domenica, febbraio 26, 2006

Dieta

Sono a dieta da 3 mesi. Ho perso 9 chili, con una media quindi di 3 chili al mese. La mia dietologa è bella, magra e bionda. Io non posso dire di essere brutta, ma non sono magra, non sono bionda, e soprattutto non sono normale, visto che misuro 183 cm, per 43 di piede e 'nta chili di troppo. Ma chissà che la mia bilancia non si accorga che ho tanta buona volontà. La dietologa pensa che io abbia ancora molti problemi irrisolti col mio io e con il mio cibo. Io pure. Per ora ci limitiamo a farci tanti complimenti. Lei a me perché l'ago (della sua bilancia) tende regolarmente al basso. Io a lei perché l'ago (della sua bilancia) tende regolarmente al basso (e non mi spiego come - forse è rotta?). E così, in un circolo vizioso di carinerie, ci riempiamo di dolcezze che non ingrassano e ci vogliamo mutuamente bene. Io comincio a volere molto più bene alle mie rotule, che adesso si vedono, alle mie caviglie, alle mie cosce (posso cominciare a dire coscette?). Un pò meno alle mie tette che stanno sparendo. Insomma globalmente è tutta una questione di amore, maggiore, più sano e ben riposto. In un rincorrersi di notturni incubi: torte giganti mangiate al volo, lasagnone fumanti in caduta libera, risotti alati e cannelloni al forno. Ma appene sorge il sole io sono di nuovo pronta all'attacco. Anzi al digiuno. Fino al prossimo ago.

Il cielo

Il cielo qui in campagna oggi è blu.
Mi sono ricordata di quando partivo col sacco in spalla per lunghissimi week-end di lacrime a Venezia. Oggi c'è il carnevale, in quella città di acqua e chiese. Andavo in giro da sola, a piangere le mie delusioni, con ventimila lire in tasca, a mangiare pesce e guardare tristi camerieri in livrea, che servivano l'ennesimo fritto scadente. Era quasi vent'anni fa. Le speranze erano diverse, ma io la stessa sognatrice. Ogni volta, dopo una delusione, partivo. Forte del fatto che non mi conosceva nessuno. Del fatto che entravo come in un limbo, dove tutto era consentito. Potevo aggirarmi nei vicoli senza essere pettinata o entrare in un pub senza sembrare una puttana. Entrare in un museo senza essere colta o in un ristorante senza essere bulimica. Il mio luogo preferito era il Peggy Guggenheim Museum, una miniatura di raffinatezza costruito in un angolo di solitario paradiso terrestre. Pochissimi visitatori ed un'atmosfera familiare con delle pietre miliari della pittura accidentalmente appese al muro invece di essere custodite in cassaforte. Mi ha sempre colpito quell'atmosfera così privata, che mi faceva sembrare un'intrusa, introducendomi in quella casa opulenta e talmente kitch da sembrare veramente abitata. Ed io andavo lì, a passare ore a guardare i turisti che lanciavano gridolini di meraviglia ad ogni stanza o i vaporetti passare dalla terrazza a picco sul Canal Grande. Sotto la pioggia o sotto il sole, ore ed ore. E sebbene negli anni cambiassero la posizione dei mobili e la disposizione delle sale, a parte un principio di delusione per non aver ritrovato le cose come le avevo lasciate, mi sembrava quasi di conoscere la mano che provvedeva a quelle piccole rivoluzioni, di amarla come fosse la mia, di avere quasi il diritto di sdraiarmi sul suo stesso letto, offerto alla pubblica curiosità in quelle mura pur così nascoste.
Oggi queste sensazioni mi sono ritornate in mente, improvvisamente, splendenti come il sole che c'è fuori, per darmi ancora un brivido.

sabato, febbraio 25, 2006

Meringhe

Sguscio giù, come un giallo d’uovo smembrato dalla sua chiara, quando mi accorgo che la Soddisfazione è un'illusione, che fare troppo equivale ad ammanettarsi e fare poco ad andare in galera, io, eroina della mia storia, indifesa dall'inesitenza dell'etica. Quest'etica della meringa che si sgretola ad ogni sondaggio, ad ogni parola di troppo ce ne resta di meno. Ad ogni boccone si scioglie di più, anche se quando la vedi sembra dura.

E' duro ammettere che, per fare la meringa, non ci vuole il giallo.