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lunedì, giugno 04, 2012

Il menarca del 2000.

Le mie riflessioni sulla maternità rischiano di essere muffite vista la frequenza con cui ne scrivo attualmente sul blog. Dopo inizi scintillanti - all'epoca faceva tanto figo parlare di gestione dissennata di pargoli - adesso mi ritrovo con una quasi ottenne già in crisi preadolescenziale e una gigantessa di 5 anni che piange per qualsiasi affermazione possa sentire come anche solo vagamente lesiva della sua dignità. C'è da fare una premessa, il cui contenuto mi si è fatto sempre più lucido davanti agli occhi, e cioè che pare che io sia come una gatta, nel senso che mi faccio i cavoli miei e ogni tanto torno a riscuotere qualche coccola. Di base una su cui non si può contare. E se è vero che i bambini percepiscono tutto, le mie avranno chiara in mente questa cosa e sapranno cavarsela in ogni momento. Visto che mamma gatta ha insegnato loro a leccarsi ben bene le ferite. 
Detto questo, ritornerei a bomba su riflessioni più attinenti all'essere madre in questo decadente inizio di XXI secolo. E' evidente che noi quarantenni del secolo scorso, che abbiamo sviluppato a undici anni, ci troviamo di  fronte, dopo trent'anni, bambine assai più sveglie di come eravamo noi, senza peli sulla lingua, senza freni e assai disinibite. Quindi, secondo me, potremmo pure essere di fronte ad un comportamento preadolescenziale di bambina di otto anni che proietta sui genitori - e in particolare sulla madre - le insoddisfazioni e le frustrazioni di un corpo da bambina in una mente da quasi adulta. Obiettivamente non mi sono ancora documentata sulle crisi preadolescenziali, pensavo di dover aspettare ancora un po'. Ma certo è che i tempi sembrano accelerati ed io, che ancora sto godendo di non dover più cambiare pannolini, dovrò forse presto cominciare a comprarne di altro tipo per la mia pargoletta. E  soprattutto mi viene in mente la mia crisi preadolescenziale, che si è prolungata nell'adolescenza e poi nella giovinezza e poi nell'adultità e di cui ancora oggi sento il peso (si lo so, magari qualche capatina da un bravo psy non sarebbe male, ma continuo a rimandare, e ora questa storia della gatta mi ha convinto che non serve più). Devo assolutamente correre ai ripari, prima che anche la frignona di cinque anni cominci a piantarmi cartelli in giardino con rivendicazioni identitarie che non potrò più arginare. 
Un consiglio, bambine mie: siate gatte come la mamma. Lei ci ha messo tanto a capire che questa era la formula ideale mentre voi potreste trarne già da adesso tutti i benefici possibili.

mercoledì, ottobre 19, 2011

La perfetta madre

La giornata di oggi è una giornata strana di donne urlanti cattiverie contro donne urlate.
Sto leggendo l'ultimo libro di Elisabeth Badinter, filosofa e femminista francese, di quelle degli anni '70-'80-'90-'00. Quella che le ha viste tutte le tappe della liberazione della donna. E scrive un interessante saggio-studio sulla percezione della maternità nella nostra contemporanea società di donne in carriera o madri casalinghe frustrate. Codesto libro si chiama, tanto per dare a tutte noi una sana botta di autostima, Mamme cattivissime? con tanto di punto interrogativo incorporato a significare tempesta di dubbi. Ma non voglio parlare del libro oggi, se non come di lettura interessante da segnalare a mamme che si mettono in discussione, ma anche a donne che non sono e non vorranno essere mai mamme. Per le mamme talebane, come le chiama la mia amica Panzallaria, non c'è trippa per gatti. Voglio parlare invece della tristezza di insultarsi tra donne, quando basterebbe un po' di attenzione, quell'attenzione che noi donne dedichiamo ad un sacco di dettagli della vita quotidiana, ma che a volte sembra perdiamo in momenti pubblici in cui invece sarebbe auspicabile. Per riassumere brevemente: le maestre della scuola materna di mia figlia hanno detto alla rappresentante di classe che non avrebbe dovuto fare più la rappresentante perché loro volevano una persona sempre presente. E non una che, con tre figli un marito e un lavoro (e questo argomento è rimasto uno strisciante sottotitolo) non aveva molto tempo da dedicare a questa importante missione umanitaria. Ora sappiamo tutti come sia difficile trovare un'anima santa che voglia fare la rappresentante di classe, che non è certo un divertimento o un ruolo privilegiato in una classe, ma più una rottura di palle. E le maestre praticamente la supplicano di non fare più la rappresentante, tacciandola di incapacità a raccogliere i soldi e poca presenza (ovviamente sono tutte paranoie, non c'è nessun ritardo nei pagamenti delle attività extracurriculari, nè ammanchi nella cassa). Ma solo quest'assurda fissazione per cui la rappresentante di classe deve essere a disposizione delle maestre per tutto il tempo che vogliono. E perché associo questa scena surreale e veramente poco edificante per il genere femminile adulto ad un libro della Badinter? Per quello che la filosofa dice a proposito della rappresentazione della maternità ancora esclusiva nella società italiana. Una madre deve fare solo la madre e quindi la perfetta madre e nel nostro caso perfetta rappresentante di classe. Troppi impegni non le faranno assolvere correttamente al suo compito e quindi fuori. E la cosa più triste è che spesso sono le stesse donne a perpetrare questo modello così poco attuale, perché - parliamoci chiaro -, conciliare tutto è molto difficile, un maschio arriva a fare un decimo si e no delle cose che facciamo noi in una giornata tipo. Però avere troppe cose da fare è visto come togliere tempo ai figli e quindi NO BUONO. Abbiamo ancora tanta strada davanti a noi....ma non bisogna mai mollare la presa, mai dare nulla per scontato, difendere quello che abbiamo conquistato con le unghie e con i denti, perché nessuno ha diritto di esprimere giudizi sul modo in cui abbiamo deciso di vivere la nostra vita, la nostra maternità, il nostro amore, il nostro lavoro, il nostro tempo libero. Nessuno.

E la madre perfetta non esiste.
Per fortuna.