa, ma con lo scirocco che tirava in Sicilia, ho considerato che la cosa fosse normale. Ero comunque molto stanca. Ma non ho dato eccessivo peso alla cosa. Ho approfittato di tutto ciò che quella terra ricca di cultura, di cibi e di tradizioni mi offriva, godendone appieno. Certe panelle di farina di ceci a Palermo, che non dimenticherò facilmente, cosi come gli oleandri fioriti sull'autostrada, che solo a vederli emanavano profumo ! E l'odore del sale sulla pelle, forte e aspro! L'accoglienza dei siciliani, ospitali e generosi! La presenza di Marco, il mio compagno, che ha illuminato tutto di una luce speciale! L'incontro con Peppuccio, il mio amico di mail da anni, con la testa pelata e i lacrimoni di gioia! La sua pasta al nero di seppia, cucinata la mattina espressamente per noi!

Il ritorno è stato molto più duro del previsto. Ho avuto diversi problemi sul lavoro. In due settimane di assenza, le cose non erano avanzate di un millimetro. Sébastien era sull'orlo di una crisi di nervi, e io mi sentivo stanca, malgrado le mie vacanze, ed effettivamente mal disposta. Una improvvisa mail di censura sul nostro lavoro, scritta di Audrey, mi ha fatto saltare i nervi in capo a tre giorni. Sono andata da un medico, e gli ho chiesto se mi poteva dare un periodo di malattia, perché il lavoro mi stressava troppo. Il medico ha acconsentito, e mi ha firmato un foglio per ben 17 giorni di malattia. Al colmo della felicità, preparo già il mio viaggio in Italia. Prenoto il biglietto, mando i fogli di malattia all'ufficio, aspetto pazientemente che il week-end termini per prendere l'aereo per Roma il martedi mattina. Il venerdi sera mi guardo le gambe, e noto una quantità spropositata di grumetti di sangue al posto dei pori. la mia pelle era cosparsa di lividi. La mattina di sabato mi esce sangue dal naso, dalla bocca e dalle orecchie. Non so cosa fare. Resto attonita a guardare la mia metamorfosi. Penso subito che siano i ricostituenti che mi aveva dato il medico e che io diligentemente avevo cominciato a prendere. Certo - mi dico - è strano che mi decompongano piuttosto che rimettermi insieme!
Il sabato sera sono stanchissima. Mi dico che la prima cosa da fare lunedi mattina è ritornare dal medico.
Lunedi il medico mi visita. Mi dice subito che devo immediatamente andare al Pronto Soccorso perché bisogna fare delle analisi. Pare si tratti di una malattia chiamata 'Porpora' - il nome di per suo sarebbe carino e per nulla terrorizzante. Non mi dice nulla di piu', anche dopo aver consultato tutti i suoi libroni di controindicazioni delle medicine. Mi fa una lettera di presentazione, esatto proprio una lettera manuscritta di presentazione, per il Pronto Soccorso, con l'invito di recarmici immediatamente.

Stordita, esco dallo studio e mi avvio verso l'ospedale, raggiungibile a piedi.
Nata il 1 dicembre 1969, nessun antecedente, mai operata, nessuna allergia conosciuta, intolleranza all'aspirina. Signorina, lei è solo una di piu' con una lettera cosi, chissà quanti se le scrivono da soli. Voglia di stampare un bicipite sulla sua faccia.

Aspetto che mi chiamino. Mi misurano la pressione e la temperatura. Sembra tutto normale. Cerco di chiedere informazioni su quando potrò vedere un medico. C'è un cartello che dice : ' Non possiamo garantire il rispetto dell'orario di arrivo. L'attesa media è dalle 4 alle 6 ore'.
Mi metto l'anima in pace. Sono nel posto piu' sicuro per me al mondo in questo momento. Qualsiasi cosa mi succeda, ci sarà qualcuno che penserà a me.

Dopo un'oretta di attesa, mi chiama un dottore. Mi fa spogliare mi visita, sintomi e tutto quanto. Sembra non abbia molti dubbi che si tratti di questa 'Porpora'. Bisogna fare le analisi del sangue. Aspetto mezz'ora l'infermiera. A mia grande sorpresa, non sento nemmeno l'ago. Mi rimandano in sala d'aspetto. Bisogna aspettare un'oretta per i risultati.
Aspetto, fumo, penso.
Un'ora dopo mi richiamano dentro. La dottoressa che mi aveva visitato mi presenta il medico di guardia, che mi spiega che ho un problema abbastanza serio, che richiede un ricovero ospedaliero d'urgenza. Praticamente ho 5000 piastrine invece di 150.000/250.000. Il mio sangue non coagula piu'.
Io non capisco molto. Mi lascio guidare. Sono molto bravi e professionali. Mi dicono che mi hanno trovato un posto in un ospedale che si occupa di ematologia, uno dei migliori. Tra tre quarti d'ora arriva l'ambulanza. Mi mettono sotto flebo. Poi, ora, tanto per toglierci ogni scrupolo, ti portiamo a fare uno scanner alla testa. Mi fanno montare su una sedia a rotelle. Mi diverto un mondo ad essere trasportata lungo i corridoi di quell'ospedale che avevo sempre visto da fuori tornando a casa. Il divertimento si crespa un po' quando mi lasciano da sola di fronte alla porta per fare lo scanner. Lo scanner sarebbe la Tac. Stavo per fare una TAC al cervello. Con tanto di flebo a carico. Mi è passata davanti tutta la vita mentre mi mettevano orizzontale. Ho pensato a mio padre, a tutte le persone che mi volevano bene e che si sarebbero commosse vedendomi così. Ho pensato a me, e a me sola, lo confesso, ché mi poteva restare ben poco da vivere e che diavolo! mi devo sposare, non puo' mica finire cosi! Però dovevo stare ferma e non potevo piangere. Così mi sono ringabbiata le lacrime fino a che non mi hanno tirato fuori, per sputarle in faccia al medico, insonore, lunghe, tirate. Ho cercato di dire grazie. Ma non è uscito nulla.

Mi hanno spinto fino all'ambulanza, dove mi aspettavano Cristina e Xavier. Siamo saliti tutti, destinazione ospedale. Reparto di immunologia. Io dovevo partire domani. Domattina potevo stare sull'aereo e dissolvermi nell'etere.
Il medico che mi visita all'arrivo in ospedale, mi dice subito che il prossimo passo poteva essere l'emorraggia interna. Niente paura ora è tutto sotto controllo. Formicolii alle mani - mi chiedono -, mal di testa? Questi punti rossi che ha dappertutto sulle gambe e sulle braccia si chiamano petecchie. Ma la petecchia non era un insetto? - penso io. E' la sola cosa sensata (?) che mi venga in mente in quel momento.
Mi fanno accomodare in una grande stanza, da sola, con il bagno, la televisione, il telefono. Cristina, donna pratica, chiede all'infermiera quanto potrà costare tutto questo. L'infermiera con non-chalance risponde 1500 al giorno. Io sarei caduta per terra se non fossi stata intubata sul letto. Ma come si puo' fare per sapere? Deve andare ai servizi sociali e farsi spiegare se puo' essere esonerata dal pagamento. Mando Xavier in avanscoperta, che mi tranquillizza, dicendomi che la diaria non è poi cosi elevata. Poi si vedrà.

Il giorno dopo, in seguito ad un prelievo di midollo osseo (il medico mi ha piantato un ago dritto dritto nello sterno, un dolore inaudito!), mi spiegano la diagnosi, in questa lingua ostica, dopo che già tutti tra Marco, Livia mia madre Cristina conoscevano a menadito la malattia per aver chiesto informazioni o letto su internet. "Porpora trombopenica". In poche parole, io produco queste graziose piastrine correttamente, ma produco anche degli agguerriti anticorpi che se le mangiano a quattro ganasce. La produzione di anticorpi in eccesso puo' effettivamente provocare fatica, questo mi sembra di aver capito. E quindi si spiegherebbe quella strana stanchezza che sentivo da tempo. Ma cos'è che ha scatenato tutto questo? Ebbene, non si sa. Potrebbe essere un virus rimasto nel mio corpo, anche solo per un raffreddore. Per ora la cura si chiama Cortisone e immunoglobuline per flebo. Il giorno stesso del prelievo di midollo osseo, si presenta il dietologo nella mia stanza. Sono venuto per dirle che sta per cominciare un regime alimentare senza sale e senza zuccheri, che si protrarrà per tutto il tempo in cui prenderà il cortisone. Cosa significa questo, scusi? Beh, semplicemente che dovrà eliminare completamente dalla sua dieta (dieta !?) sale e zucchero per tre motivi: rischi di ipertensione, di diabete e di diventare la donna cannone.
Ma stia tranquilla, si legga questo libricino che le dò, c'è scritto tutto dentro, poi se ha bisogno mi fa domande.
Sgrunt !, penso. Non potrò più mangiare nulla che non sia cucinato. Formaggi, caramelle, pasta, aperitivi, succhi di frutta, acqua minerale, un gelato, e per non parlare della cassata siciliana, dei dolcetti alle mandorle di Peppuccio o delle lasagne di mamma! Cerco di non agitarmi. Dormo che mi fa bene. Le infermiere non si curano molto di me. Pare che nel reparto io sia la meno grave. Questo, in un certo senso, mi rinfranca. C'è chi sta peggio. Scopro di non essere sieropositiva né leucemica, e di non avere nemmeno l'epatite. Anche queste informazioni, rubate qua e là, fanno piacere. Io bevo una media di 7/9 litri d'acqua al giorno. Sono ossessionata dal pericolo di diventare una mongolfiera. Faccio, ovviamente, altrettanta pipi riempiendo scrupolosamente numerose bottiglie, che un'infermiera viene a contare ogni mattina. Questa routine dà un senso alle mie giornate. Mi figuro di eliminare i miei anticorpi cosi. Non sarà vero, ma mi dà un enorme sollievo.

Il giovedi mattina mi tolgono la flebo. Vado dal medico a chiedere quando potrò uscire. Il medico mi risponde: 'Quando vuole lei!". Io dico: "No, scusi, non è quando voglio io, ma quando vuole lei piuttosto!". Il medico si stranisce. Io mi incazzo. Vado dall'assistente sociale ospedaliera. Le chiedo di spiegarmi il fatto del pagamento dell'ospedale, i monosillabi dei medici, i diritti che ho come paziente. Lei è molto esaustiva ed efficace. Consegnerà la mia pratica alla Cassa Malattia, chiedendo l'esenzione totale, che potrò facilmente ottenere in virtù della mia patologia . In più, dieci minuti dopo, il medico entra nella mia stanza e mi rispiega con pazienza quello che ho, cosa bisogna fare, le analisi che bisogna aspettare. Io gli chiedo di avere ancora più pazienza e prendo religiosamente nota di tutto quello che mi dice. In poche parole, avremo lunedi alcuni risultati importanti, per cui se mi tranquillizza posso restare fino a lunedi. Io rispondo che preferisco così. Effettivamente mi sembra la cosa migliore.

Venerdi mattina arriva Marco. Una sorpresa. La più bella. Finalmente. Si è fatto il viaggio in treno. Lo sapevano tutti tranne me. Me lo sono ritrovato tra le braccia nella mia camera d'ospedale e tutti e due con le lacrime agli occhi ci siamo abbracciati. Sono ancora viva. Ti sposerò amore mio. Dovessi sorreggere le mie 5000 piastrine con le stampelle!
Ora mi sento più tranquilla. Marco è calmo, controllato. Non perde mai la pazienza, anche se non parla una parola di francese. Mentre io sono isterica. Ci apprestiamo a passare questo tranquillo week-end all'ospedale. Giochiamo a carte, mangiamo senza sale e senza zucchero, qualche lettura, il telegiornale italiano (fortuna!) e qualche visita.
Lunedi mattina, tutti pronti. Io sono agitatissima, mi gira la testa, vedo strane strisce. Sarà la pressione. Niente. Nessuna notizia. nessuno mi dice niente, non capisco che cosa devo aspettare per poter uscire. Alla fine capisco che mi devono dare dei fogli firmati e che con essi devo andare a pagare. Mi fanno uscire alle 15h30. Chiedo al dottore se sul certificato medico mi puo' scrivere "Convalescenza all'estero". Lui non capisce. Fa finta di non sapere di cosa si tratta e mi scrive giusto che mi autorizza a uscire tra le 10h00 e le 12h00 e le 16h00 e le 18h00. Per il resto, nisba. Problema mio. Evviva l'Italia. Dovete sapere che questo medico aveva già inviato parte della mia cartella clinica in Italia, quindi era perfettamente al corrente che io sarei dovuta partire in convalescenza. Misteri della fede.
Sono isterica. Marco è sempre calmo. Allora mi calmo anch'io. La sera del mio rientro a casa lui riparte per Roma. Resto sola, con la mia dieta e la mia malattia. Avrò tempo per organizzarmi i pensieri.

Quando vado alla Cassa Malattia, per far autorizzare la mia partenza, mi dicono che il medico dell'ospedale avrebbe dovuto scrivere "Convalescenza all'estero" sul certificato, se no niente autorizzazione. Che faccio ora? Certo non ci torno da quello. Decido di armarmi di santa pazienza e vado dal mio medico curante, che mi fa un certificato medico buono e giusto e ritorno alla Cassa Malattia, dove mi fanno finalmente un foglio di via. Ma non è finita, perché devo portare questo foglio di via alla sede centrale, per farmi dare l'autorizzazione definitiva. La Francia, terra di libertà, sembra una prigione. Ma io non posso tornare in Italia se non sono coperta dall'assicurazione, perché nelle prossime tre settimane c'è pericolo di una ricaduta, e non posso trovarmi scoperta con l'assistenza.

Nel frattempo, sto cercando di organizzarmi una routine culinaria e quotidiana. Faccio la spesa e cucino verdure e proteine. In Francia non esiste il pane senza sale. Ho scoperto che se lo si vuole, bisogna ordinarlo alla boulangerie per il giorno dopo. Questi giorni faccio colazione con il pane azimo. Per ora mi stuzzica, ma non so quanto durerà. La cucina senza sale è complicata, ma molto depurante. Forse alla fine diventerò anche un figurino. Sono molto stanca, non riesco a concentrarmi su molte cose. Mi limito allo stretto indispensabile per sopravvivere.

Porto dunque il foglio di via alla sede centrale, distaccamento internazionale, dove sono tutti gentilissimi, e mi fanno immediatamente l'autorizzazione, dandomi anche molte spiegazioni. Sono assicurata anche in Italia ora, posso partire quando voglio, senza perdere altro tempo.
Mia sorella mi viene a prendere. Non me la sento di prendre l'aereo e ho paura a fare da sola il viaggio in treno. Pare che quando si prende il cortisone, bisogna evitare luoghi affollati. Stamattina ho fatto molta fatica a relazionarmi con gli impiegati che avevo davanti. Ho un senso di paura e di inadeguatezza che non mi appartiene, ma che non riesco a controllare. Faremo un lungo viaggio in treno. Avremo tempo di parlare delle paure che abbiamo avuto tutti negli ultimi giorni, e delle tante speranze che ci restano. Marco verrà a prenderci alla stazione di Roma. Torno a casa. Parigi me la lascio dietro le spalle, con i ricordi, le persone che ho conosciuto, le esperienze che mi ha regalato, le cose che mi ha insegnato, le delusioni e la fatica di vivere in una città di solitudini, la gratitudine per avermi permesso di conquistare un'indipendenza mentale ed economica che non avevo conosciuto in Italia.
Ma ora guardo al futuro, ché ho la fortuna di poterlo fare.
Annachiara