mercoledì, maggio 09, 2007

L'entropia a casa mia

Perché io pulisco e il giorno dopo, se non quello stesso, è tutto com'era prima?

Sarà perché l'entropia dell'universo è costante?
Cioè il costante disordine è ingovernabile?

Oppure siamo sempre alla superattinenteaqualsiasieventodellavitaquotidiana legge di Murphy, secondo la quale se hai appena passato lo straccio in cucina, ci sarà qualcuno che con le sue scarpette belle piene di fanga entrerà per farsi un panino? O ancora, nostra figlia, ormai creduta autonoma nel lavaggio delle mani, inonderà l'immacolato bagno con i suoi scherzetti acquatici.....

A Palermo dicono: "Arisù Santa Rosa" (o qualcosa di simile).
E allora anch'io ricomincio.
In un costante moto perpetuo che, in confronto, non solo i tre princìpi della dinamica, ma persino le tre leggi della termodinamica, sono una pallida dimostrazione del caos ingovernabile in cui versa il genere umano!

domenica, maggio 06, 2007

Domande epocali

Perché non posso affittare una puericultrice perfetta per tre anni a domicilio?

mercoledì, maggio 02, 2007

27/04/07

Il mio corpicione è squartato in due sotto una lampada operatoria.
"Ma tu, quanto porti di piede?" - dice il chirurgo, dopo aver osservato il mio arto per alcuni secondi.

Io l'avevo già vista la mia nuova figlia. Grigia come un topolino.
Anche lei con due piedi enormi.

Allora mi sono rilassata.
I freni sono caduti.
Simpatico luogo, la sala operatoria.
Ci potrebbe essere qualsiasi volto dietro quelle mascherine.
Dotati di mani e di occhi. Solidamente attaccati al cervello, sono questi medici.
Dietro quelle mascherine potrebbero esserci svolazzanti capelli brizzolati, eleganti tratti animati dal sacro fuoco del taglia e cuci, giovani professioniste maternamente protettive con quegli ameni copricapi in foggia di bandana.

E scopro che l'anestesia mi lascia ancora la logorrea. Mi escono parole su parole. L'assemblea è basita, forse a tratti infastidita.
Di sicuro alcuni ridono di cuore.
Mi minacciano anche per non farmi rivelare sul blog di segrete abitudini bulbo-capillari.

Ma siete voi che detenete il comando!
Siete voi che avete in mano il mio corpicione e la vita ulteriore in esso contenuta!
Siete voi che mi frugate le interiora strappandomi di dentro questo nuovo esserino!
Siete voi che mi ricucite ordinando di nuovo i pezzi al giusto posto!

Il mio è un punto di vista del tutto nuovo.
Sono fuori partita.
Ma sono anche l'oggetto del contendere.
Sento tutto.
Anche se non dovrei sentire niente.
Mi proteggono la vista dietro un telo.
Buttano le mie gambe a destra e a manca, dopo averle accuratamente indormite.
E fanno polpette delle mie budella.

Come se bastassero un telo e un'anestesia per non sentire.
Ora, l'udito non me lo tappa nessuno.
Quindi non vedo, non sento, ma sento tutto.
Sento che un paio di mani si affaccendano a tagliare il mio utero.
Prima fuori e poi dentro.
Sento la mano della mitica ostetrica che carezza la mia testa e mi descrive gli accadimenti per filo e per segno.
Sento lo stock che fa mia figlia quando la estraggono da me.
Allora la mano mi alza la testa.
Mi dice "puoi guardarla".
Vedo un piede enorme.
Color grigio topo.
Cerco di capire com'è il resto.
E' tutto grigio topo. Lucido.
E vedo in primissimo piano il cordone rosa.
Sembra una roba da signore degli anelli.
Abbasso la testa.
Mi fa un po' impressione.
La mia prima figlia l'avevo vista già lavata e vestita.
Ora tocca al novello papà. Lavarla e vestirla.

Poi le si aprirà tutto un mondo nuovo.
Il mondo della tetta.

Tutta tetta a te, allora, piccola mia!

giovedì, aprile 26, 2007

Mai abbassare la guardia

Non bisogna mai abbassare la guardia.
Mai dare nulla di scontato.
Dare ai nostri figli sempre il massimo dell'attenzione.
E domani vado a partorirne un'altra.
E veramente vorrei che nascesse nel migliore dei mondi possibili.

Oggi un mio amico mi ha detto che non crede nell'astrologia. Ma nel destino scritto nei mesi sì.
Non ho ben capito cosa volesse dire.
Ma d'istinto è carina come cosa.
Insomma, aprile è il mese della primavera. Il mese del rigoglìo della natura.
Quello in cui le api nidificano negli antri delle mie finestre.
Che compaiono gli insetti campagnoli.
Che ti rendi conto che non hai ancora messo a posto le zanzariere.
Che il termosifone continua a perdere anche se è ormai spento.
Che l'erba del giardino cresce precipitevolissimevolmente.
Che tutto sembra vivere di vita propria.

E una vita sta proprio per nascere. Nuova.
Quella nuova vita per cui non dovremo mai abbassare la guardia.
Anche se sai che non sono poi così romantica, promettimi che lo faremo insieme, amore mio!

martedì, aprile 24, 2007

E siamo tutti qui a cercare di cantare braccobaldosciò!

Bene, signore e signori.
Come previsto bisognerà passare al piano B.

Ieri sera entro in cucina.
Lei si era appena prodigata nello sciacquare finocchi e nell'offrirli a me e alla sua nipotina estasiata.
Entro in cucina appunto.
Guardo casualmente ai piedi del lavandino e un groppo mi prende la gola. La cucina è letteralmente inondata d'acqua. Lei ha talmente con foga agito sul risciacquo finocchi, che l'acqua è finita dovunque. Mezzo centimetro almeno.
Allora cerco di stare calma.
Esco dalla cucina e glielo comunico.
Cioè io non so se vi rendete conto di come una come me ha potuto mantenere la calma in questo modo esemplare.
"Mamma, la cucina è piena d'acqua!"
"Fammi vedere" - dice camminando sulle acque.
Io ho voglia di piangere.
Mi precipito a prendere il mocho.
Lei me lo strappa di mano e dice ci penso io.
Passa lo straccio mentre io trattengo le lacrime e guardo da un'altra parte. Sarà ancora l'effetto degli ormoni, che vi devo dire.

Stamattina.
Si offre di pulire il bagno.
La istruisco a dovere su quali pezze e detersivi usare.
"Ah, ma come fai ad usare questa. Io non la sopporto."
"Eh, ma i tuoi guanti sono uno diverso dall'altro".
Com'è, come non è, pulisce il bagno.
"Ti lavo per terra?" - dice praticamente al mocho che avevo sapientemente appostato fuori della porta.
"Uh, te ne sarei grata" - faccio io tremebonda.
E comincia il vortice "La rapida".
Passa lo straccio in tutta casa. Però lei va dietro lo straccio.
Non ridete, vi prego.
Cioè mi spiego. Lei passa lo straccio e cammina subito sopra.
Io sono confinata davanti al PC. In questo stesso momento sto pensando se piangere o ridere.
Apprezzo lo sforzo.
Guardo controluce e le impronte sono dovunque.
Ma partorirò presto.
E qui lo giuro!

lunedì, aprile 23, 2007

E' tutto vero!

Queste sono alcune chicche dispensate dalla mia genitrice nel corso di un peraltro velocissmo pranzo:

"Certo però che questa verza è proprio tagliata male!" - riferendosi al mio impegno culinario di stamane, frutto di lunghissima preparazione tra lavaggio, condimento e riposo della summenzionata verdura. Quando dovrei stare a riposo assoluto.

"Buono questo arrostino" - portato e cucinato da lei. "Sono dovuta scendere dall'autobus e andarlo a comprare appena fatto dal macellaio".

Rigorosamente in quest'ordine:
Io: "Mamma non c'è acqua".
Mamma: "Mi posso lavare le mani?".

Io: "E' tornata l'acqua, vado a farmi la doccia!".
Mamma: "Non farti la doccia mentre sei a casa da sola. Può essere pericoloso."

Mamma: "Con quella pancia grossa che hai, la bambina non può essere piccola!"
Mamma, prima di procedere ad ulteriore sferruzzamento di pargoleschi completini di varie e amene taglie, di vari e ameni filati: "Aspetto di vederla questa bambina. Così mi farò un'idea più precisa".

Mamma, dopo che le ho messo "Incantesimo" in 16/9 che si vedeva che era una favola a tutto schermo gigante: "Non lo puoi rimettere come prima. E' troooppo grosso!".

Ecco, questa è tutta lei.
E questo è solo l'inizio della settimana!

Arresti domiciliari

Tutto qui.
A riposo fino a venerdì.
Poi vai in clinica. E ti faranno il tuo bel cesareo.

Meno male che c'è mio marito santo subito.

Oggi pomeriggio planerà anche la mamma tornado.
E si ricomincerà con i soliti meccanismi madre-figlia. Che rimangono anche quando diventi genitore.

Evviva il caffè a letto!
Meglio della colazione.
Meglio di un buon libro.
Meglio del grattino alla schiena che nessun uomo sa fare come si deve.

La mamma è sempre la mamma.

mercoledì, aprile 18, 2007

Sull'utilizzo delle tasse

Io lo sapevo che finiva così.
Lo sapevo che noi donne laureate casalinghe che paghiamo l'ICI in un paesino del cazzo in provincia di Roma, che ci accingiamo ad aumentare il tasso italiano di natalità, a costo di enormi sacrifici, che contiamo gli euri per arrivare alla fine del mese e che siamo nel circolo vizioso del no baby sitter no lavoro, lo sapevo che non avevamo diritto alla scuola materna a tempo pieno per la nostra figlia primogenita.

Io lo sapevo che non serve a niente pagare le tasse.
Fa bene Previti a dichiararlo pubblicamente. Lui che ce li ha di sicuro i soldi per una baby sitter.
Se io smettessi di pagare l'ICI e l'immondizia, forse potrei mandare mia figlia allo Chateaubriand, nel cuore di Villa Borghese, ad imparare degnamente almeno la lingua francese ed emigrare al più presto in quel paese che a me ha insegnato tanto.
Se io continuo a pagare, invece, a cosa ho diritto?
Ho diritto a che qualcuno passi a prendere la mia spazzatura differenziata. E basta.
Quali sono i servizi che mi offre il mio comune?
Nulla. Zero carbonella. Non pulisce manco la mia strada, che pare sia una strada privata.
Almeno l'asilo a tempo pieno per mia figlia pensavo di meritarlo.
Ma pare che la scuola sia dell'obblico solo a partire dalle elementari.
E uno PRIMA che fa?
Smette per SEI anni di lavorare?
E se sì, ovviamente sono io che devo smettere di lavorare per sei anni.
E dopo, che cosa mi ritrovo?
Una figlia di 6 anni a scuola e una di tre ancora a casa, fino a che anch'ella compia 6 anni.
In tutto fa 9 anni.
Allora io smetterò di lavorare per 9 anni.
Diciamo che me ne restano 6.
Tra sei anni ne avrò 43.
Nessuno mi vorrà più.
Non sarò concorrenziale sul mercato.
Non sarò più aggiornata.
Il mio curriculum lo potrò buttare al cesso.
E tirare lo sciacquone.

martedì, aprile 17, 2007

Ho paura

Signore e signori, lo ammetto qui pubblicamente e senza tema di smentita.

Ho paura.

E di che, cielo! - direte voi.

Di che mai può aver paura questa ragazzona bella paffuta e rotonda, nel pieno della sua giòvinezza, con centinaia di centimetri a disposizione, ché alla dietologa non le basta più il metro da sarta per circondurla tutta?
Di che mai può aver paura questa casalinga modello, che non perde di polvere granello, che sta dietro al suo fornello per non scuocere il girello?
Di che mai può aver paura questa mamma tutta cure, bacetti e premure, la cena è pronta, mangia orsù un po' di prosciutto, preferisci le fragole o la pera?

Ho paura del doppio.
Ho paura di non riuscire a comportarmi correttamente con la mia seconda figlia.
Ma anche con la prima.
Ho paura di lasciarne una mentre l'altra piange.
Ho paura di scegliere e di non saper rinunciare.
Ho paura dell'anestesia.
Del testamento che non ho fatto.
Della firma che dovrò mettere in calce al foglio che esonera tutti dalle responsabilità.
Io non sono come un medico. A me nessuno mi esonererà più dalle mie responsabilità.

Ho paura delle ingiustizie.
Dei disequilibri.
Delle indecisioni.
Degli inevitabili errori.
Ho paura dei disaccordi con mio marito.
Di fronte ai figli un genitore non deve chiedere mai.

Ma noi siamo donne. E uomini.
E fatti di carne. E ossa. E cuore. E budella.
E io lo so che cadrò. Con la paura di non rialzarmi.
Cerca di non avere dubbi tu, che mi leggi!
Dimmi come si fa ad essere sempre all'altezza.
Dimmi come si fa a non dover chiedere mai niente a nessuno.
A non spezzare il mito che questi bimbi hanno di noi.
A non far loro del male.
Come si fa?

lunedì, aprile 16, 2007

Notti magiche e ripensamenti

Stanotte e anche sabato notte volevo morire.
Ma per sul serio.
Mi sono detta, se muoio adesso, non farò un soldo di danno e non soffrirò più.
E la mia soglia del dolore è alta. Credo. O almeno così ho sempre pensato.

La pizza col lievito fatta in casa non la mangerò mai più. Da domani solo in pizzeria, e solo rigorosamente bassissima e croccante, come la fanno qui a Roma.
Giuro, inoltre, che masticherò ogni boccone almeno settanta volte, come faceva mia zia, magra come un chiodo.
Giuro che non mi strafogherò mai più di cornetti salati con formaggio e prosciutto alle feste dei bimbi. E di salatini e tramezzini e mignon e torte.
Giuro che proverò a non andarci nemmeno più, alle feste dei bimbi.
Ci manderò quel sant'uomo di mio marito, che non ha mai problemi digestivi, che riesce sempre a fermarsi al momento giusto e una fetta di dolce di 45° non gli scalfisce minimamente lo stomaco.
E quando torna a casa, dopo cotal magnata, ha anche il coraggio di ingerire una fetta di torta salata, anche vagamente rancida perché ricordo culinario pasquale.
E (tra parentesi) pesa sempre uguale.

giovedì, aprile 12, 2007

Dopo di me, non rimarrà più nulla da mangiare

Mi sono un po' rotta di parlare sempre di pupi e menate gravidazionali.
Allora parliamo di cose serie.
L'avvocato scassamaroni c'ha il portafoglio d'oro.
A lei si rompe la moto e se la ricompra illico presto.
A me mi si muore la y10 e continuo ad usarla senza la terza almeno per andare a comprare il pane.
L'avvocato scassamaroni oggi ha fatto pasta e lenticchie.
Le succosissime lenticchie di Castelluccio. Quelle che costano un'oncia a bulbo.
Quelle che eh, signora mia, sono sempre una garanzia. E l'avvocato scassamaroni è in sé una garanzia.
E io me le so' strangugiate quasi come l'ovone.
Ecchédiamine, ieri pomeriggio mi sono ingollata un ottimo gelato pistacchio e banana. Tralasciamo spicciole analisi psicological-sessuali. Tenetevele per voi.
Oh, e se poi non bastasse, dopo che stamane una simpatica dottoressa mi ha staffilato la vena dell'interno gomito destro con la sua manina elefantiaca, mi sono introitata un cornetto e un cappuccino in un nanosecondo, seguiti da un etticello di bianca pizza di fornaio appena sfornata.
Un giorno tornerò come n(uova).
Un giorno i miei ormoni daranno il comando giusto al cervello attualmente scollegato.
E tutto sarà diverso.

martedì, aprile 10, 2007

Quel filo lungo lungo

Senti, dico, ma tu l'hai mai sentita quella del feto lungo 45 cm e che pesa un chilo e 600 gr?
Non sembra un mostro?
Un filo lungo lungo?
No, dico, ma ti rendi conto che pare che in pancia io abbia cotal mostriciattolo?
Cioè, ma tu, ecografista, non ti rendi conto, quando sortisci il tuo regolo, che le tue misurazioni sono acquoooose almeno quanto le tue parole??
Mi trattengo perché mi sono già sfogata.
Mi trattengo perché per ora sembra tutto sotto controllo.
Mi trattengo perché ecografista maggiormente esperta ha fatto valutazione ben più credibile.
O diciamo comunque che a me sembra più credibile qualcosa di 45 cm per 2kg450.
Per non saper né leggere né scrivere mi sono mangiata integralmente un ovone kinder da svariate centinaia di grammi. Seamus racconta tutto in maniera più credibile della mia.
Anche se l'ovo permane solo nel mio stomaco (e nelle mie cosce), quest'avventura l'abbiamo vissuta insieme.....

martedì, aprile 03, 2007

La comprensione dello stato gassoso

Tanti cavoli.
Spuntano come funghi all'improvviso.
Un po' come quei porcini di sabato che mi si sono rinfacciati per tutta la notte. Ho sperimentato la comprensione dello stato gassoso.
Eppurtuttavia confermo la mia prestigiosa teoria del raviolo, col suo corollario:

Il piatto di ravioli ordinato al ristorante ne conterrà irrimediabilmente non più di cinque
Corollario: mai ordinare lo stesso piatto di un altro commensale. Esso arriverà sul desco dimezzato (il che, come potrete immaginare, per la proprietà transitiva, vale anche per i ravioli).

Certo c'è gente che al ristorante prende sempre la cosa giusta.
A mia figlia avanza sempre qualcosa nel piatto, qualcosa che assomiglia all'intero contenuto del piatto.
Popale, ad esempio, mangia anche il piatto, Lemoni lo divide, Labelladdormentata mangia solo roba di verdurine, Seamus mangia solo ravioli e dolci.
Io mangio tutto. Anche quello che non è nel mio piatto.
Quando ero molto giòvane, detestavo che mi si infilasse la forchetta nel piatto e non lo facevo nemmeno io. Hai presente quella storia degli assaggini, dài prendiamo tutti cose diverse che così ci assaggiamo a vicenda (inconfessato modo di sperimentare il sesso di gruppo)? Ora la mia forchetta infilzerebbe il piatto di chiunque. E ho finalmente capito che era solo un modo di sperimentare i gusti di chiunque.
Ma, tornando ai cavoli, mio marito li odia e io ne ho uno di riserva in frigo. Da cucinare quando lui non c'è.
Ma ora c'è spesso. Qualcuno ha scoperto che potrebbe avere tutta una serie di malattie e che per questo bisognerà spendere pacchi e pacchi di tempo e danaro. Fino a scoprire che un hombre de quaranta agnos sarebbe il caso che si controllasse ogni tanto anche se pensa di essere bello come eric clapton o come il sosia di adrian belew che in ufficio rimorchia basta che passi la chiavetta del caffè alle colleghe sbavanti ma potrebbe avere il terrore del camice bianco oppure semplicemente la paura di diventare bis-papà ma non devi avere paura amore pensa a me che c'ho una panza tanta che quasi rotolo anche se la simpatica belladdormentata dice che sono magra....

Peraltro, detesto le sdolcinatezze. Sono una persona concreta. Anche troppo.

Anche se la maternità ha probabilmente un po' smussato le asperità del mio carattere.
Per cui non dirò null'altro. Se non che vorrei che nel mio piatto ce ne fossero almeno dieci di ravioli.

P.S. per gente che non capisce le iperboli letterarie (seamus): Lo stato gassoso di cui sopra è relativo allo sprigionamento del fungo porcino, che probabilmente mescolato con succhi gastrici e anche altro fa l'effetto di uno choc e perciò canto cosìììììì, oh oh oh oh oh oh oh il mio bacioooooooooooo èèèèèèè cooooomeeeeeeeeeeeee un roooooooock!

giovedì, marzo 29, 2007

Son soddisfazioni

Certo certo.
La vita è bella.
Stai per partorire.
In fondo è andato tutto bene.
Ma chi glielo spiega che oggi il meccanico, oltre a metterci 45 minuti 45 a cambiare la lampadina dei fari della macchina del mio basito consorte, mi ha anche diagnosticato una malattia pressoché mortale della mia amata y 10? Questioni di cambio. Di cambio macchina - chioso io.
E come se non bastasse, mai hiusband si gratta da diversi giorni, è tutto pieno di bolle sotto le ascelle (si, lo so, la praivasi, ma chissene). E allora forse sono addirittura le processionarie che si sono infilate nel suo tessuto squamoso. Macché! Sarà l'allergia. Ieri sera non riuscivo nemmeno a vedergli l'ugola, tanto la sua lingua era gonfia. Mi ci son messa lì, con cucchiaio e torcia. Ma niente da fare. Un mistero.
E stanotte, sono beatamente rimasta sveglia per paura che si soffocasse. O anche che mia figlia si raffreddasse restando scoperta. E mi alzo di qui, e mi riallungo di là. Finché alle cinque incappo in rai news e in un impapiglionato giornalista sveglio come un picchio che dà lettura di tutti i quotidiani. Beh, son soddisfazioni.
E allora stamane - dopo il meccanico - siamo andati alla postazione del 118 del paesello. E c'era il medico che dormiva. E un portantino zelante che fumava alla finestra l'ha svegliato e il medico ha fatto spogliare mio marito nel corridoio e dire che la scena era grottesca è esprimersi finemente e mio marito non ha fatto una grinza con estrema grazia si è sfilato il maglione e la camicia che allora io ho dovuto chiedere al medico di chiudere la porta che dava verso l'esterno che se no questo pover'uomo non avrebbe mai conosciuto la sua novella figlia così tutto nudo verminaceo in mezzo alle correnti e comunque la gola sta bene e potrebbe essere una questione di allergia si imbottisca di cortisone io non ho mai visto un medico del 118 così coscienzioso siamo rimasti quasi quanto col meccanico a parlare nel corridoio e alla fine ci ha stretto la mano a tutti e due è arrivato anche ad ipotizzare che fosse un problema psicosomatico dovuto al (MIO) imminente parto ma che mi devo sentir dire che la polvere di calendula lenitiva del prurito sotto l'ascella non serve ad una benemerita quando ieri ho pure speso sette leuri sette per acquistarne un prezioso barattolino perché lui potesse avere un po' di sollievo e scopriamo anche sempre per merito dello zelante medico che il medico di base di mio marito, del quale non si hanno più tracce, era talmente vecchio che poteva essere anche morto nel frattempo e son soddisfazioni soprattutto quando uno ne avrebbe bisogno del medico di base ma meno male che c'è il presidio del 118 santo subito che ci rende fieri di pagare l'ici in questo piccolo comune romano. Ecco ho finito. Posso espirare.

mercoledì, marzo 28, 2007

Parigi

Partii, quel marzo del '99, lontano dalla mia città, dal mio amore fallito, dalla mia famiglia iperpresente. In cerca di cosa ancora non so. Ma in una splendida città che già conoscevo bene. Per abitare nel quartiere di Pennac, fare la spesa al mercato di boulevard de Belleville, ubriacarmi nei bar di Oberkampf, lavorare in uno di quei posti che oggi chiamano call center e che all'epoca era un efficientissimo "servizio clienti".
Parigi per me simboleggia la libertà.
Esplorazione d'innumerevoli possibilità.
Il misterioso panorama dell'orizzonte infinito.
A trent'anni sei giovane.
Pensi che invitare alla tua festa 50 amici sia un gran punto d'arrivo.
Pensi che lavorare 12 ore al giorno sia l'unica cosa che conta.
Pensi che sia indispensabile cominciare a comprare una valida crema antirughe.
Pensi che un uomo che ti fa credere che ti ama, non abbia bisogno di dirtelo.
E soprattutto pensi che quel momento magico durerà per sempre.

E poi non è tutto come sembra.
Ognuno va per la sua strada.
Anche se i ricordi non si cancellano.
Anche se le parole non si dimenticano.
Anche se i luoghi nella memoria non appassiscono.

Amici fondamentalmente per sempre. Anche se qualcuno non c'è più.
Ti ricordi C. di quella sera al London? Miravamo lo stesso uomo. Che ha scelto te.
Ti ricordi C. dell'impresa della regina delle torte rustiche? Mi hai insegnato tanto, per non pretendere niente in cambio.
Ti ricordi JF di quando mi hai mollata dentro un cinema scavalcando il sedile? E non ti ho inseguito.
Ti ricordi C. di quella notte di fine maggio quando non sei tornato a casa? E della corsa a 200 all'ora in moto verso Etretat?
Ti ricordi P. dei tuoi occhi umidi persi nel vuoto? Per me furono unici.
Mi ricordo B. dei tuoi azzurri occhi tristi che hai voluto portare via per sempre. Mi hai detto che ero per te come una sorella. E mi hai lasciato senza un addio.

Il mio addio a Parigi l'ho dato ancora una volta per amore.
Con l'aiuto di una malattia dalla quale mi sono ripresa per un pelo.
Ma c'è una parte del mio cuore qui t'appartiendra à jamais.

lunedì, marzo 26, 2007

A perenne memoria

Lo schizzo di apertura della bottiglia di Brachetto ha la stessa potenza di un' eiaculatio.

Peccato che si infranga impietosamente sul muro del mio salone.

Appena dipinto.

E sul golf di mia figlia.

Appena comprato.

La contrizione dell' amico ciccione (dài, non te la prendere, è il minimo sfogo da parte mia!!! E poi l'hai detto tu che viaggi sui 107 kg...) è pari solo al mio sollievo quando le macchie sul golfino vanno via dopo una bella strofinata col sapone.

Per amor di cronaca: il tappo si sfrange prima sulla parete, svaricellandola di spermatozoi rossi (sì, sì, le macchie sembrano veramente piccoli vermicoli spermatozoidali), sbalza poi sul soffitto, tingendolo d'irrimediabile rosso per atterrare infine gioiosamente sulla mia pancia.
Non riesco a capire come mai io sia macchiata di rosso persino dietro le spalle.
E non è sangue.
Non è pennarello lavabile di bimbo.

E' indelebile vino rosso.

A perenne memoria.

giovedì, marzo 22, 2007

Mia figlia

Mia figlia è ricciolina.
E allora tutti quando la vedono: "Uh che bei ricciolini".

Mia figlia ha bisogno di punti di riferimento.
E allora vai con le ripetizioni: tutti i nomi dei sette nani venti volte al giorno; il gioco dei contrari una decina di volte (e solo perché sono molti di più dei sette nani); e cosa hai fatto a scuola: "ho messo a posto". E io pago perché tu metta a posto?. "Ho fatto la ninna". Mmh che programma interessante questi asili nido. "Ho fatto la pappa". "Ma che brava e cosa hai mangiato?". "Pappa".

Mia figlia picchia duro.
Quando non è contenta giù pugni.
Quando è contenta giù bacetti.
Peccato che è contenta in maniera inversamente proporzionale alla mia, di contentezza.
Con lei è sempre tutto molto all'incontrario.

Mia figlia non parla ancora correttamente.
Risponde alle domande, ma difficilmente si lancia in frasi complesse.
Vorrebbe restare al telefono coi nonni per lunghissimi minuti, in silenzio. Con la cornetta appoggiata all'orecchio. Allora i nonni non capiscono che per farla parlare devono fare delle domande. E allora le domande le faccio io, e poi le ripetono i nonni e lei, se si sente, se le va, accenna ad un mugugno di risposta.

Mia figlia adora il padre.
E papi qui e papi lì.
E papi bello e mamma brutta.
Di notte si sveglia e chiama papi.
E il bagnetto solo con papi.
E la nanna solo con papi.
E io mi deprimo sempre di più.
E quasi meno male che non mangia con nessuno dei due. O meglio che mangia solo se ha voglia.

E allora faccio dei progetti per la bimba che verrà.
Penso che non rifarò gli stessi errori.
Se vuole mangiare, mangerà e io non la forzerò.
Poi mi dico che certi errori si possono fare anche per il troppo amore, per la paura che il proprio bambino soffra, che stia male.
E allora mi torna la certezza che di errori ne farò ancora tanti.
Con la figlia che ho e con quella che verrà.

martedì, marzo 20, 2007

Fornitura a vita

Mio padre era un colto uomo all'antica. Conosceva tutta la divina commedia a memoria.
E non è un eufemismo.
E con questo trucchetto vinse la scommessa più importante che un uomo goloso possa vincere.

Mia madre non è esattamente un'alice. E' sempre stata piuttosto corpulenta, anche se lei sostiene - e senza tema di smentita visto che né io né mia sorella c'eravamo - che quando era signorina era un figurino. Mah!
Però mia madre ha un pregio. Conosce i migliori pasticceri di Roma. Ma non "conosce" nel senso che ci va regolarmente a scofanarsi di dolci. No, lei li conosce nel senso che c'ha un rapporto d'amicizia, ci va a cena, ci fa cose insieme. Rapporti cultural-gastronomici, potremmo chiamarli.

Mio padre non era certo un amante del gioco d'azzardo. Ma era sicuramente un uomo sicuro di sé e delle sue conoscenze.
La questione si sviluppò con un'amica pasticcera di mia madre. Ella - beata incoscienza! - osò sostenere con mio padre l'esattezza della sua blanda versione di un versetto della Commedia. Il mio genitore, anche stupito da tanta temerarietà, sosteneva l'esattezza della sua.
Noi muti. Tipo "l'assemblea tace perplessa". E ancora più muti, quando la coraggiosa pasticcera scommise sull'esattezza della sua terzina.

E non scommise - chessò - cinquanta lirette, un tortellino sbruciacchiato, un caffè di seconda mano.

No. Lei scommise una FORNITURA DI BIGNE' DI SAN GIUSEPPE A VITA.

Per mio padre s'intende.

Non saprei dire cosa avrebbe dovuto fornire a vita mio padre se avesse perso. Ma ovviamente così non fu. Tanta di lei temerarietà non fu premiata. E la pasticcera, onorando il suo vitalizio, puntualmente ogni 19 marzo, faceva consegnare un mega vassoio di bigné e zeppole a casa nostra.

E non potrò mai dimenticare la faccia di mio padre ogni volta che li addentava con foga: "Lei ha sbagliato, e deve onorare il suo debito!". Gnam!

lunedì, marzo 19, 2007

Su come azzannare la pizza.

Tu stai lì, no.
Dopo le analisi del sangue, dopo i 70 euri di spesa settimanale trasportata con immane fatica al secondo piano senza ascensore, che ti pregusti quel quadratone di bella pizza romana infarcita di prosciutto cotto e cubetti di groviera olandese, che accuratamenti vorresti preparare e gustare, e al contempo pensi, mentre metti a posto la spesa, ecco, qui ci manca solo che telefoni qualcuno, in fondo è solo l'una e mezza, è solo l'ora di pranzo e ogni poveraccio ha diritto di mangiare ma anche di essere telefonato, chissà che anche oggi non tocchi ancora a me, speriamo di no perché io devo azzannare la pizza devo riempire il mio stomacone ché tanto sangue m'hanno preso e non è bastato il cornettazzo e il cappuccino di stamane a ripristinare l'equilibrio e poi con tutte quelle calorie che ho buttato via dimenando le mie chiappe sabato sera sulla pista da ballo c'ho pure diritto a sbranare un quadrato di pizza manco enorme che sarà 12x12 (l'unità di misura è aleatoria).
E mentre pensi in ordine sparso tutto questo ecco che - e non possiamo manco dire "inopinatamente" - suona quello stramaledetto aggeggio. Niente presentazione del numero niente presagi ma una sola inevitabile certezza. Solo lei può chiamare all'esatta ora di pranzo così come all'esatta ora di cena, proprio quando la tua acquolina ha raggiunto livelli indomabili. Solo lei ti conosce così bene da prevedere e stroncare ogni tua mossa. E' lei, la mamma. Quella a cui non si può sbattere il telefono in faccia perché sono due giorni che non ci sentiamo che poi perché secondo voi uno va ad abitare scientemente a 1400 chilometri di distanza se non per diradare questi pseudoappuntamenti telefonici? Io l'ho anche fatto, e anche per diversi anni. Pensavo di essere guarita e invece mi ritrovo con un pugno di mosche in mano e col telefono sempre in funzione. E allora cerchi di non spazientirti. Racconto con calma tutto il week end, nei minimi dettagli, perché così forse, senza domande superflue, ti lascerà prima in pace, e intanto chili di pizza ti scorrono davanti agli occhi, tutta quella pizza dal panettiere e tu con la tua sleppa davanti che non la puoi nemmeno mangiare perché al telefono si sentirebbe mentre fai i tuoi apprezzatissimi racconti chilometrici.
E a questo punto, un'idea: chiedere a lei come è andato il suo favoloso week-end!
Ebbene, funziona! Comincia a parlare e tu, con le poche forze rimaste, addenti il malloppo, senza che lei si accorga di nulla e sbrani quel quadratino, ché tale ti sembra ora, anche se ben rigofio d'ognibbene!
Lei non lo saprà mai. E la puoi sempre salutare ad un certo punto dicendo: "Ora ti lascio mamma ché vado a mangiare, sai ho fame......"
E tutto sembrerà incredibilmente naturale!

La pancia e il gomito.

Tutti mi dicono ma che pancia piccola.
Oggi, la sanguisuga del centro prelievi ha anche messo in dubbio che io fossi incinta.
Dico, va bè che faccio un metro e ottantatre e che tutto sommato - viste le mie giunoniche proporzioni - la pancia possa passare in secondo piano, ma cavolo, tra poco più di un mese partorisco, non sarà certo una pancia invisibile!
"Ah, no, ma sa, certe volte le persone mettono su un po' di pancetta, allora ho pensato....."
Pensi di meno e agisca di più, avrebbe detto mio padre.
Soprattutto a vedere il livido che mi ha lasciato all'interno del gomito!

venerdì, marzo 16, 2007

Delirio

Come avrete tutti vispi notato, mi sono cambiata i connotati.
L'ispirazione l'ho tratta da un grazioso post di una mia nuova fiamma, The punisher.
Trovo che il bianco e il nero mi donino.
Donino ai miei tratti delicati. Risate.

Trovo che diano una spruzzata di vita a questo blog color cacarella smorta.
Purtroppo i miei passi avanti rispetto all'apprendimento dell'html nonché dei CSS (e alla ciribicchiola con doppio scappellamento a destra) si stanno miseramente arenando.
Quindi mi vedo costretta a palliare con queste misere trovate ad effetto.
Sapendo benissimo che una meringa in bianco funziona, mentre in bianco e nero forse stucca un po'.
Perché i dettagli si vedono meglio.

mercoledì, marzo 14, 2007

L'incredibile e triste storia della bambola nella bara

Il culto degli americani per la morte è quanto di più sorprendentemente morboso mi sia capitato di vedere nel corso dei miei studi antropologici. E' stupefacente la cura del corpo e soprattutto del viso e delle mani che mettono nell'agghindare il morto. Mia madre aveva un'amica che aveva una funeral home in ammerica e raccontava cose incredibili. Comunque per loro "guardare" in faccia il morto ripulito è un'esperienza normalissima. La morte fa tutti gli americani bellissimi.
Ora, ecco, invece, da noi le cose stanno in maniera leggermente diversa. Il morto puzza anche abbastanza da subito, è spesso deforme, gonfio e privo di colore. E si è pressati di chiuderlo nel suo sacello. Siamo ormai poco abituati a vedere umani morti e ricomposti in una abbondantemente coreografica scenografia. Forse usa ancora in qualche paese.

E allora perché, spiegatemi perché al todis sotto casa di mia madre vendono bambole nella bara?
Perché allenare le donne di domani a questa visione macabra?
Hanno il trucco, rossetto e bistro sugli occhi, ciglia lunghissime, vestiti poco mortuari, ma abbastanza brutti da giustificare immediata cremazione. E sempre l'inevitabile biberon di latte in mano o sfuso nella bara.
Essa si presenta come un sacello composto da due elementi: 1) il contenitore vero e proprio, detto anche "costrutto bara", che può essere di varie fattezze: tipo culletta, tipo cestino del supermercato, tipo cestino di vimini, nel quale è riposta la bambola distesa; 2) l'involucro plastificato, in cui è contenuto il "costrutto bara", detto anche "il costrutto simil vetro con tanto di chiusura lampo", esso sempre identico in ogni confezione, con funzione di consentire la visione della bambola nella sua intera bruttezza.

Da tener presente che la bambola, in posizione orizzontale, chiude gli occhi. Proprio come una morta. E ovviamente non respira.

Ecco, mia figlia è completamente affascinata da tal tipo di giocattolo, di cui la nonna sfodera esemplari sempre nuovi ad ogni nostra visita. La tira fuori dalla bara, la sveste e la riveste e la rimette dentro. E soprattutto non separa mai, per nessuna ragione al mondo, i due costrutti.
Io la guardo basita. In primo luogo dall'estrema bruttezza della bambola, che per decenza io stessa dovrei togliere dalla circolazione; ed in secondo luogo dalla macabra procedura che inconsapevolmente la creatura compie, ma che - sono sicura! - non le faciliterà il rapporto con l'umana condizione mortale. O forse - chissà - a pensarci bene potrebbe renderglielo semplicissimo....In bara dormo, fuori da bara son sveglio!

lunedì, marzo 12, 2007

Io sono fashion just inside

Location completamente bianca (sì, sì, la mia virata english è assolutamente voluta!).
Porte a filo.
Cucina a vista completamente bianca anch'essa. Ma di quel bianco che si pulisce con agio perché è anche un bell'agio costato.
Terrazzo a doghe flottanti. Completamente esposto a sud.
Megalibreria lungo tutta una parete (che faranno più o meno 5 metri moltiplicati per cinque scaffali, per un totale di 25 metri di libri, tutti ultra design).
Rassegna stampa su tavolo da lavoro: ogni quotidiano possibile e immaginabile, settimanali politici e (udite udite!) angolo gossip!
E tutta una serie di oggetti assolutamente fashion design: libri di fiabe in cartone a grandezza umana, sedia e cavalluccio per adulti e bambini, sedie in polistirolo, capaci di reggere un adulto mediamente robusto, cera speciale per scrivere sui vetri a piacimento che poi si toglie come una patina, palle, aggeggi, ninnoli, fiori ovunque.
Buffet assolutamente godurioso: polpettine a tutti i gusti (una su tutte quella di melanzane filanti), torte di scarola e olive, dolcissime frittate di asparagi e zucchine, superba ricotta condita a piacere, mozzarella di bufala croccante al morso, taleggio con variegate mostarde e dolci a profusione: zuccotti, budino fait maison, torta di mele pinoli noci uva passa paradiso del palato, nonché sceltissima pasticceria mignon.

Non è il mio sogno di stanotte. No.

E' la descrizione del mio fashion brunch di ieri.
Al quale ho partecipato con i miei familiari, con la mia panza e i miei vestiti inadeguati.
Ma ho pur sempre goduto.
Sarò fashion almeno un po' inside?

venerdì, marzo 09, 2007

Bruno spoiler la Vespa: come ti ammazzo il finale

Cioè (sì, inizio proprio con cioè), noi stavamo vedendo un film, no.
Stravaccati sul divano.
Dopo cena. La pupa debitamente addormentata.
La pubblicità del film ci aveva martellato tutta la settimana, oscar su oscar, fior di attori, cazzarola, bisogna che ci piantiamo lì davanti a vedere col super mega schermo che fa tutti più belli.
E il film si svolge. A dir la verità senza troppa infamia e senza lode. Il buon Clint è monofaccia, anche se tenta battute ad effetto. La non proprio giovanissima Swank riesce più o meno a dare l'idea di una che mena pugni. Fa finta di dare retta a Clint, anche se si capisce che lei capisce che lui spara cazzate a go-go, e quindi fa un po' tutto di testa sua. Anche lui lo capisce. Con buona pace di tutti.
Io, lo giuro, potrà sembrare strano, non sapevo assolutamente nulla di questo film. Anche il fatto che fosse stato oscarato mi aveva lasciato indifferente. Sarà l'argomento.
Quando si avvicinano le 23.00 e io penso che il film stia per finire, e sembra che lei diventerà la campionessa del mondo, brava, fighissima e con tutti i denti sani, scatta l'ultima pubblicità.
E chi arriva a dilettarci?
Il buon vecchio pannocchione brufoloso con le mani (gi) unte.
Con un'enorme scritta dietro: "A million dollar baby".
Che diavolo c'entra - penso io - la Vespa col film di Clint?
Non c'è nesso alcuno!
E invece per la Vespa il nesso c'è, e pure grosso: ci rivela esattamente tutto il finale del film, in un momento in cui non si intuiva nemmeno lontanamente come potesse andare a finire.

[Ora, chi non vuole sapere, non prosegua la lettura, perché non voglio essere tacciata di spoiler assassino anch'io]

Cioè, si parlerà d'eutanasia. Ma checcazzo c'entra l'eutanasia con una che fa la boxe? - penso ingenuamente io. Ancora credo nell'innocenza dello spoiler la Vespa. Ma poi no. Non ha sparato a cazzo quelle paroline. No, ribadisce che adesso, che proprio dopo la fine della pubblicità, nell'ultima parte del film, quella che manca ancora da vedere (per voi poveri squattrinati spettatori che non avete i soldi per andare a vedere al cinema le prime visioni), ribadisce insomma che avverrà qualcosa di inatteso e che Clint si troverà di fronte all'incredibile dilemma di decidere se praticare o meno l'eutanasia. A chi? - ti domandi ingenuamente in un primo momento, quando ancora non hai capito la gravità della situazione. Ma acchiccazzo vuoi che la debba praticare, simpatico e squattrinato spettatore, se non alla protagonista che è stata inquadrata a 360 gradi per 2 ore di film insieme a lui?
Ma chi? Quella che stava diventando campionessa mondiale prima della pubblicità?
E qui capisci. Capisci l'aggressione subita. Capisci che quello spoiler la Vespa gode incredibilmente (gi) ungendo le mani e sfregandosele con debita perizia, mentre porta a compimento la sua vendetta nei confronti dello sprovveduto spettatore che spingerà impietosamente il tasto rosso al comparire del suo faccione in seconda serata.
Ah si? Tu non mi vuoi? E io ti faccio rimporre tutta la serata che hai osato passare senza di me.

In francese si usa un'espressione secondo me intraducibile, ma che rende perfettamente l'idea di come mi sono sentita: Je n'en revenais pas. Più o meno "Non riuscivo a riprendermi dallo choc".
E ora, vendetta tremenda vendetta.
Farò scattare una denuncia da parte dell'avvocato scassamaroni che per il momento se ne sta beatamente a prendere il sole su una montagna senza neve, ma che quando tornerà sono sicura saprà darmi man forte.
Lo denuncerò come assassino di finale. Oh, questa va sul penale. Roba da galera.

mercoledì, marzo 07, 2007

Mai hiusband insults mai ego


Il titolo dice già tutto.
Voi, splendida figliuola di un metro e ottantatre centimetri (183 cm) per un qualche po' di panza, gambe di novantatre centimetri (e dico 93), fluente chioma riccia (vera!), tette, beh, quelle ve le potete immaginare da soli, affascinanti occhi neri, voi, insomma, proprietarie di questo perenne stato di grazia, come reagireste ad essere paragonate ad un barattolo di un metro e cinquanta (grasso che cola), caratura secchione dell'immondizia, faccia gonfia d'alcool e anfetamine, occhioni da cerbiatta brasata ancorché facile pressione su grilletto di pistola, e per di più piatta come una pialla?
Essa (scrivere ella non le gioverebbe) è la nuova eroina della seconda serie di Lost, tale Ana Lucia.
E lui, mio marito, uomo che reputavo di una certa intelligenza e gusto, dotato di senso del discernimento, giù a riempirla di complimenti: "Ma è un tipetto, ha un visino carino, si muove bene."

Ecco, signore e signori, volevo sottoporre al vostro implacabile giudizio codesto comportamento per capire se sogno o son desta. La foto che pubblico è persino la migliore in circolazione. Quella che rende più giustizia a questa vampira mal riuscita. Perché vi potevo anche pubblicare questa. Ma avrei avuto vittoria sicura.

venerdì, marzo 02, 2007

La storia delle mutande

Mio marito critica le mie mutande.
Che dovrei fare io?
No, diciamolo!
Ma che deve fare una povera donna incinta, che scova il più piccolo dolce nascosto in casa (anche perché ce lo ha nascosto lei...)? Che nemmeno per un attimo smette di pensare al cibi? E per l'esattezza al cibo dolce?
Il mio amico A., un paio di settimane fa, mi aveva riempito due bei tovaglioloni di confetti del figlio. Quelli classici bianchi alla mandorla. Quelli che in genere uno mangia solo in confezioni ben inguainate e in porzioni dispari. Bene. Io non li ho contati esattamente. Potevano essere pari o dispari, ma erano senza dubbio molti.

Allora li ho nascosti.

In uno di quei posti dove devi andare solo se sai che c'è qualcosa. Così me li dimentico - ho pensato -, ché a buttarli non è bene. A mangiarli tutti mio marito non è giusto e la piccina col cagotto non è proprio il caso.
Io, non ne ho diritto, ma potrei maturarlo un giorno. Per ora, dopo tutto il pan brioche, i frittini e i dolci che mi sono mangiata al ricevimento, è proprio il caso che me ne stia calmina. E' comunque bene che solo io sappia dove sono.
E certo che però questi confetti sono in diminuzione. A due a due. Se ne vanno che è una bellezza. Dolcissimi. Con quell'umorino stucchevole che viene prodotto dall'attività di salivazione.
No, non lo dirò a nessuno di questa mia attività sovversiva. E alla dietologa, quando martedì mi farà salire sulla bilancia, darò la colpa alla troppa pasta che mi ha fatto aumentare i centimetri di coscia.
Ma certo, mio marito con la storia delle mutande, ha stufato!

mercoledì, febbraio 28, 2007

Back to the garlick

Ebbene, siamo ancora tutti quanti qui a cantare braccobaldosciò.
So che avete temuto il peggio.
Ed effettivamente non siete tanto lontani dalla verità.
Il pronto soccorso ha avuto ragione di me e delle mie pene (ovviamente ogni riferimento sessuale è sempre puramente casuale).
Immaginate la scena più grottesca cui si potrebbe assistere andando al pronto soccorso per il problema di cui nei passati post.
Una strafiga con la panza, senza un filo di trucco e con un'incredibile sofferenza in corpo che si para al pronto soccorso ginecologico. La dottoressa che la visita, non più giovanissima (e quindi si presuppone con una discreta esperienza), grida quasi di orrore alla vista di tale scempio. Ed è talmente insicura della sua diagnosi che chiede un consulto al chirurgo del pronto soccorso.
Al pronto soccorso, la suddetta strafiga si trova di fronte il giorge cluny de' noantri, bello che più bello non si può, che la apostrofa dicendo: "Vediamo allora queste emorroidi".
Ammetetelo. E' da caduta del mondo addosso.
Anche perché subito dopo aggiunge: "Si stenda sul fianco sinistro". E tu cominci a spogliarti con meticolosità. Quella meticolosità che nasconde lo sforzo immane che fanno le tue dita ad arrivare ai lacci delle scarpe, con la pancia che fa da scudo. Ma col pensiero che in un altro contesto...magari...una donna incinta può essere attraente. Anche per giorge.
E lui che dice: "Non c'è mica bisogno che si spogli. Basta che si tiri giù le mutande e si metta sul fianco sinistro. Al resto ci penso io."
Ammettetelo. Qualsiasi donna ha desiderato almeno una volta nella vita che giorge le dicesse ciò.
Ma poche si sono trovate nella situazione in cui persino l'infermiera grida alla vista di quell'orrore, anche se l'esplorazione del medico non dura più di tre secondi. Con i guanti per giunta.
La situazione è tragica. Per i tanti motivi sopra esposti. Ma il medico è sicuro che guarirò.
Allora torno a casa.
Carica di medicine. Ad affrontare la polvere che l'operaio ha fatto per dipingere la stanza delle mie figlie.
Consolati con l'aglietto, si dice sempre a Roma.

giovedì, febbraio 22, 2007

Non ce la faccio a pensare

No, non ce la faccio a scrivere su quello che è successo ieri.
Vi rimando al post di un mio esimio commentatore, ABS detto anche cesto di corna, che però questa volta ha incornato bene bene il succo del problema: http://prostata.blogspot.com/2007/02/tanto-gli-ridaranno-la-fiducia-e.html
Quel post, in realtà, gliel'ho dettato io, via telegrafo senza fili. Non me ne voglia per lo sputtanamento.

No, non ce la faccio proprio ad aggiornarvi sulle mie disgrazie.
Ma qui vi dico: non è l'ombelico il centro del mondo.

No, non ce la faccio proprio a pensare che un bimbo ha mandato una lettera al corriere della sera per chiedere ai ladri di restituirgli la bicicletta che gli avevano rubato e ha ricevuto in cambio un sacco di biciclette da italiani compresi nella sua sofferenza. Fa strano che ad una lettera indirizzata ad un ladro, rispondano italiani in massa....

No, non ce la faccio a pensare che ho appena pagato l'ultima rata della monnezza e presto arriverà la prima rata nuova. Dovrebbero pagare me, per la fatica che faccio: anzitutto produrla; poi stockarla (si dice?) o meglio conservarla fino a che è piena, nella corretta divisione di materiali; poi scendere due piani di scale a piedi; caricarla in macchina dove c'è posto; accendere la macchina che non sempre parte (ulteriore consumo di carburante); partire e fare la ripidissima discesa che mi separa dalla strada asfaltata; percorrere i 300 metri di strada che mi separano dai secchioni; scendere dalla macchina, con la pioggia, il vento e più raramente il sole (quando si butta la monnezza piove inevitabilmente) e suddividere la monnezza nei suoi differenziati contenitori. E quel che più conta è che so che non ha per nulla un destino certo. Mentre una cosa è certa: con tutta la fatica che faccio, è me che dovrebbero pagare.

No, non ce la faccio a pensare che non ho nulla nel frigo né la forza per andare a fare la spesa. Dovrei stare meglio al pensiero di non spendere quella quarantina di euro che mi permetterebbero di stare tranquilla fino a lunedì mattina. Eppure qualcosa mi dice che sarebbe meglio trovare una rapida soluzione. E en passant osservo che, anche senza cibo, si produce sempre monnezza.

E però mi dico che in fondo, al contrario dei nostri governanti, io le responsabilità che mi sono assunta le rispetterò. Mi rialzerò da questo calvario di dolore, tentennerò fino alla porta con quei quattro sacchi pieni di roba morta, ce la farò, sì, ce la farò ad arrivare fino a quel catorcio della mia macchina, andrò a prendere mia figlia all'asilo e poi forse un etto di mortadella dall'alimentari. Fino a stasera. Fino a che i nei di Vespa riempiranno il mio televisore. E allora sì che potrò smettere di pensare. Per sempre.

mercoledì, febbraio 21, 2007

Risvegli

1h35. 1h45. 2h00. 2h15. 2h30. 2h45.....

Non sono numeri al lotto.
Non sono gli orari della corriera che ferma qui sotto.
E nemmeno gli orari di risveglio di mia figlia nel cuore della notte.

No, signore e signori.
Questi sono i miei orari.
Gli orari del risveglio notturno. Ai confini del periodico (e del paranormale - aggiungerei senza tema di smentita). Del risveglio notturno MIO.
Condito dai russi di mio marito e mia figlia.
Con le loro beate bocche spalancate.

La mia bocca era spalancata solo di dolore.
Quel dolore intenso e puntuto nel frammezzo delle terga, così tipico delle donne gravide, che dà la dimensione di come potrebbe essere bello implorare la morte. Come sollievo intendo.
Non che in questo istante vada meglio, ma intanto ora riesco a respirare.

Ancora una volta, la dietologa, con le sue infauste previsioni ha colpito ancora!
"Ma non ce le hai le emorroidi?"
"No, per fortuna no, sarà che mi ha fatto bene dimagrire prima della gravidanza" - rispondo piena di belle speranze.
E zac. Colpita e affondata.
La maledizione di Montezuma in confronto è acqua fresca.
Mi ritiro a meditare sul mio stato psicofisico, ché sarà meglio.

lunedì, febbraio 19, 2007

Noi e gli altri

Mi serve a raccolta tutta la saggezza del mondo. Se ancora ve n'è.

Il contesto è quello dell'asilo. E più precisamente la festa carnascialesca che si organizza in ogni consesso infantile umano che si rispetti, e non solo in questa nostra occidentale società dei consumi.

Partiamo da qui: la geniale direttrice dell'asilo di mia figlia ha sbagliato data per indire la festa di carnevale. Giovedì 22 febbraio carnevale sarebbe finito. Qualcuno glielo deve aver fatto notare, per cui si è premurata di spostare la data a martedì 20 febbraio, ultimo giorno di carnevale, il famoso martedì grasso. I nostri piccoli di belle speranze dovranno mascherarsi per la loro e la nostra gioia e divertirsi tutti insieme, mi raccomando senza coriandoli che si infilano dappertutto, però perché no qualche bomboletta di schiuma da barba sarà la benvenuta. Tutto ciò ha l'aria di essere semplice e lineare come bere un bicchier d'acqua. Lasciando da parte le difficoltà che tutti viviamo per decidere come mascherare il nostro pargolo, ma questo è ovviamente un problema nostro e non dell'asilo e poi non è obbligatorio mascherare i bambini cioè se tu non hai la maschera se non vuoi se non te ne frega niente oppure te lo dimentichi, nessuno ti frusterà o ti additerà come mostro o irrispettoso delle tradizioni o qualsiasi altro irripetibile epiteto. Su questo mi pare si sia tutti abbastanza d'accordo.

Pochi però sanno che c'è qualcuno che per principi religiosi non festeggia compleanni, carnevali, né altre feste in genere. Nell'asilo di mia figlia è presente una bimba che viene da una famiglia di testimoni di geova, i quali, per l'appunto, non festeggiano. E quindi nemmeno i loro figli. Io non voglio qui entrare nel merito della questione religiosa. Non me ne frega proprio un bel niente. Ognuno è libero di credere in quello che più gli pare e piace.
Ora, però, come potrete immaginare, la situazione non è così semplice. Perché cosa succede?
La mamma di codesta bambina prende il giovedì 22 febbraio di ferie, per tenere a casa la figliola e non partecipare alla festa. Liberissima, direte voi.
Poi la direttrice sposta la data a martedì 20, presumo che la madre della bambina le faccia un cazziatone del tipo io mi sono presa un giorno di ferie non potete spostare le feste come vi pare e piace. E la direttrice risposta di nuovo la festa a giovedì 22, quando carnevale è finito e i nostri bambini andranno a scuola mascherati perché la mamma di una bambina testimone di geova non ha voluto (o anche potuto, ma non è questo il punto) cambiare il suo giorno di ferie. Ora, a raccontarlo non sembra neanche vero.
E tra parentesi a me non è che interessi particolarmente il fatto che il carnevale sia finito. Io ci vado sempre in giro con la mia maschera. Qui, mi sembra, la questione è più delicata.
E' giusto che in venti si debba spostare una festa per non farvi assistere una persona?
Non so nemmeno più se c'entri il rispetto religioso, perché allora i genitori di qualche bambino appartenente a famiglie di cattolici praticanti ( che tra l'altro sono sensibilmente superiori in numero a quelle dei testimoni di geova) potrebbero altrettanto risentirsi e dire che no, il loro pargolo non viene mascherato a scuola quando il carnevale è finito.
La questione, secondo me è più sottile. Diciamo che una persona che gestisce un asilo (e non una macelleria o una cartoleria o una qualsiasi altra attività a contatto col pubblico, badate bene) fa un errore abbastanza madornale e non sa come uscirne se non restando sulle sue decisioni. Diciamocelo, che senso ha una festa di carnevale a carnevale finito?
Poi mi dico che in realtà la festa ha senso solo per noi adulti, per le nostre convenzioni, perché i bambini se ne fregano che oggi sia lunedì e domani martedì. Semplicemente vivono l'attimo.
Una cosa però penso, e sarei abbastanza convinta: se una persona vive i suoi principi religiosi in una società laica (e anche, perché no, in una struttura laica quale tra l'altro è l'asilo di mia figlia) lo deve fare nel rispetto degli altri. Punto. E questo è sempre molto difficile. Soprattutto se si pretende di essere rispettati senza rispettare.
Anche se mi rimangono sempre molti dubbi.
Magari la direttrice ha fatto bene a non contrariare la madre che pretendeva rispetto per i suoi principi e si è mostrata intransigente a spostare il suo giorno di ferie o eventualmente a far venire all'asilo la figlia semplicemente non mascherata.
Mi sa che questo è solo l'inizio di tutto ciò che mi aspetterà nel percorso scolare di mia figlia....

giovedì, febbraio 15, 2007

Mai hiusband tichis tu mi

Ore 21h30: lezioni di html.
Ebbene sì, signore e signori, alla tenera età di 37 e dico 37 primavere, mi sono rimessa sulla piastra.
E non per essere mangiata, pur essendoci molta carne all'uopo.
Mi sono rimessa ad imparare.
Qualcosa che pare essere un'irrinunciabile priorità in questo mondo di hyper-technology nel quale viviamo.

Insomma, mai hiusband è notoriamente un geek. Perché se lo chiamo nerd s'offende e allora diamo pane al pane e vino al geek [spero di non urtare la tua sensibilità! ;-)].
E allora, qual geek, ha una missione: evangelizzare il volgo. E nella fattispecie il volgo a lui più prossimo: io.
Io ho cercato di essere all'altezza. Di fare sempre sì con la testa. Di fare occhi intelligenti e non da pesce provolone.
Ad onor di cronaca, gli avevo proposto una serata sotto le lenzuola dopo la nostra parca cena cinese. La sua controproposta ha vinto di netto (e ancora mi sto chiedendo perché).
Di questa romantica serata mi rimane l'incredibile scoperta che anche il più demente minus habens degli esseri umani può concepire un codice html (mai hiusband ha ammesso, nonché elaborato personalmente, questo concetto, il che mi scagiona ufficialmente da ogni critica...). Basta smanettare e fare tentativi.
Mentre io pensavo servisse una testa speciale, non so, un qualcosa di geniale nei neuroni che ti permettesse di restare davanti ad uno schermo per ore senza perdere la testa né la ragione, né - tutto sommato - troppi neuroni.
Mi rimane anche un file html.
Di una semplicità imbarazzante nella sua struttura.
Perché ho anche scoperto che tre sono le cose fondamentali da fare, per creare un html: un inizio, un centro e una fine.
L'html come metafora della vita?
Questa sì che è una lezione. Una lezione da non dimenticare.
Tutte le cose finiscono.
Ma è molto meglio sapere come!

lunedì, febbraio 12, 2007

La matta

Ebbene, signore, signori, vi sarà pur capitato, almeno una volta nella vita di trovarvi davanti agli occhi un fantasma!
Non parlo dei vostri sognetti più o meno erotici, più o meno emozionali, più o meno dovuti alla rimozione della realtà.
No, qui io parlo di un fantasma in carne ed ossa.
Di quelli del passato.
Di quelli che ti trovi davanti nel momento in assoluto meno indicato, o nel momento di rilassatezza totale, o addirittura in quello di spossatezza leggera del sabato sera, quello che stai bestemmiando che non trovi parcheggio nel quartiere più popoloso di vecchi poltroni e ristoranti, in cui il sabato la gente sta a casa o viene al ristorante o ti cacciano dai parcheggi dell'AMA perché a fine turno devono rimetterci "il mezzo".
Ebbene, signore, signori, è questo che mi sono trovata davanti sabato sera, nella prima sera di libera uscita dell'anno 2007. Custodita la piccina dalla nonna, mangiato carciofi alla giudìa (2.5 a testa con effetto devastante per l'intestino) ma pur sempre VIVI, io e la mia dolce metà ci siamo avviati al dopocena (erano aaaanni che non andavo ad un dopocena!) organizzato a casa dell'amico D.
Io mi guardo in giro cercando un buco per la nostra vettura e mi ritrovo puntati addosso - o meglio, credo più sul finestrino che direttamente nelle mie pupille, ma poco importa, la sensazione che ho avuto è quella di perforazione acuta - gli occhi di una matta.
Ma non era una matta qualsiasi. Era un fantasma del passato, che ritornava prepotentemente alla superficie e che, incredibilmente, riguardava in qualche modo anche l'amico D., che - ignaro di tutto - stava preparando un luculliano buffet a metà tra il transgenico delle frappe e il bio-salutistico del risolatte.

Sarete d'accordo con me che gli occhi di una matta non si possono dimenticare. Che il tempo cambia tutto, ma non gli occhi di una matta.
E questa è la matta per eccellenza. Quella che si incontra una volta nella vita. Di cui si continuano a narrare e mitizzare le gesta. Quella che rifonda - per il solo esistere nei nostri ricordi - la nostra identità di persone NORMALI.
Ebbene brevemente della matta vi dirò che:
- parlava con una mezza patata in bocca. E approfittando della parziale inintellegibilità di quello che diceva, sono sicura che dicesse una massa di cazzate. Anche se nessuno ha mai saputo esattamente ricavare un senso da quelle lettere che uscivano dalla sua bocca rimestandosi tra loro.
- era brutta un po' come uno spaventapasseri ma anche forte come lui, nonostante a più riprese minacciasse il suicidio per intimorirci e farci colpevolizzare (e oggi scopro che - evidentemente - non l'ha mai attuato!).
- tentò di farci credere di aver dato la sua verginità al fruttivendolo della piazza sotto casa. E questo per farci un po' pena, che lei - ricca ereditiera - non se la filava nessuno e doveva ricorrere al fruttivendolo per saziare i suoi bollori. Nessuno le credette mai, indipendentemente dal fatto che il fruttivendolo fosse bello o brutto. La realtà è che era follemente innamorata dell'amico D., e tentava di farlo ingelosire, nonostante lui la trattasse come si può trattare una tenda trasparente, cioè non vedendola.
- ha tentato una volta il suicidio davanti a noi. 100 all'ora sulla macchina del padre di D., laddove era D. alla guida, ella, l'essere con la patata in bocca, aprì ( o tentò di aprire, ma nella leggenda è tramandato che la aprì, e io stessa, che ero presente, non saprei dire cosa successe veramente) la portiera posteriore. Ovviamente fu sommersa da una gragnuola di botte, tanto che le sarebbe ampiamente convenuto riuscire nel suo intento. L'amico D., dopo quell'evento, colse la palla al balzo per non rivolgerle mai più la parola.
- una volta ha pisciato, sì certo potrei dire con più grazia ha fatto pipì, oppure ha urinato o anche solo ha fatto quella liquida, ma userò proprio la parola pisciato, nella MIA macchina, sedile anteriore della mia gloriosa Renault 5. E questo solo perché non riusciva a trattenersi, non poteva, chessò, uscire e farla in strada o in un bar, no, doveva farla sul mio sedile anteriore. E questo fatto, chiaramente, fu la mia colta di palla per non rivolgerle mai più la parola.

Ora, tutto questo accadeva all'incirca vent'anni fa. Eravamo giòvani e di belle speranze. Desiderosi di aiutare il nostro prossimo. Di accollarci il triste destino di una donna con la patata in bocca (e ogni allusione che voi possiate cogliere come sessuale è ASSOLUTAMENTE casuale). Anche se presto - e a nostre spese - capimmo che di destino basta già quello nostro personale.
Epperò, voglio dire, all'amico D. resta una bella sfiga dallo splendido destino che si è creato con gli anni: quello di abitare nella stessa strada della matta con la patata in bocca. Che c'ha pure tutte le fortune dei matti: in vent'anni è rimasta assolutamente identica e anche, pur non avendoci io parlato, la forma della bocca con la patata è rimasta la stessa. Mentre in vent'anni l'amico D. ha perso chili, capelli e neuroni a go-go.

Per quanto riguarda me, l'acqua che è passata sotto i ponti in vent'anni ha le proporzioni di un tevere in piena. E allora la prendo a ridere. Anche se, certo, gli occhi di una matta ti si conficcano dentro. Non senza una certa pena.

venerdì, febbraio 09, 2007

Oggi è successo che...

....non posso andare più ai funerali. Piango come un coccodrillo anche se non conosco il morto.

....non posso più andare al supermercato. Ormai mi riconoscono tutti. Controllo sempre lo scontrino e c'è sempre qualcosa di sbagliato. E io pretendo la restituzione immediata dei soldi.

....ho di nuovo sbagliato film. Ho scambiato un film di Mel Brooks per un film di Altman. E il risultato è stato - ovviamente - alquanto deludente.

....ho odiato intensamente l'avvocato scassamaroni. Perché mi ha instillato un dubbio: "E come farai per la cameretta delle bambine?" - ha detto con quell'arietta da santarellina.

mercoledì, febbraio 07, 2007

La disperazione delle casalinghe

E' finita.
La seconda serie, intendo.
Anche se non ci sono stati i titoli di coda.
Per noi poveracci che non possediamo sky, è finita ieri sera la disperazione delle casalinghe.
E' finita con un mega-riassunto. Con il racconto dell'arrivo di ognuna delle protagoniste nel ridente fazzoletto di terra dove ancora abitano. Parallelismi tra il giorno dell'arrivo e il giorno presente. Tentativi di ringiovanire attrici di una quattordicina d'anni. Non facile, ammettiamolo.

Ma, insomma, ecco, ci hanno lasciato semi per lo sviluppo futuro. Come predica ogni corso di sceneggiatura che si rispetti.

E adesso passerà un anno ancora, prima che possiamo rivedere le nostre eroine, un po' sfigate - ammettiamolo, ma pur sempre così affascinanti.

E mi piace perché sono veramente disperate. Senza una direzione. Senza un senso. Senza qualcuno che le aiuti nel momento di difficoltà.

Eppure così umane. Così come noi. Oddio, certo molto più attraenti. Ma questo fa parte del gioco.

Così sempre senza un uomo eppure così scopabili.

Così sempre piene di pacchi della spesa eppure sempre a cena fuori.

Così amiche l'una dell'altra eppure così invidiose.

Così sempre a mangiare grossi vasi di gelato, eppur sempre così magre.

Così occupate ché nella loro cucina non c'è mai un capello fuori posto. Il petto di pollo non sporca la loro macchina del gas. Forse il loro pollo non ha nemmeno le ali.

Ma io ho sempre desiderato una cucina come quella che anche la più sfigata e senza un soldo ha. Pulita come uno specchio. Col bancone al centro della stanza. Con venticinque fuochi ed un frigo a sei sportelli. E sempre pieno. E sempre senza ditate all'altezza della maniglia e già che ci siamo anche ad altezza ditate di bimbo.

Ho sempre desiderato un bagno con la jacuzzi e un marito in libertà vigilata. E mi ritrovo con un marito onesto e una vasca senza nemmeno una tenda, ché si bagna sempre per terra perché due cristi alti più di un metro e ottanta ovviamente dove la mandano l'acqua se non per terra? E mica c'ho l'aiuto regista delle casalinghe disperate che mi pulisce il pavimento prima dell'inizio delle riprese!
Voglio essere anch'io una casalinga disperata! Ne ho pieno diritto. Lavoro come loro, smazzandomi tutta casa da mane a sera. Laddove però, cinque minuti dopo è tutto di nuovo da rifare.

Facci sognare America.
Facci sognare belle donne casalinghe con tanti soldi e giardini sempre a posto.
I vote for you.

martedì, febbraio 06, 2007

Ho un vuoto di senso


Un lettore attento mi ha fatto sapere in privato che, mentre prima veniva sul mio blog per farsi due risate, adesso si dà mazzate sugli attributi. Ovviamente il maschio in questione si è espresso molto più volgarmente. Ma io sono superiore e mi accingo a sfracassarlo ulteriormente.

Sono tre giorni che medito.
Sì, insomma, intendiamoci non come uno stilita o un bonzo o anche solo uno yogi.
Medito su un film (anch'esso non proprio recentissimo, ma con il nuovo megascreen riesco a vedere tutto ciò che non ho visto in un paio d'anni).

Per quello che sto per dire, non mi prendete, per favore, per quella femminista che magari sono stata tanti anni fa, ma che adesso è mitigata nelle sue rivendicazioni almeno in maniera inversamente proporzionale all'età.

Tutti, tutto sommato, abbiamo mollato.
Mollato i nostri ideali, i nostri sogni, i nostri amici, i nostri uomini/donne.
Mollare non è una cosa semplice, nonostante quello che pensi il mollato.

L'ultima volta che io ho mollato un uomo (e diciamolo che ormai si perde nella notte dei tempi) sono restata da sola per un paio d'anni. E' vero che sono anche andata a vivere a 1400 chilometri di distanza e certo aiuta. Magari se fossi rimasta a Roma ci avrei impiegato 10 anni a smaltire la sbornia.
Perché non è facile guardare qualcuno negli occhi, qualcuno che si è amato - diciamo - per un numero considerevole di anni, immensamente proporzionale a quelli vissuti in terra, guardarlo negli occhi - dicevo - e comunicargli la fine di questo amore. Non è facile per niente. Perché si continua ad amare ciò che si è conosciuto. Si resta feriti anche con il coltello in mano. Le immagini dell'altro, della sua caduta, restano impresse nelle tue pupille come su carta foto. Rovesciate. E' l'altro e non sei tu. Ma in qualche modo sei anche tu. Che sei stato sconfitto, che hai perso, che hai abbandonato la partita.
Il vostro status è diverso perché tu ti sei preso la responsabilità. La responsabilità di tagliare la corrente. Anche se lo fai guardando l'altro negli occhi. Quello che è diventato altro da te. Altro da voi.

Anche se il coraggio di troncare è pari almeno a quello che ha l'altro di chiedere "perché?", col presupposto di voler ascoltare la risposta.

Il perché del protagonista de "I giorni dell'abbandono" è un vuoto di senso. Chiede tempo per riempirlo, quel vuoto di senso.
E per riempirlo con cosa? - direte voi.
E indovinate! - rispondo io.
Per riempirlo di quella cosa che profuma di rosa ma rosa non è.
La cosa terribile di quest'uomo, che ha coraggio di troncare dieci anni di matrimonio con due figli senza una spiegazione che non sia questo "vuoto di senso", è proprio il modo in cui egli nega qualsiasi altra spiegazione. Non prevede che sua moglie possa avanzare qualche perplessità, qualche domanda, qualche obiezione. Lei obietta, lui prende la porta e se ne va. Con il suo vuoto di senso in tasca. Senza voltarsi indietro. Senza pensare ai figli, che pure lui ha contribuito a fare e - presumo - ad educare. Lasciando a lei l'onere delle spiegazioni, delle giustificazioni, e anche del politically correct per coprire le spalle ad un padre che lascia la famiglia senza voltarsi indietro ma che deve comunque essere difeso agli occhi dei figli perché resterà sempre il padre.
Il vuoto di senso è di fronte a quest'enorme responsabilità che abbiamo quando mettiamo al mondo un'altra vita? O di fronte alla cellulite della nostra donna?

Non uno dei due casi è più nobile dell'altro.
Ma quello che chiede l'altra parte è sapere.
Chiede la dignità della presenza.
Chiede la responsabilità delle azioni.

E non mi venite a dire che anche le donne se ne vanno. Lasciando basiti marito e figli. Senza una spiegazione.
Voglio contarle, quante sono. Queste che non si voltano indietro. Che non si strappano le trippe di dolore.

E lo voglio dire. Adesso lo dico. Sì, lo dico e poi tutti i maschi lettori mi si scaglieranno contro: mancano le trippe al maschio col vuoto di senso. Quell'interiore senso di responsabilità che tanto spesso loro identificano con i loro attributi sessuali, beh, in un caso del genere, e nei molti casi del genere che si verificano nel nostro triste mondo, a loro manca o comunque scompare completamente in maniera immensamente proporzionale a quanto è presente nella loro compagna, in quella che avevano scelto come compagna di vita.

Il coraggio di guardare l'altro negli occhi. E dirgli che è finita. E spiegargli perché.
Questo è il dovuto. Nulla di più e nulla di meno.
Tutto il resto si sistema. Col tempo, col dolore, con le giuste lacrime.

venerdì, febbraio 02, 2007

Dissolvenze

Ieri sono stata riportata indietro nel tempo. Alle mie letture universitarie. Quelle che ti regalano la sensazione di conoscere tutto. Che ti danno le chiavi per aprire porte, anche se solo molto dopo scoprirai che non portano molto lontano. Quelle che conservano un posticino dentro, tutto per loro. Per sempre.

Gli americani pagarono per conoscere le abitudini culturali dei giapponesi. Diciamo che fu in qualche modo il prodromo allo sganciamento delle bombe atomiche. Con buona pace dell'antropologa Ruth Benedict, che scrisse su commissione "Il crisantemo e la spada" (1944), probabilmente ignara dello scopo finale.
Ella rappresenterà, anche se con un punto di vista inevitabilmente americano, la cultura giapponese del dono e i modelli di educazione cui erano sottoposti i giovani giapponesi, disvelando attraverso di essi la profondità delle radici comportamentali di un intero popolo. Per la prima volta lo sguardo democratizzatore americano penetrava l'inafferrabile cultura giapponese. Distruggendola, non solo simbolicamente, quel 6 agosto del 1945.

"Memorie di una geisha", film americano del 2005, vorrebbe mostrarci la cultura giapponese fatta di non-detti, di riservatezza mista a perfezione estetica. Parlo del film perché non ho letto il romanzo omonimo, da cui presumo sia tratta la storia.
Al di là dell'opulenza di costumi e della bellezza degli attori (fattore che supera la soggettività in alcuni sublimi momenti) manca, secondo me, il travaglio spirituale proprio del ruolo della geisha, ridotto in alcuni momenti a mera narrazione di accadimenti. Manca un'appropriata contestualizzazione all'interno di una società dalle abitudini millenarie e per questo non riducibile agli esigui schemi della molto più giovane cultura americana.
Ad esempio, una giovane e poco talentuosa geisha si trasforma in pochissimo tempo in una prostituta per soldati americani. Inconcepibile deriva per una donna che per lunghi anni è stata formata alla disciplina dell'okiya (la dimora dove alloggiavano ed erano istruite le maiko per diventare geishe).
La visione americana riduce tutto ad una questione di soldi.
Non conta la bellezza, la disciplina della cortesia, del dono.
Contano solo i soldi.
Chi c'è c'è.
I giapponesi sanno che i soldi sono importantissimi, ma non sono la dote che nobilita l'uomo nel suo passaggio terreno.
Questo per gli americani è inconcepibile. Inconcepibile che un uomo possa giovarsi della presenza di una donna e deliziarsi dalle sue grazie e non per fare sesso con lei.
Io non sono una profonda conoscitrice della cultura giapponese, ma certo la magnificenza di panneggi e paesaggi in questo film viene oscurata dalla profonda manipolazione del senso ultimo di una cultura millenaria. Dissolvendone il valore.
Come per tutte le cose cui si toglie il nome.

martedì, gennaio 30, 2007

Non dovrebbe

Non dovrebbe.
Non dovrebbe essere che un genitore parli del suo pargolo per scaricarsi la coscienza.
Soprattutto non dovrebbe essere che un genitore che tiene un blog (e nella fattispecie io) parli male della sua pargola.
Ecco. Io, in effetti non vorrei farlo.
Lo farò di striscio.
Parlando bene di qualcun altro.
Lui si è svegliato quattro volte stanotte, a consolare la pargola.
A distanza ravvicinata.
Mentre lei ronfava come una mitragliatrice in tempo di guerra.
E si è alzato. E si è alzato. E si è alzato. E si è alzato.
Fino a che il big ben ha detto stop.
Ed è scattata la presa nel letto.
Che non è nulla di erotico, bensì di assolutamente salvaguardante l'integrità mentale e fisica di un uomo lavoratore.
L'ha presa e portata nel loro letto.
E lei si è addormentata.
Come un angioletto, questa volta.
Dopo aver dato anche un umido bacetto alla mamma sonnolenta.
Ma verso le sette del mattino, ora in cui i normali uomini lavoratori sono quasi già tutti all'opra, ella si è pensata che fosse l'ora di giocare, di canticchiare, di smocciolare a destra e a manca.
L'uomo lavoratore questa volta l'ha presa male.
Los marones hanno cominciato a sventagliare freddo secco nella (già gelata) stanza da letto.
Ed è ricorso al tentativo salvifico della tazza di latte.
Miseramente fallito con relativo rovesciamento di liquido bollente su pavimento debitamente pulito la sera prima.
Ma quest'uomo lavoratore non ha ceduto.
L'ha ributtata nel suo lettino. A piangere da sola. Mentre la mamma continuava i suoi sogni.
Si è lavato e vestito.
Poi ha vestito la pargola. Quando, infine, la mamma ha aperto un occhio. Ignara dell'intero accaduto, consapevole forse solo di un po' di rumore in più del solito.
Durante la di loro colazione, la pargola nell'ordine: apre uno yogurth applicando con meticolosità il coperchio sul tavolo, mette con agio le dita nel caffè bollente, mangia diverse manciate di muesli, rovesciando per terra il resto della scatola.
L'uomo lavoratore non aveva nemmeno più un goccio di latte per la sua colazione e ha dovuto mangiare i resti dello yogurth.
Poi è uscito di casa.
Con la pargola in braccio, la sua borsa da lavoro, l'immondizia e la busta del suo pranzo, nel quale però - estrema consolazione - sapeva esserci un buonissimo arancio come fine pasto (oltre all'arrosto molliccio della sera prima, ma questo rovina la poesia).
Quell'uomo lavoratore non è un uomo qualunque.
Quell'uomo è mio marito.
E mia figlia...beh, mia figlia...ora è all'asilo.
Occhio non vede.....

mercoledì, gennaio 24, 2007

Inventiamoci istruzioni per l'uso di un mondo migliore

COMPLETA QUESTI CINQUE PUNTI....E VINCERAI L'ACCESSO AD UN MONDO COL CIELO BLU, E IL SOLE CHE TRAMONTA IN UN TRIPUDIO DI ROSSO:

1) Berlusconi ha spiegato il suo nuovo progetto politico al suo organo di stampa.......

2) Il tg 5 annuncia grave avvenimento politico: un ex segretario di Rifondazione comunista ferrarese ha rubato 2.000.000 di euro ad investitori, tradendone la fiducia e.....

3) Bush vuole una chance sull'Iraq e...........

4) I contributi statali per i decoder sono stati considerati illegali dalla UE

5) Presto i parrucchieri saranno aperti anche di lunedì e alle shampiste potrà essere richiesto di lavorare aggratis

REGOLA n°1: non passare la catena. Potresti ferire inutilmente qualcuno
REGOLA n°2: trova il seguito per ogni sentenza. "'Sti cazzi" non può superare il 50% e come omaggio al tuo talento: nessuna verosimiglianza è obbligatoria
REGOLA n°3: proteggi rigorosamente dai tuoi strali le categorie più deboli
REGOLA n°4: Berlusconi non è una categoria
REGOLA n°5: Bush nemmeno
REGOLA n° 6: il copyright è mio. Che nessuno tenti di fregarmelo

venerdì, gennaio 19, 2007

Post semi-serio

Per una volta vorrei essere seria.
Ieri ho esercitato un mio diritto.
Di avere la disoccupazione, anche se il giorno prima la signorina allo sportello mi aveva trattato come una mezza deficiente. E io non mi ero nemmeno molto ribellata. Avevo giusto sussurrato che ero laureata (e il sottotitolo era che quindi forse qualcosa capivo) al che lei mi replicava che la laurea non serve a niente.
A quel punto io (forse anche non del tutto in disaccordo con il suo pensiero - vista la mia attuale situazione lavorativa, e ovviamente lei partiva anche avvantaggiata, poiché io ero proprio lì per annunciarle il fallimento almeno momentaneo della mia vita professionale - , ma inevitabilmente piccata dal tono farsesco che prendeva la conversazione) mi sarei alzata e le avrei piazzato un destro sui begli occhioni bistrati. Se non fosse stato per la bambina che porto in grembo e che sento agitarsi ad ogni mio sussulto, l'avrei fatto. Lo giuro. Mi ha fatto presentare la domanda incompleta, dicendo che se volevo chiarimenti sarei dovuta andare al patronato e non da lei, che aveva cinque minuti di tempo al massimo per ogni contribuente. E questo, se proprio volevo trovare una responsabilità, era dovuto alle rigide discipline del dirigente di servizio.

I casi della vita meritano una piccola ma utilissima digressione.

Mio padre era un uomo che potremmo definire abbastanza potente all'interno della pubblica amministrazione. E fin dal suo primo incarico utilizzò questa sua influenza per agevolare moltissime persone. Per chi non lo sapesse, un tempo nella pubblica amministrazione non si entrava per concorso (un bene o un male, questo qui non mi interessa capire). E chi lavorava nelle segreterie generali degli enti, come lui, favorì l'assunzione di molte persone. Perlopiù bisognose di un lavoro nell'Italia del dopoguerra o comunque a casa mia si è sempre detto che lui ha aiutato moltissime persone.

Il caso, appunto, vuole che sulla ricevuta della presentazione della domanda ci sia il nome della poco apprezzata dirigente di servizio. E che sia anche il nome di una persona che mio padre fece assumere tanti anni fa.

Io non sono capace a chiedere favori. Quella di redevable*, come dicono i francesi, è una condizione che cerco a tutti i costi di evitare. Allora piuttosto con la mia panza vado venti volte allo sportello dell'Inps facendo tutte e venti le volte la fila. Ma ecco, questa volta avevo un diritto - quello di ricevere il sussidio di disoccupazione - che la sportellista arbitrariamente calpestava, facendomi presentare una domanda incompleta, che lei stessa sapeva che sarebbe stata rifiutata.

Voi penserete: ma sei una deficiente a presentare una domanda incompleta se sai che lo è.
Beh, effettivamente un po' lo sono. Ma scadono i termini e nessuno riesce a capire se ho diritto o meno a questa indennità, sempre per quella stupida settimana di contributi che nessuno sa dirmi se ho maturato.

A
llora ho pensato a mio padre. Ho pensato che forse era venuto il momento di approfittare della dirigente del servizio per capire se veramente avevo diritto alla disoccupazione. Dopo le venti versioni diverse dei venti sportellisti, dopo che alcuni mi avevano consigliato di mettermi falsamente sotto ispettorato, di cambiare arbitrariamente le date dell'assunzione etc.
Io sapevo di aver maturato altri due giorni contributivi, gli ultimi due della mia prima gravidanza, che danno diritto ad una settimana contributiva, ma nessun impiegato e nessun software di nessun impiegato mi dava ragione. O comunque mostrava interesse a risolvere questa controversa questione.
La dirgente è stata molto gentile. Direi che, delle due, quella ossequiosa era lei....
Ha messo un'assistente sul pezzo. Che è andata a scartabellarsi tutte le circolari e a tirarne fuori una che diceva che io avevo il diritto. Poi ha fatto anche un test su uno dei centomila software che usano all'Inps che, per quei due giorni del 2004, mi attribuiva la mancante settimana.

I've got it.
E, come dicevo a mia madre che sosteneva che io avessi avuto una gran fortuna, io ho solo fatto di tutto per far valere un mio diritto e non millantato un diritto che non avevo.
Per questo mi sento bene.


*redevable esprime in francese un concetto simile a riconoscenza per un debito e rende bene il sussiego della posizione.

martedì, gennaio 16, 2007

Sensi

Vi ho mai parlato del mio periodo bionico?
La mia vista era potente.
Molto più potente di quella di qualunque essere umano e soprattutto di quanto la mia elevatissima miopia mi consentisse di sperare.
Vedevo animaletti dovunque.
Minuscoli puntini che popolavano il mio mondo.
Ma non piccoli scoiattoli o falene o puzzole.
No. Piccoli punti di nero che, se li fissavo intensamente, si muovevano.
Soprattutto nel lavandino del bagno. Più piccoli di ogni infinitesimale particella.
La ceramica bianca, più di qualsiasi altro materiale, si prestava ad accogliere i puntini.
A volte erano anche nel letto.
Quando mi imbacuccavo nelle coltri, in quel particolare momento in cui si accostano le palpebre per entrare nell'oblìo, si cambia fuoco oculare e si fissano ristrettissimi spazi davanti a noi, ecco, proprio in quel momento li vedevo. Dovevano essere sempre lì. Ma anche una donna bionica ha momenti di distrazione. Accorgermene nel momento di maggiore abbandono faceva però di me una bionica monca.
Come quando facevo il giro di tutte le finestre di casa per controllare che vi fosse uno spiffero.
Avevo bisogno che l'aria passasse. Semplicemente per respirare. Ed il mio bionico udito mi consentiva di sentire quando qualcuno chiudeva il passaggio dell'aria.
Ma, nonostante questo, mi sorprendevano sempre. Approfittavano del mio sonno per chiudere tutto. E soprattutto in pieno inverno. Ed io proprio non me ne accorgevo.
Essere bionica a dieci anni non è mai stato facile. E soprattutto bionica monca.
La strada non è mai stata spianata.
E certo adesso è anche difficile crederlo.
Ma i miei poteri sono stati veramente forti.
Anche se nessuno l'ha mai saputo.
Tranne me.

lunedì, gennaio 15, 2007

Perennitudine

Non so cosa intendete voi per discussione animata in pubblico tra membri di coppia in disaccordo sull'acquisto di un elettrodomestico di incomprensibile utilità quale il televisore.
A me evoca qualcosa tipo voce più alta della media, improperi misti a ssh zitto/a, indubitabili ammissioni di ragione, incrollabili punti di vista baluardo di innegabile razionalità, paroline dolci miste a pugnalate. E sguardi, sguardi di tutte le mila persone che vi passano accanto, stupite come se a loro non fosse mai successa una cosa del genere. Come se non avessero mai sfranciulato il proprio partner in pubblico o almeno in uno di quei non-luoghi tipo centro commerciale la romanina alle 17h30 di sabato pomeriggio.

Qual è il meccanismo che induce "la folla" a estraniarsi da quest'umana disputa, a non sentirsi partecipe almeno della fatica espositiva di un membro del genere umano affannato ad affermare le sue fondatissime ragioni, quelle stesse che proprio quei mila cervelletti hanno fatto valere enne mila volte in enne mila identiche situazioni?

Passano tutti fissandoci come fossimo eccessivi (effettivamente manca solo che ci tiriamo i capelli, per il resto l'inventario è stato fatto), come se non fosse quello il posto per tali dimostrazioni di affetto. Non stiamo mica copulando, però!

Stiamo semplicemente decidendo del destino del nostro salotto, che è come dire della nostra (peraltro già non eccessiva) vita sociale: se comprare o meno l'elettrodomestico catalizzatore più grande che ci sia, oppure accontentarci di una versione media, più discreta all'occhio e al tatto.

Lascio a voi indovinare chi di noi due propenda per l'una e chi per l'altra versione. E - badate bene! - la banale idea della casalinga incollata al mega schermo sarebbe stata irrimediabilmente compromessa se i vostri occhioni si fossero trovati a soffermarsi sulla sudescritta scenetta.
E lascio a voi indovinare chi poi abbia vinto. Ed anche qui sareste rimasti irrimediabilmente sorpresi a cogliere la sequenza degli eventi. Mancava solo l'applauso finale della "folla", ormai commossa ed inaspettatamente coinvolta.

Resta il casermone al centro del nostro salotto.

Un totem e un mònito perenne (perché si spera duri come la perennitudine, dopo quello che c'è costato!).

giovedì, gennaio 11, 2007

Post sul-reale

Lei sta urlando.
Ha già sfasciato il calendario 2007.
Pensavo dovesse servire per i suoi 365 giorni di bambina.
Il padre tenta di avere ragione delle sue intemperanze.
Da quando sono disoccupata mi rendo conto che il mio stile è molto meno fluido.
Stasera ho dato in escandescenze a casa di mia sorella. Sebbene satolla di soave pizza fatta in casa, me la sono presa con mio marito perché la mia simpatica ex società mi ha mandato i documenti da me richiesti senza timbrarli. E lui che c'entra! - direte voi.
Perché uso tutti questi aggettivucoli insignificanti quando scrivo? - aggiungo io.
Insignificanti nel senso che non significano assolutamente nulla e soprattutto non aggiungono nulla alla migliore comprensione del (già delirante) discorso. Non so, sarà una posa, la mia. Un atteggiamento tipo quanto fa fico appellare "simpatica" la propria ex-società invece che vattelappescamaledettimiavetelasciatoinmezzoadunastrada oppure "soave" una pizza per quanto buona e genuina sia. Ho cancellato una cosa.
Cochi e Renato. Il surrealismo l'avevamo già vissuto. Come movimento artistico-letterario e comicostrettamenteprovenientedaiteatrioffmilanesi. L'altra sera in televisione ho capito che il surrealismo non può esistere più. E che è difficile dire qualcosa di nuovo quando si è passata la sessantina. D'altronde diciamo sempre che i nostri genitori non possono cambiare. Perché mai dovrebbe farlo un artista teatral-televisivo, per quanto in auge sia stato in gioventù?
La novità di oggi è che all'Inps mi hanno consigliato di mettermi sotto ispettorato del lavoro, millantando una gravidanza a rischio. Non avevo con me la telecamera nascosta. Ma l'impiegata mi ha apertamente suggerito di farmi fare un falso certificato dal ginecologo. Non è mille volte più surreale questo episodio che la gallina non è un animale intelligente? Che tra l'altro è una delle prime cose che imparano i bambini, e non servivano mica cochi e renato a ricordarcelo....
Ah, tra le altre cose, l'avvocato scassamaroni ha tirato fuori una storia, durante la cena, che potrebbe riguardare la coscienza di ognuno di voi, bravi cittadini ed automobilisti integerrimi. Sappiate che da oggi in poi le super multe che avete preso a pacchi durante gli ultimi anni per non aver apposto il parcometro sul vostro nobile cruscotto (?) sono illeggittime se non esistono negli immediati dintorni altrettanti parcheggi gratuiti. In pratica, l'illustre cittadino (sì, proprio tu, e dì la verità che è la prima volta che ti chiamano così) ha diritto a parcheggiare la propria autovettuta gratuitamente. Poi, quando sono finiti quei (quattro?) parcheggi gratuiti, deve pagare nei restanti 850. Ma se non ci sono nemmeno quei 4, ah, allora è tutta un'altra storia. Io non pago. Unitevi a me. Uniamoci all'avvocato scassamaroni e tutti insieme andiamo al P.R.A. a cantare insieme braccobalsdosciooooooo!

mercoledì, gennaio 10, 2007

Obbligati a scegliere

Oggi sono andata e fare la preiscrizione alla scuola materna per mia figlia.
Anche lì c'è una graduatoria.
Qualcuno dirà che non è scuola dell'obbligo.
Non sono obbligati a scolarizzare marmocchi.
Sul modulo, c'erano inoltre alcune simpatiche caselline da barrare, tra cui:
1) Desidera che a sua figlia sia impartita l'ora di religione?
2) Desidera che a sua figlia NON sia impartita l'ora di religione?
Ma a seconda di come sbarro, salgo o scendo in graduatoria?
Il disprezzo dell'impiegata al mio sbarramento della seconda opzione mi ha fatto capire che l'agognato ingresso sarà ancor più difficile da ottenere....

martedì, gennaio 09, 2007

E tutto questo è già 2007

Avete mai desiderato sopra ogni altra cosa di passare un pomeriggio al cinema con l'uomo/la donna che amate, al riparo da ogni sguardo indiscreto, da bambini urlanti e parentame ciarlante e tutto questo dopo un mucchio di giorni di festa passati a mangiare qualsiasi cosa si presentasse al vostro desco come un'oca ingozzata in un'aia del sud della Francia , e precisamente nei pressi di Perpignan?
Che Atahualpa sia con voi.
Vi siete mai trovati senza un goccio di latte in frigo e con una bambina di due anni e mezzo e un marito di 40 che il giorno dopo devono fare colazione e tutto questo due giorni dopo la "sacra" festività della befana?
Che Atahualpa sia con voi.
Vi siete già trovati a chiedere il sussidio di disoccupazione e che ve lo rifiutano poiché manca una sola fetosissima settimana rispetto alle 52 richieste, e tutto questo dopo aver girato decine di uffici e interpellato impiegati che suggeriscono anche di falsare le date di assunzione?
Che Atahualpa sia con voi.
Io, ho già dato.

giovedì, gennaio 04, 2007

Panta lone



Mentre cucino il mio ragù della befana penso alla panza.
Possiedo attualmente due paia di pantaloni e un vestito.
Indossabili da qui alla fine di aprile.
Mio marito mi incolpa di occupare arbitrariamente i due terzi dell'armadio.
Ma non immagina la mia pena nel vedere che lui porta sempre lo stesso paio di gins pur avendo una quantità di abbigliamenti pari solo al nuovo guardaroba del papa firmato prada.
Io vorrei potermi cambiare ogni giorno e non dover restare almeno tre giorni con lo stesso paio di pantaloni mentre l'altro è a lavare. E in uno dei due sembro un sacco.
E puntualizzo che non ho speso una lira perché entrambi mi sono stati prestati, e sottolineo prestati, da mia sorella che visibilmente -durante la sua gravidanza - era grassa come un sacco.
Io faccio economie e mio marito se ne approfitta.
Lui disdegna la sua camicia "moschino" e io mi arrabatto tra panta e lone.
Queste sono le ingiustizie della vita, per noi, povere mortali che lottiamo con la panza che avanza!

martedì, gennaio 02, 2007

Panta rei

La questione si fa spinosa.
L'agenda non l'ho ancora comprata.
Le dita della mia mano sono ancora tutte sane dopo i botti di capodanno.
Mia figlia ha imparato a dire "botti" in maniera comprensibile.
Continua, altresì, a riferirsi a babbo natale e all'albero di natale nello stesso modo: "tale". Come per dire "un tale". Oppure ha già imparato l'inglese e desidera che io le narri un bel raccontino.
Però ha indotto un bimbo che non mangia dolci ad affondare a piene mani nel pandoro.
Penso fosse la prima buona azione dell'anno. E sono sicura che ne compirà molte altre.

Mia madre compirà 70 anni.
Mio marito 40.
La nonna di mio marito 90.
Ditemi poi che non sarà un anno a tutto tondo.

Le lenticchie di Castelluccio sono le più buone che ci siano. Il pensiero che costino così tanto perché un solo essere umano le ha spillate tutte ad una ad una e nominate e coccolate perché noi le possiamo pagare una fortuna mi fa dormire tranquilla.
Il cotechino, però, mi fa sempre impressione. Soprattutto perché ogni volta ripenso al famoso ristorante parigino "Le pied de cochon", dove ero usa andare a mangiare una deliziosa (ed inimitabile) zuppa di cipolla in crosta, ma dove la suprema specialità era il viscido piede di porco. E le maniglie del locale, comprese quelle delle toilettes, erano a forma di piede di porco. Non so se rendo l'idea.

Ma guardiamo al futuro in questo sfavillante inizio.
Abbiamo avuto diritto a dormire fino alle 9h30 e fare colazione a letto con ottimi cornetti dichiaratamente senza grassi idrogenati.
Abbiamo avuto una tovaglia nuova e ospiti che si sono alzati per portare i piatti in cucina.
Mia madre ha dormito davanti a "Lassie" e parlato nel sonno giustificandosi del suo russare.
Abbiamo due, e sottolineo due, calendari in casa.
Ma sempre nessuno specchio lungo.
Dalla finestra della nostra camera da letto entrano spifferi che potrebbero sollevare un rinoceronte addormentato, ma noi resistiamo.
C'è da pagare la rata dell'asilo e mia figlia ieri ha bucato le sue calzette nuove.
Ma è tutto già storia nella mia odierna eraclitea accezione dell'umana essenza.